Il trauma che resta e le risposte delle istituzioni. Il confronto promosso dall’Ordine degli Psicologi dell’Abruzzo
Ogni femminicidio non segna soltanto la fine di una vita, ma produce conseguenze profonde e durature che si estendono ben oltre il fatto di cronaca. In Italia, secondo le stime più accreditate, sono circa tremila i minori rimasti orfani a seguito di femminicidio. Bambini e ragazzi che, oltre alla perdita violenta della madre, si trovano spesso privati anche della figura paterna, perché autore del delitto, detenuto o suicida. Una condizione che li espone a un trauma complesso e stratificato, tanto da essere definiti orfani speciali.
L’espressione è stata coniata dalla psicologa Anna Costanza Baldry per indicare bambine, bambini, adolescenti e adulti rimasti orfani della madre uccisa per femminicidio. “Speciali” non per una forma di stigmatizzazione, ma per il bisogno di tutele, risposte e attenzioni specifiche, necessarie a ripristinare diritti gravemente violati. Questi figli e figlie sono, di fatto, orfani due volte: della madre, spesso uccisa in un contesto di violenza assistita, e del padre, autore del crimine. La perdita genera un trauma non assimilabile ad altri eventi luttuosi, con gravi conseguenze psicologiche, relazionali e sociali, tra cui dolore cronico infantile e disturbo post-traumatico da stress.
Il recente caso di Anguillara ha riportato drammaticamente il tema al centro dell’attenzione pubblica. Il bambino rimasto orfano della madre Federica Torzullo, uccisa in ambito familiare, è stato affidato ai nonni materni. Una soluzione necessaria nell’immediato, che però evidenzia una questione strutturale: cosa accade dopo l’emergenza? Chi accompagna questi minori nel lungo periodo? E chi sostiene le famiglie affidatarie, spesso già provate da un dolore doppio, chiamate a garantire stabilità e cura in una fase di estrema fragilità?
Le principali ricerche nazionali e internazionali restituiscono un quadro critico. Dallo studio Switch Off alle indagini più recenti di Con i Bambini e dell’Osservatorio ONISOS, emerge una drammatica carenza di presa in carico: solo una minima percentuale degli orfani di femminicidio riceve un sostegno psicologico ed economico adeguato, mentre molti restano invisibili alle istituzioni. A questo si aggiungono fenomeni di vittimizzazione secondaria, legati sia al malfunzionamento del sistema giudiziario e dei servizi, sia alle difficoltà delle famiglie affidatarie, spesso lasciate sole ad affrontare bisogni complessi e prolungati nel tempo.
A questa zona d’ombra è stato recentemente dedicato il convegno “Orfani speciali, vittime invisibili di femminicidio”, promosso dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Abruzzo, che a Pescara ha riunito professionisti della rete di tutela, rappresentanti istituzionali, giuristi, assistenti sociali e associazioni, con l’obiettivo di affrontare il tema in modo concreto e multidisciplinare, superando una logica esclusivamente emergenziale. Nel suo contributo scientifico, la psicologa e psicoterapeuta Cinzia D’Amico, membro della CPO del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, ha sottolineato come la presa in carico non possa limitarsi alla fase acuta del trauma. È necessaria una visione a lungo termine, capace di accompagnare il minore lungo tutto il percorso di crescita, tenendo conto delle riattivazioni del dolore nelle diverse fasi evolutive. Centrale, in questa prospettiva, è il modello della rete integrata, che richiede una collaborazione strutturale tra Comuni, servizi sanitari, consultori, neuropsichiatria infantile, scuola e terzo settore. La scuola, in particolare, deve diventare un luogo di normalità e inclusione, non di stigma, attraverso un dialogo costante tra insegnanti e professionisti.
Ampio spazio è stato dedicato anche al quadro normativo. In particolare, è stata richiamata la Legge n. 4 dell’11 gennaio 2018, che ha introdotto per la prima volta in Italia specifiche tutele per gli orfani di crimini domestici. Una legge fondamentale, ma che presenta ancora limiti applicativi rilevanti e una scarsa conoscenza tra gli operatori, rendendo spesso i diritti formalmente riconosciuti difficili da esercitare nella pratica.
Nel corso dell’iniziativa, che ha richiamato l’attenzione su un tema ancora poco presidiato nel dibattito pubblico nazionale, è intervenuta la presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione Abruzzo, Rosa Pestilli, ribadendo come la tutela degli orfani di femminicidio richieda un impegno quotidiano, coordinato e multidisciplinare.
In questo quadro, la CPO Abruzzo ha annunciato la volontà di promuovere una proposta di legge regionale che preveda l’istituzione di un fondo economico dedicato, protocolli operativi condivisi tra enti, sostegno psicologico ed economico per i minori, borse di studio, misure di supporto per gli affidatari, sportelli di ascolto e orientamento, oltre alla definizione di linee guida per una presa in carico integrata e tempestiva. Tra gli obiettivi indicati anche l’istituzione di un Tavolo regionale multidisciplinare, la formazione specialistica degli operatori e la creazione di una banca dati regionale per rendere finalmente visibile il fenomeno.
Nel panorama nazionale, diverse regioni italiane sono intervenute con leggi antiviolenza che prevedono misure di prevenzione e sostegno alle vittime e ai loro figli, incluse forme di contributo economico e programmi di supporto. Tuttavia, allo stato attuale, non risulta diffusa l’adozione di normative regionali che prevedano in modo esplicito fondi specificamente dedicati agli orfani di femminicidio, come quello proposto dalla CPO Abruzzo. Un elemento che rende l’iniziativa particolarmente significativa, perché si inserisce in un quadro normativo più ampio cercando di colmare un’area ancora poco strutturata a livello territoriale.
Tra i momenti più intensi del convegno, la testimonianza di Giuseppe Delmonte, presidente dell’Associazione Olga – Educare contro ogni forma di violenza e lui stesso orfano speciale. Nel 1997, ad Albizzate, in provincia di Varese, sua madre Olga fu uccisa dall’ex marito, in un periodo in cui il termine femminicidio non era ancora entrato nel linguaggio pubblico e giuridico. Delmonte ha ricostruito un lungo percorso segnato da silenzio e assenza di supporto psicologico, spiegando come per oltre vent’anni abbia dovuto convivere con il trauma senza alcun accompagnamento istituzionale. Da questa esperienza è nata, nel 2024, la sua associazione, oggi attiva su tutto il territorio nazionale. L’associazione opera per la promozione e la tutela dei diritti delle persone di ogni genere ed età che abbiano subito violenza, abuso o maltrattamento, fisico o psicologico. Le sue attività si sviluppano principalmente nelle scuole, sul territorio e nei luoghi di lavoro, attraverso percorsi educativi e formativi finalizzati a prevenire la violenza, riconoscerne le forme manifeste e subdole e promuovere una cultura del rispetto e dell’uguaglianza. Olga lavora in rete con istituzioni, associazioni e amministrazioni locali, favorendo il dialogo tra giovani, adulti e professionisti, e intervenendo anche in ambito aziendale per contrastare fenomeni come mobbing, molestie e violenza psicologica nei contesti lavorativi.
Nel suo intervento, Delmonte ha evidenziato come la legge a tutela degli orfani di femminicidio esista, ma funzioni solo per chi riesce a conoscerla e ad attivarla autonomamente. Lo Stato, nella maggior parte dei casi, non intercetta automaticamente questi minori né li accompagna nel percorso di accesso ai diritti. Una disuguaglianza territoriale che si riflette anche nell’utilizzo delle risorse: a fronte di circa 21 milioni di euro complessivamente stanziati a livello nazionale, solo 3 milioni risultano effettivamente spesi, non per mancanza di bisogno, ma per assenza di informazione, orientamento e presa in carico. Delmonte ha richiamato l’attenzione anche sulla condizione dei nonni affidatari, spesso lasciati soli a reggere un carico emotivo e pratico enorme dopo la perdita della figlia. I bambini orfani di femminicidio non piangono solo una madre, ma una madre uccisa dal padre: un lutto radicalmente diverso, che richiede strumenti di tutela altrettanto specifici.
Il convegno di Pescara ha restituito con chiarezza un messaggio condiviso: la violenza di genere non termina con l’omicidio della donna. Continua nella vita dei figli, nelle famiglie affidatarie e nelle comunità che non sempre sono pronte a farsi carico di una ferita così profonda. Rendere visibili gli orfani speciali significa riconoscere che la loro guarigione non può essere lasciata alla sfera privata, ma deve diventare un impegno pubblico e collettivo, fondato su continuità di cura, responsabilità istituzionale e reti solide di protezione.












