“Amata terra”, la recensione del libro di Gabriella Frenna

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amata terra“Mi rimembro bambina / nella terra agrigentina / guidata dalla tua voce / ammirare lo scenario / nell’incantevole valle”. È questo lo scenario che fa da sfondo a quest’opera che è una silloge di poesie di Gabriella Frenna, scenario nel quale sono immersi, oltre l’autrice, il padre e la sorella. “L’amata sorella / restava attratta / sin da bambina / da maestosa malia / dell’arcaica valle”. Due bambine, incantate dalla magia del luogo, la mitica Valle dei Templi ad Agrigento, e il padre, uomo colto, artista musivo che ritraeva la bellezza della valle nei suoi mosaici, il quale conduceva lì le sue figliolette e le rendeva partecipi del suo entusiasmo e del suo attaccamento a quel luogo, Agrigento, sua città natale. “La valle dei Templi / rifulge eterna malia, / con l’arte, la storia, la natura rigogliosa / tra distese di ulivi, / piantagioni di viti, / alberi d’aranci… limoni”.

La poetessa in questo libro esprime la sua grande ammirazione per il padre: “…nella bella Agrigento / nacque una gemma / splendente d’amore” per la sua città e per la sua arte. “L’artista musivo / è lo splendore / della terra natale / coi riflessi luminosi / dei tasselli di vetro”. Il padre creava dei mosaici meravigliosi; tra le pagine del libro si trova una foto che raffigura una parete della loro casa, tutta tappezzata dei suoi quadri con mosaici veramente stupendi. Così egli, riferisce ancora la figlia: “Ha raffigurato l’incanto dell’amata Agrigento / la visione maestosa / della valle dei templi”. Michele Frenna si chiamava il padre, che, quando la poetessa scrive questa silloge di poesie, non c’è più, come non c’è più neanche la sorella, morta addirittura prima di lui.

La gioia di questo ricordo, così bello, suggestivo, si vela perciò talora di una soffusa malinconia, che però non prevale sulla gioia del ricordo e nessuna tristezza si avverte perché il dolore è sublimato nel distacco e non impedisce di far emergere la felicità di questa vita vissuta insieme, di questi momenti nella valle dei templi con il padre e con la sorella.

Ricorda anche come egli si accompagnava talora al fratello: “Mi ricordo bambina / nella valle dei Templi / col tuo caro fratello / mentre discutevate / di mirabili proporzioni, / d’ingegnose costruzioni”.

Nonostante la scomparsa di tutte queste persone care, non c’è nell’opera rimpianto né nostalgia, nessuna ombra di tristezza. Rivive nel ricordo soprattutto la gioia, la gratitudine quasi verso la vita, per averle donato l’opportunità di godere di queste persone a lei care e di grande levatura, e di essere stata arricchita, non solo della loro presenza, ma anche delle loro conversazioni. Ed è proprio la gioia che le fa rievocare momenti di gioco con la sorellina, presso il tempio di Castore e Polluce: “Giocavo a nascondermi / con la mia amata sorella / tra le imponenti colonne / del bel maestoso tempio”.

Il padre inoltre amava raccontare alle piccole figlie la gloria dell’antica Akragas: “Amavi narrare vicende / d’antichi progenitori / come resero gloriosa / tua amata terra natale”. Così la poetessa arricchisce l’opera di riferimenti storici, mitologici, artistici, anche politici, i tiranni. Tanti nomi di personaggi illustri, come Empedocle, compaiono e anche i nomi dei vari templi, ciascuno con la sua storia. Realtà e fantasia, storia e mitologia si intrecciano, e si fondono con l’amore paterno, e filiale, di questi familiari così uniti e amabili. E insiste la nostra poetessa nel lodare la terra agrigentina: “Terra mediterranea / suggestiva Akragas / rivela rara bellezza / con valle dei templi”. E continua: “Akragas millenaria / …sembra di trovarsi / in un’epoca arcaica, / avvertire emozione di un tempo remoto, / indietreggiare stupiti / in secoli di storia”.

L’incanto e lo stupore immaginiamo nel volto di queste bambine, cresciute in questa atmosfera unica, come paesaggio, e anche con una esperienza, anch’essa unica, di avere un padre, entusiasta della sua terra, e non solo, anche un padre artista che ha trasmesso loro l’amore alla natura, all’arte e alla cultura.

E chissà se in tutto questo, in questo terreno così ubertoso, non sia germinato il seme della poesia in Gabriella Frenna.

Recensione di Maria Elena Mignosi Picone