
Significativo anche il dato sulle differenze territoriali. Continua ad ampliarsi, infatti, il divario Nord-Sud: l’importo medio delle pensioni nel Nord-Est è del 20,7% più alto di quello nel Mezzogiorno (18,2% nel 2016, 8,8% nel 1983, primo anno per cui i dati sono disponibili). Continuano a scendere “i percettori di pensione” che risultano occupati (411mila nel 2017, da 432mila del 2016; -20,3% rispetto al 2011), uomini in tre casi su quattro.
L’85% svolge un lavoro autonomo, i due terzi risiedono al Nord e quasi il 50% ha un titolo di studio superiore alla licenza media (è circa un quarto per il complesso dei pensionati). Tra i pensionati ancora occupati, il 64,4% lavora nel settore dei servizi, di questi circa un terzo è impiegato nel commercio. Il reddito pensionistico netto dei pensionati residenti in Italia nel 2016 risulta in media pari a 14.567 euro annui (+1,8% rispetto al 2015).
Secondo il report, inoltre, sebbene il reddito medio delle famiglie con pensionati sia più basso rispetto alle famiglie in cui non sono presenti, il rischio di povertà delle prime (16,4%) è circa 8 punti percentuali minore di quello delle seconde. Avere un pensionato in famiglia attenua, dunque, il rischio di disagio economico e assicura un’importante rete di protezione sociale.
Anche l’apporto economico dei componenti non pensionati, in particolare degli occupati, produce un calo del rischio di povertà, che è pari al 9,8% rispetto al 18,4% delle famiglie di soli pensionati che non cumulano redditi da lavoro. Stando ai dati pubblicati dall’Istat per gli anni 2016-2017, il cumulo di più trattamenti pensionistici sullo stesso beneficiario è meno frequente tra i pensionati di vecchiaia – riguarda il 28,2% dei pensionati – mentre è molto più diffuso tra i pensionati superstiti (67,4%), in grande maggioranza donne (86,5%).









