
I suoi versi diventano il luogo dove la speranza si fa sostanza e la vulnerabilità si trasforma in forza, un “trampolino da cui ripartire” dopo ogni caduta. La poesia del Nostro è un’ancora gettata non nel passato rancoroso, ma in una serena nostalgia che sa trasformare i tormenti in lirica: “Mi hai insegnato / […] ad aspettare l’aurora/come fosse lucore benedetto / dell’ultimo secondo concessomi…”.
L’universo poetico di quest’opera non si esaurisce nella dimensione esistenziale, ma si nutre di un amore polimorfo, come evidenziato da Roberto Dall’Olio. Le tre declinazioni dell’amore del mondo classico – Eros, Philia e Agape – si intrecciano in un tessuto lirico denso e commovente. L’Eros si manifesta nella passione per la musa sfuggente e reale; la Philia emerge nella tenerezza per i fanciulli, nell’affetto fraterno e nel rispetto per la libertà degli animali, in particolare i suoi amati gatti; l’Agape, infine, si esprime in una profonda empatia verso “gli ultimi”, i diseredati, i migranti, coloro che la società rende invisibili.
Buttazzo non teme di levare un grido di rabbia contro l’ingiustizia, trasformando la sua poesia in un atto di denuncia sociale e politica, come nei versi dedicati ai naufraghi delle nostre acque: “Vorrei tanto/che il suo Dio/salvasse tutti i naufraghi/delle acque e delle terre./Al mio Dio/non ho nulla da chiedere,/se non di essere più presente/nei quartieri periferici/dove la sua mano da sempre è latitante”. Quest’ultima produzione per versi di Marcello Buttazzo è un’opera matura e stratificata, un mosaico di immagini potenti che spaziano dai paesaggi del Salento alla memoria dell’infanzia, dal lirismo intimo alla riflessione civile. È un libro che parla a chiunque senta il bisogno di fermarsi, di dare un nome alle proprie attese e di ritrovare, nella parola poetica, una ragione per continuare a sperare.











