Scorrendo gli ultimi video di Fabio Celenza, ci si imbatte spesso negli stessi commenti: è fatto con l’intelligenza artificiale? “NON ERA L’AI” nasce da qui. Da un equivoco reale, ma anche da un momento in cui l’intelligenza artificiale è entrata con forza nell’immaginario contemporaneo. E dalla necessità di riportare il progetto al suo punto di origine: la musica. Dopo aver portato in tour Faffiga X-Files, il suo primo spettacolo live, Fabio Celenza torna con un lavoro che non ne cambia radicalmente la forma, ma ne chiarisce ulteriormente la natura. Non un nuovo formato, ma una riorganizzazione: una parte significativa del repertorio resta centrale, affiancata da nuovi contenuti e nuove aperture.
Sul palco prende forma un meccanismo preciso, in cui musica, immagine e voce si costruiscono nello stesso spazio e nello stesso tempo. Celenza parte dal suo marchio di fabbrica — i celebri doppiaggi labiali surreali di personaggi pubblici — ma li riporta alla loro struttura originaria: non semplice parodia, ma materiale musicale. Ad affiancarlo, una band che contribuisce attivamente alla costruzione del suono: Michele Santoleri alla batteria, Emanuele Triglia al basso, Miryam Conte alle voci e Pasquale Strizzi alle tastiere, una formazione che interviene direttamente nella costruzione del suono.
Ogni inflessione, pausa o respiro viene tradotto in suono attraverso un processo che trasforma il parlato in melodia. La voce diventa ritmo, la chitarra segue le sue linee, mentre la band costruisce arrangiamenti che nascono direttamente da quel flusso vocale. Il doppiaggio non si sovrappone alla musica: nasce dentro la musica, seguendone tempi, accenti e imperfezioni. È un meccanismo quasi millimetrico, in cui ogni elemento deve combaciare: la musica sostiene e allo stesso tempo vincola la voce, che si muove al suo interno rispettandone la struttura. Dal vivo questo sistema si espone completamente, trasformando ogni passaggio in un atto performativo. In questo senso lo spettacolo funziona come una scomposizione dei video: quello che sullo schermo appare immediato viene riportato alla sua costruzione, rendendo visibile il lavoro musicale che lo rende possibile.
“NON ERA L’AI” è insieme una dichiarazione e un gioco. Da un lato si inserisce in un immaginario pop immediatamente riconoscibile, dall’altro risponde a una percezione diffusa, riaffermando la natura profondamente artigianale del lavoro di Celenza. In un momento in cui l’intelligenza artificiale entra sempre più nei processi creativi, lo spettacolo rimette al centro il tempo reale, l’esecuzione e il margine di errore.
La data romana vedrà Celenza esibirsi nella sua natura più ampia: un live in full band dove musica, voce e immagini interagiscono in totale sincronia, svelando dal vivo l’architettura creativa dei suoi video. Lo spettacolo si muove tra divertimento e ascolto profondo, utilizzando il nonsense come strumento per interpretare il reale.Si ride, ma si ascolta anche con attenzione: il nonsense diventa una chiave per leggere la realtà, senza doverla spiegare.
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