Tra malfunzionamenti, carenze e ritardi, il dibattito sull’efficacia dei dispositivi si riaccende dopo gli ultimi casi. Le testimonianze dei centri antiviolenza riportano al centro la necessità di una rete di tutela più solida.
Quest’estate il nostro Paese è stato segnato ancora una volta da troppi femminicidi. Due nomi su tutti: Tiziana Vinci a La Spezia e Hayat Fatimi a Foggia. I loro casi hanno riacceso il dibattito sull’efficacia dei braccialetti elettronici, strumenti pensati per proteggere le donne vittime di violenza ma che, tra guasti, ritardi e carenze, hanno rivelato tutta l’inadeguatezza del sistema. Le vittime sono rimaste indifese. Due tragedie annunciate che mostrano l’ennesima falla di un meccanismo che, più che protezione, offre soltanto un’illusione di sicurezza.
Grande clamore ha suscitato anche il caso del deejay Alessandro Basciano, accusato di stalking dall’ex compagna Sophie Codegoni. In questo caso il braccialetto elettronico, applicato dopo una lunga attesa, è rimasto in funzione solo pochi giorni prima di essere rimosso. Un epilogo che ha sollevato interrogativi pesanti sull’efficacia dello strumento e ha spinto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ad ammetterne pubblicamente i limiti.
Ma come funziona davvero il braccialetto elettronico? Introdotto nel codice di procedura penale, nell’ambito delle norme contro la violenza di genere, è obbligatorio per chi è destinatario di un provvedimento di allontanamento dalla casa familiare con divieto di avvicinamento alla persona offesa. Il dispositivo viene applicato alla caviglia dell’aggressore e collegato a un “token” affidato alla vittima: se l’uomo si avvicina troppo, scatta un allarme che arriva alle forze dell’ordine, pronte a intervenire. In teoria. Perché nella pratica i dispositivi sono pochi, le attivazioni possono richiedere settimane e i guasti sono frequenti: batterie scariche, assenza di segnale, sostituzioni che arrivano in ritardo. Risultato: uno strumento pensato per salvare vite che troppo spesso si rivela inaffidabile.
Dopo gli ultimi episodi, Magistratura democratica ha diffuso un comunicato durissimo, sottolineando come i casi di assenza di disponibilità e di malfunzionamento del braccialetto elettronico siano ormai così diffusi da aumentare concretamente il rischio per le vittime. Nel documento si chiamano direttamente in causa i ministeri della Giustizia e dell’Interno, invitati ad assumersi la responsabilità di garantire dispositivi realmente funzionanti e procedure rapide di sostituzione. Nonostante l’appello, i braccialetti continuano a mancare e quelli difettosi non sempre vengono sostituiti nei tempi previsti dalla società appaltatrice (attualmente c’è un fornitore unico con l’impegno ad attivare 1.000 dispositivi al mese, estendibili fino a 1200).
Intanto in Parlamento è in discussione il disegno di legge per introdurre il reato autonomo di femminicidio, misura dal forte valore simbolico che però rischia di concentrarsi solo sull’inasprimento delle pene, lasciando irrisolta l’urgenza delle misure preventive e della protezione immediata delle vittime.
I dati diffusi dal Viminale nel dossier di Ferragosto confermano la gravità della situazione. Tra il 1° gennaio e il 31 luglio 2025 in Italia si sono registrati 60 femminicidi, un dato in lieve calo rispetto allo stesso periodo del 2024 (–1,6%). Ma i dettagli raccontano uno scenario ancora più allarmante: le vittime uccise da partner o ex sono salite a 38 (+15,1%) e le donne di origine straniera uccise sono aumentate del 20%. In forte crescita anche gli ammonimenti del questore, considerati “reati sentinella”: 7.571 in totale (+70,6%), di cui 2.731 per stalking (+86,6%) e 4.840 per violenza domestica (+63,6%). Al 8 agosto 2025 risultavano attivi sul territorio nazionale 12.192 braccialetti elettronici, di cui 5.929 destinati ai casi di stalking.
Sul territorio, le testimonianze raccolte nei centri antiviolenza mostrano con chiarezza la distanza tra il sistema di tutela e la vita reale delle donne. “Dal decreto di allontanamento alla consegna del braccialetto e del token possono passare anche mesi”, spiega Marialaura Di Loreto, sociologa e presidente del Coordinamento regionale Antigone che riunisce enti del terzo settore impegnati nella gestione dei centri antiviolenza e case rifugio in Abruzzo. “In questo tempo la vittima non ha alcuna protezione reale. Molte donne percepiscono il braccialetto più come un’illusione di protezione che come una garanzia”.
Di Loreto sottolinea inoltre come le alternative siano limitate: “Noi chiediamo alle Procure di allontanare immediatamente il maltrattante dall’abitazione, ma spesso si attendono mesi per le indagini, anche a causa del poco personale assegnato a tale compito. Nel frattempo, le donne, soprattutto se hanno figli, si trovano esposte a momenti ad alto rischio come la consegna dei minori, soprattutto quando non è ancora stato emesso un provvedimento di sospensione della genitorialità o un divieto di avvicinamento, e il padre ha comunque diritto di vedere i figli”.
La cronica insufficienza delle case rifugio completa il quadro. “La violenza non va in ferie, anzi peggiora nei periodi festivi”, racconta ancora Di Loreto. “Le strutture sono spesso piene e trovare un posto in tempi rapidi è difficile. E quando una donna con bambini deve accettare di entrare in una casa rifugio, significa cambiare città, scuola, amicizie. È un percorso che deve essere compreso e condiviso, non imposto”.
Il problema, dunque, non è soltanto tecnologico. Il braccialetto elettronico può avere un ruolo come deterrente, ma non rappresenta una soluzione.
Occorre con estrema urgenza un sistema integrato e strutturato, che metta al centro la protezione immediata delle donne: reti antiviolenza realmente operative, procedure snelle, personale disponibile h24 e case rifugio adeguate. Va sottolineato, inoltre, che la violenza si sta via via diffondendo sempre più tra i ragazzi. Negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di violenza tra i più giovani, compresi i minori, fino ai tragici casi di Giulia Cecchettin, Ilaria Sula e Sara Campanella, per citarne alcuni. In questi contesti la repressione non basta: occorre prevenzione, nelle scuole e nelle famiglie, per insegnare il rispetto, il valore del consenso e la parità nelle relazioni. È lì che si costruisce il futuro, ed è lì che bisogna agire per fermare la spirale della violenza prima che sia troppo tardi.
Per chiedere aiuto e supporto è attivo il numero nazionale antiviolenza 1522, gratuito e disponibile 24 ore su 24.











