Genova, Federico Barbieri presenta Il Parkour e la città

Il 22 giugno l’autore racconta di come ci si possa riappropriare di spazi urbani apparentemente ostili e di trasformarli in gioco

GENOVA -Lunedì 22 giugno dalle 18.30 alle 20 Federico Barbieri, classe 1995, illustra il suo manuale Il Parkour e la città con foto e video, con prefazione del prof. Marco Aime. La curiosa storia di questo sport in cui i giovani si riappropriano degli spazi urbani ostili e dimenticati, ricchi di ostacoli e di spazi frantumati, per renderli ambiente di gioco e competizione e tanti esercizi dal vivo per un Parkour in città e in sicurezza.

Le città, soprattutto le città contemporanee, sono sempre meno armoniose e ricche di ostacoli. Ovunque incontriamo muri, gradini, ringhiere, parapetti, scale. Il camminare in città è spesso irregolare, il passo viene spezzato continuamente, lo spazio è frantumato. Spesso le diverse zone di una città, o peggio di una metropoli, sono scollegate tra di loro, vasi poco comunicanti, entità avulse e alienate. Il paesaggio urbano, dilatatosi a dismisura, a volte è sfuggito al controllo e ha dato vita a blocchi più o meno articolati.

È proprio da questo caos di cemento e ferro, che a volte appare ostile al moderno flaneur, che nasce l’idea del parkour, di cui tratta questo libro. Ricucire ciò che sembra essere stato tagliato, ecco il senso di questo sport un po’ sui generis, inventando un percorso proprio laddove non sembra esserci.

In questo libro, Federico Barbieri ci racconta di come ci si possa riappropriare di spazi urbani apparentemente ostili e di trasformarli in gioco, in competizione. Non è un caso che il parkour abbia le sue radici proprio nelle banlieues parigine, quartieri periferici per eccellenza, spesso caratterizzati da un’edilizia pseudo-moderna, fatta di palazzoni anonimi, che ricordano il socialismo reale sovietico. Qui, dove la modernità sembra avere esaurito il suo corso, dove la Parigi viva e romantica sembra lontana centinaia di chilometri, si vive una sorta di realtà ai margini. Relegati in un territorio spigoloso e disarmonico, i giovani di questi quartieri hanno deciso, più o meno consciamente, di riappropriarsi dello spazio cui sono stati destinati.

Quelle scale, quelle barriere diventano una sfida. Sono costruite per spezzare? Bene, basta unirle e diventano una strada. Una strada complessa, ricca di impedimenti, come forse è un po’ la vita di chi nasce qui, ma che diventa gioco. Gli ostacoli vengono saltati, usati come trampolino, si scivola sui mancorrenti, il parkour diventa la versione atletica di quel gioco enigmistico, in cui bisogna unire i punti e poi appare una figura. Anche qui, unendo i punti, quel paesaggio non è più anonimo, assume la figura di un terreno di gioco su cui sfidarsi.

Questo è il senso dell’origine di questo sport, che poi ha travalicato i confini delle periferie parigine, per diffondersi in tutto il mondo, dando vita a un vero e proprio movimento, che non è solo sportivo, ma anche di opinione.

Con un’analisi prima storica e poi socio-antropologica, l’autore, come gli sportivi di cui parla, ci conduce alla scoperta di questo gioco urbano, che diventa metafora della vita contemporanea nelle grandi città.