Attualità

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: il racconto della violenza oltre gli stereotipi

Come il linguaggio dei media può prevenire, o alimentare, la violenza di genere

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, oltre ai numerosi eventi e alle simboliche panchine rosse, è tempo di andare oltre: smettere di raccontare la violenza di genere e i femminicidi con pregiudizi che li normalizzano. I simboli sono importanti; ma lo è ancora di più cambiare il modo in cui ne parliamo, perché le narrazioni sbagliate diventano terreno fertile per nuovi abusi.

La violenza di genere ha molti volti: stalking, abusi domestici, molestie, femminicidi. Eppure, spesso, la prima cosa che incontriamo non è il fatto in sé ma il modo in cui viene raccontato. Le parole con cui i media descrivono la violenza non sono neutre: possono chiarire dinamiche e responsabilità, oppure perpetuare stereotipi che stanno alla base della violenza stessa.

La Convenzione di Istanbul riconosce la violenza contro le donne come violazione dei diritti umani e chiama in causa anche i media: raccontare con accuratezza, senza stereotipi, è parte della prevenzione. In questa direzione vanno anche le raccomandazioni del Consiglio d’Europa per un’informazione non sessista e rispettosa. In Italia, il Manifesto di Venezia ha tradotto questi principi in indicazioni operative (termini da evitare, corretto uso delle immagini, centralità del contesto), contribuendo a un miglioramento parziale delle pratiche giornalistiche.

Malgrado l’evidenza delle responsabilità, la narrazione giornalistica continua talvolta a minimizzare il ruolo dell’autore o a spostare, più o meno implicitamente, la colpa sulla vittima. Ciò avviene quando si enfatizzano le presunte “difficoltà” dell’aggressore – di natura psicologica, economica o legate a dipendenze – come se potessero costituire attenuanti; quando il fatto viene incorniciato in chiave emotiva, presentandolo come una “tragedia familiare” o come un “gesto d’impeto”; oppure quando si attribuisce alla lite il ruolo di causa scatenante, occultando dinamiche pregresse di controllo e dominio. Questo impianto narrativo rappresenta un ostacolo alla comprensione del fenomeno, attenua la percezione della responsabilità individuale e, di riflesso, rischia di indebolire la fiducia dell’opinione pubblica nella giustizia e nelle istituzioni.

Una comunicazione responsabile richiede, invece, di nominare con precisione i fatti e i soggetti coinvolti, di esplicitare il contesto relazionale e culturale in cui maturano le condotte violente e di evitare eufemismi o cornici sentimentalistiche che distorcono la realtà. Solo così il racconto mediatico può contribuire a una consapevolezza collettiva più matura, sostenere le vittime nel percorso di tutela e favorire la piena assunzione di responsabilità da parte degli autori, rafforzando al contempo l’autorevolezza del sistema istituzionale e la tenuta democratica della comunità.

Il linguaggio veicola cornici culturali e incide in modo determinante sulla percezione pubblica della violenza. Sul piano lessicale, l’impiego di espressioni quali raptus, delitto passionale o gelosia finisce per trasfigurare atti violenti in presunti “amori malati”, mentre l’uso di diminutivi, ad esempio fidanzatino, infantilizza l’autore, ed etichette come “brava ragazza” o “futura madre” riducono la donna a ruoli stereotipati. A ciò si aggiunge il fenomeno della vittimizzazione secondaria: quando titoli e testi insistono su elementi come il fatto che la donna fosse sola in giro o che avesse bevuto, si attiva una dinamica di victim blaming che scoraggia la denuncia, alimenta stereotipi sessisti e produce una ferita innanzitutto sociale, prima ancora che giornalistica. Un’informazione corretta richiede pertanto scelte linguistiche e sintattiche consapevoli, in grado di rendere visibili i soggetti e le responsabilità, evitando formulazioni che normalizzano o giustificano la violenza.

Anche nella cronaca della violenza sessuale, la narrazione giornalistica continua talora a introdurre elementi che suggeriscono una presunta corresponsabilità della persona offesa: il fatto che avesse bevuto, che indossasse abiti ritenuti “provocanti” o, più in generale, l’idea che “se la fosse cercata”. Si tratta di impostazioni lessicali e argomentative incompatibili con un’informazione corretta e con i principi di tutela della dignità della persona, poiché alimentano stereotipi, scoraggiano la denuncia e distorcono la percezione pubblica dei fatti. A questo impianto distorsivo si contrappone la riforma dell’articolo 609-bis del codice penale, che pone al centro il principio del consenso, da intendersi come consenso libero, attuale, espresso, informato e revocabile in ogni momento. Il baricentro interpretativo si sposta così dall’uso della forza alla presenza effettiva del consenso, con un avanzamento non solo sul piano normativo, ma anche su quello culturale e comunicativo. Ne discende per i media una responsabilità specifica: adottare un linguaggio accurato e privo di ambiguità, evitare riferimenti che suggeriscano colpe della persona offesa, e rappresentare i fatti in modo da rendere pienamente visibili soggetti, condotte e responsabilità, in coerenza con i principi della deontologia professionale e con gli standard europei di informazione rispettosa e non sessista.

Raccontare in modo corretto significa fare prevenzione: ogni titolo, didascalia e scelta iconografica contribuisce a formare gli immaginari collettivi. In questa giornata, accanto all’inaugurazione delle panchine rosse, è dunque indispensabile rinnovare anche l’impegno sulle parole: il linguaggio non si limita a descrivere il mondo, ma lo orienta e lo trasforma.

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Pubblicato da
Franca Terra

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