‘Hammamet’, parla Bobo Craxi: “C’è un elemento di libertà dell’artista che non può essere sindacato da nessuno”

ROMA – “Inizialmente ho avuto uno scazzo con Amelio e la produzione, perché l’elemento romanzato prevale su quello politico. Mentre scorrevano le immagini mi dicevo continuamente ‘ma Bettino non parlava così’. Oppure mi arrabbiavo per certi fatti non veritieri”. Bobo Craxi parla così – in un’intervista a ‘Repubblica’ – di ‘Hammamet’, il film di Gianni Amelio, che racconta l’ultima parte della vita del padre Bettino, interpretato da Pierfrancesco Favino.

Poi riconosce: “C’è un elemento di libertà dell’artista che non può essere sindacato da nessuno. Credo che Amelio avesse in mente la stessa operazione che fece Carlo Lizzani sugli ultimi giorni di Mussolini. Ricordo che mio padre mi portò a vederlo, ero bambino, mi fece grande impressione perché si apre con l’immagine del vilipendio del cadavere del Duce”.

Su Favino dice: “In certe pose è in stato di grazia”. Poi, sul fatto che il film riapra il dibattito sul post tangentopoli, Bobo Craxi dice: “Sì, anche se poi non analizza le ragioni profonde su cosa accadde in Italia dopo la fine della Guerra fredda”.

“Bisognava ristabilire un nuovo ordine, in economia e in politica. E mio padre si rifiutò di guidare una rivolta nazional-capitalistica del sistema, perché come disse in un famoso discorso al congresso socialista di Bari, citando Ugo La Malfa: ‘Io sono un uomo del sistema’. Allo stesso tempo il nuovo ordine mondiale non poteva più tollerare eccessivi elementi di autonomia nazionale. E siccome non erano più tempi di golpismo militare si scelse l’arma del golpismo giudiziario o della purificazione morale”, sottolinea.