
Sara e I Mille Mila è una favola adatta a grandi e piccini che non può e non deve passare inosservata. La penna del suo autore, il bravo e accorto Gabriele Missaglia, è delicata ma, nel contempo, leggermente pungente. E la storia vi ruberà il cuore.
Sara e I Mille Mila, un testo per ragazzi ma anche per adulti. Al suo interno tocchi temi impostati come l” amore in tante sue forme ma soprattutto per sé stessi. Potremmo dunque dire che Sara sua un’ eroina moderna?
Assolutamente sì, Sara può essere considerata un’eroina moderna, proprio perché incarna i tratti più significativi dell’eroismo contemporaneo: non la forza fisica o l’obbedienza cieca, ma la capacità di scegliere il bene anche quando questo significa disobbedire alle regole imposte dalla tradizione o dalla società. Nel corso della storia, Sara: rifiuta un destino già scritto per lei (seguire la carriera di spaventapasseri come la sua famiglia, mette in discussione l’autorità e le norme, scegliendo di curare un nemico invece che combatterlo si sacrifica fisicamente, smontando se stessa per salvare un altro essere vivente.
Dimostra una grande maturità emotiva, prendendo coscienza che il vero eroismo sta nell’ascoltarsi, rispettare sé stessi e fare ciò che è giusto, anche se questo comporta l’esclusione o il rifiuto da parte del proprio gruppo. In questo senso, l’amore per sé stessi è centrale: Sara diventa eroina nel momento in cui riconosce la propria identità, smette di cercare l’approvazione del padre e della comunità, e agisce secondo una propria bussola morale. Non è un’eroina “classica”, ma umana, fragile, eppure determinata. È proprio questo che la rende un modello per lettori giovani e adulti: la sua storia parla di coraggio, crescita, giustizia e libertà personale.
Lei, tuttavia, come una donna di altri tempi, non ha potuto scegliere che cosa fare nella propria vita. È stato il padre a scegliere per lei. Da cosa è nata questa forte scelta di inserire in qualche maniera il sistema patriarcale?
L’inserimento del tema patriarcale in Sara e i mille mila non è casuale, ma risponde al bisogno di rappresentare una dinamica familiare fortemente gerarchica, in cui la figura del padre incarna l’autorità e la tradizione. Karl, infatti, decide per la figlia quale sarà il suo ruolo nella società, senza domandarsi cosa lei desideri davvero. Sara, al contrario, sente di voler scegliere da sé la propria strada, e questa tensione tra destino imposto e libertà interiore è il cuore pulsante del racconto.
Tuttavia, il padre non è un “cattivo” in senso assoluto: è un uomo che ama sua figlia, ma lo fa attraverso le lenti di un sistema di valori consolidato, dove il dovere, l’onore e la continuità familiare vengono prima dell’individualità. Non è il patriarcato in senso stretto il bersaglio del racconto, ma qualsiasi struttura — sociale, culturale o affettiva — che mette in secondo piano l’identità e i desideri autentici della persona. È questo sistema di valori prestabiliti a rappresentare la vera sfida per Sara: riuscire a essere se stessa in un mondo che ha già deciso cosa dovrebbe diventare.
Sara si dimostra fino alla fine forte e salda nelle sue convinzioni e nei suoi valori. Per certi versi mi ha ricordato una novella Giovanna D’arco. Tu come autore a chi ti sei ispirato per crearla?
È bellissimo che Sara ti abbia ricordato Giovanna d’Arco, perché effettivamente è una figura che appartiene a quella stessa famiglia di eroi tragici: personaggi che non combattono per gloria personale, ma per un’idea di giustizia più alta, anche a costo della propria vita.
Nel creare Sara mi sono ispirato in particolare adAntigone, che nel dramma sofocleo sceglie di onorare una legge “non scritta”, quella del cuore, della coscienza e della pietà, invece di obbedire alnomos, la legge degli uomini. Anche Sara fa questa scelta: davanti all’obbligo di respingere o eliminare il “nemico” (un uccello), decide di salvarlo, perché comprende che la fusis— la legge naturale, quella della compassione e del rispetto della vita — viene prima delle regole costruite dalla società.
Come Antigone, Sara non si piega, pur sapendo che il prezzo da pagare sarà altissimo. E come ogni eroe tragico, non vince nel senso convenzionale, ma lascia una scia luminosa dietro di sé: una traccia di coraggio, di pensiero critico e di amore per ciò che è giusto.
La tragedia di Sara, come quella di Antigone, non è nella sconfitta, ma nella solitudine della sua scelta: nell’essere l’unica a vedere la verità in un mondo che non è pronto per accettarla.
Quali sono le più importanti emozioni che hai provato nel creare e narrare la sua storia?
Nel raccontare la storia di Sara, ho provato un misto di dolore, forza e speranza. Dolore, perché dare voce a un personaggio come lei significa rivivere continuamente la fatica di chi sceglie la propria strada controcorrente, sapendo di poter perdere tutto. Forza, perché in quel cammino pieno di ostacoli si nasconde una dignità incrollabile, che non ha bisogno di riconoscimenti per esistere. E speranza, perché anche nella tragedia, anche nella solitudine, può nascere qualcosa di nuovo, vero, irriducibile.
Per me, scrivere Sara e i mille mila ha voluto dire anche parlare del sogno della scrittura stessa. Ogni sogno — come quello di diventare scrittore — ha un costo. E quel costo, spesso, è altissimo. Ti dicono che non ce la farai, che non serve a nulla, che dovresti smettere. E tu vai avanti lo stesso. Non perché sei incosciente, ma perché non puoi fare altro. E come Sara, sai che il prezzo lo pagherai tu, in prima persona. Ma lo paghi volentieri, perché c’è una parte di te che solo in quel sogno riesce davvero a vivere. In fondo, scrivere la sua storia è stato anche scrivere un pezzo della mia.
Tu hai anche parlato di salvezza, una parola indubbiamente molto importante. A tuo avviso la scrittura e la buona lettura possono aiutare a salvarci emotivamente parlando dalle brutture del mondo?
Sì, ho parlato di salvezza, ma credo sia importante non idealizzare la scrittura o la lettura come strumenti miracolosi. Affidare alla scrittura il compito di cancellare le brutture del mondo significa darle un potere che non ha. La scrittura non cambia il mondo da sola. Non ferma le guerre, non abbatte i sistemi ingiusti, non risolve la sofferenza collettiva.
Quello che può fare — e che fa, quando è vera — è affinare lo spirito critico, accendere domande, disturbare la superficie, scavare dentro. La sua azione è prima di tutto personale: aiuta a guardarsi con più onestà, a riconoscere l’ombra che ognuno di noi porta dentro, e forse, se siamo fortunati, a trasformarne una parte.
È lì che sta la sua forza:non nel cambiare il mondo tutto insieme, ma nell’aiutare una persona alla volta a fare chiarezza dentro sé stessa. Se questo accade abbastanza spesso — se tante persone, leggendo, scrivendo, pensano un po’ meglio, un po’ più a fondo — allora forse qualche bruttura sparisce davvero, e quel piccolo cambiamento interiore diventa una forma di salvezza reale.
In quel caso, sì:la scrittura è stata più che utile. Non perché ha cancellato il male, ma perché ha permesso a qualcuno di non diventare parte di esso. E poi su scala, allora, se tutti facessero questo percorso…











