Mirco, hai scelto di intitolare la tua opera prima Diversi e Speciali. Un titolo semplice ma che contiene al suo interno una grande verità. Tuttavia da giovani non sempre si comprende che l’essere diversi e unici ci rende speciali. Come si può arrivare a questa consapevolezza?
Non è assolutamente semplice comprendere quando si è “Speciali” e non sempre una persona diversa è speciale. Anche una persona che già si dimostra a proprio agio nella società fin da bambino può avere grandi risultati una volta divenuto adulto. Dipende sempre dalla persona, che sia timida o socievole, capire le proprie abilità e sfruttarle per raggiungere i propri risultati da adulto. Ciò di cui si ha bisogno quando si è bambini o adolescenti, è avere qualcuno, genitore o insegnante, meglio se entrambi, in grado di capire e guidare il ragazzo.
La consapevolezza, una parola che fa ancora paura oggi anche agli adulti?
La consapevolezza fa paura solo a chi non la comprende, e da la colpa dei propri fallimenti alla società. Certo, vivere in questa società non è semplice, e ci sono alcuni casi, come la disabilità, o in questo periodo storico, le guerre, che sicuramente non aiutano. Ma in linea generale, il primo passo per migliorare, lo deve fare la persona stessa, non chi ci sta intorno.
Le maschere che sovente si indossano sono la conseguenza di un uso spesso eccessivo dei Social?
Le maschere si usano da sempre per poter apparire, soprattutto in fase adolescenziale. Oggi con i Social, purtroppo la situazione è diventata ancora più preoccupante
I ragazzi che Giosuè prende nel suo centro di recupero sono a volte timidi, altre volte, invece, l’esatto contrario. Chi è tuttavia il vero bullo? Quale è, a tuo avviso, il suo ritratto?
Non esiste un vero bullo, non quando si è adolescenti. Talvolta chi è bullo a scuola, soffre di bullismo all’interno del contesto familiare, oppure si sente egli stesso isolato o poco compreso e reagisce comportandosi da bullo. È stato uno stesso psicoterapeuta ha raccontarmi queste situazioni. Il problema è che ha rimetterci in queste situazioni è l’anello più debole ed incompreso.
Fino a pochi anni fa non si parlava di bullismo ma, in realtà, è sempre esistito. Secondo te se ne parla in maniera corretta o sovente solo per dare aria alla bocca?
Oggi se ne parla di più, secondo me, per due semplici motivi. Il primo è che vivendo nel periodo dei Social, queste cose vengono viste e notate da tante persone tramite i video, mentre un tempo rimanevano episodi isolati alla classe, alla scuola, o al piccolo contesto in cui accadeva il fatto. Il secondo motivo è che in questa era ci si è resi conto che il bullismo è un problema più serio di quanto si pensava una volta.
Altra tematica che si sfiora nel testo, in qualche maniera, è la piaga sociale della violenza sulle donne. I giovani comprendono davvero che cosa significhi?
Sinceramente non so dire quanto i giovani riescano a comprendere la situazione della violenza sulle donne, e se abbiano più rispetto nei loro confronti. Sicuramente ne sentono parlare maggiormente.
La famiglia è ancora il primo luogo dove si formano?
La famiglia è il primo luogo dove si dovrebbero formare, ma purtroppo non sempre funziona così. Dipende dal contesto familiare in cui il ragazzo si trova a crescere.
Alcuni ragazzi che tu ci presenti nel romanzo provengono da famiglie difficili ma è solo con tanta pazienza e tanto dialogo, che decidono di parlarne. Credi che la paura di essere giudicati per qualcosa per la quale non hanno alcuna colpa sia un freno per loro per essere davvero se stessi e realizzare i propri sogni?
Sicuramente la paura di essere giudicati è un freno, che poi va in linea parallela con il fatto di indossare maschere per dimostrarsi qualcuno di diverso, e appunto evitare di essere giudicati. Col tempo si impara che tanto nel mondo c’è sempre qualcuno che giudica, magari anche offendendo, per ferire. Ma da ragazzi è difficile uscire da certe situazioni.
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