Intervista a Rocco Anelli: io e la mia sana quantità giornaliera di Arte

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Non si capisce mai per davvero di essere artisti, a meno a che non siano gli altri ad “accusarti” di esserlo

rocco anelliE’ decisamente un vero artista il giovane Rocco Anelli, cantante lirico, compositore, regista, attore e scrittore, preparatatissimo in ogni settore e dotato di una parlata fluida e sciolta. Insomma, parlare con lui, è davvero un autentico piacere. Come lo è leggere I bagnanti (Les Flauneurs Edizioni), il suo primo romanzo dal sapore sia cinematografico che teatrale…

Rocco, cantante lirico, compositore, regista e scrittore, con un grande amore anche per il Teatro e per il Cinema… Insomma, possiamo proprio dire che l’Arte scorra pienamente nelle tue vene… Ma che cosa significa essere un artista e quando hai capito di esserlo?

Non si capisce mai per davvero di essere artisti, a meno a che non siano gli altri ad “accusarti” di esserlo. Di certo, definirsi autonomamente artisti è un gesto fin troppo autocelebrativo. Al momento, preferisco non definirmi ed accettare volentieri – ovviamente anche con una sana dose d’ansia – i giudizi e gli appellativi degli altri. Posso confermare, però, di vivere d’arte. Ne utilizzo una “sana” quantità giornaliera, ma il bello dell’arte è proprio che essa non si consuma mai sebbene venga consumata – o sarebbe il caso di dire consultata. Principalmente, io mi limito a creare. L’arte non è altro, a mio avviso, che il concretizzarsi di una spinta vitale, creatrice e creativa. Pertanto, che parta dallo scrivere un manoscritto, una sceneggiatura, dallo scoprire un luogo inesplorato dove piantarci una macchina da presa, o dal chiacchierare con degli attori sulla ragion d’esistere d’un personaggio, il processo creativo si concretizza sempre in un’esigenza creatrice. Credo d’aver iniziato sin da piccolo, probabilmente frequentavo ancora la scuola elementare, a riversare su carta i miei pensieri, e a poco a poco questa esigenza si è sempre più ampliata, prendendo consapevolezza di sé verso la fine del liceo. Da allora ho deciso di non poter più fare a meno di condividere con gli altri le allegorie delle mie sensazioni e delle mie elucubrazioni.

Certo, una cosa è cantare ed essere l’assoluto protagonista sul palcoscenico e una cosa ben diversa è stare dietro le quinte per scrivere una colonna sonora o curare la regia. Come riesci a passare da davanti a dietro le quinte con tanta disinvoltura?

Semplicemente, non lo faccio! Pochi eletti hanno avuto il piacere – o il dispiacere – di sentirmi cantare. Eppure, ammetto che mi piace particolarmente sentirmi il protagonista d’un opera, di un film o di un romanzo. Ecco perché con la regia, con la musica, con le parole mi concentro ad inondare ogni angolo d’un racconto, di un’opera o di un film con la mia personalità e la mia visione. A mio avviso, immaginare e veder concretizzarsi davanti ai propri occhi le proprie idee è tutto ciò che ricerco nell’arte, è la sensazione che più mi travolge e che – a tratti – diventa una vera e propria necessità. Ed ecco il segreto di come (non) passo da davanti a dietro le quinte con disinvoltura!

Leggendo con attenzione I Bagnanti si nota che possiede una grande potenza visiva e cinematografica. Hai mai pensato di trarne una sceneggiatura?

I bagnanti nasce, a dir la verità, proprio come un testo filmico. Alla fine del liceo, carico di idee e di sensazioni inesplorate, pensai bene di scrivere una sceneggiatura. Chiaramente, non avevo bene idea di cosa questo volesse dire. Tramite ricerche indipendenti, ero riuscito a mettere le mani su svariati testi e copie di sceneggiature di grandi film del passato, pubblicate e facilmente reperibili. Durante l’università, inoltre, iniziai a seguire lezioni di scrittura per film e così decisi di iniziare a scrivere I bagnanti. Subito dopo, però, mi resi conto di quanto i due media – il romanzo e la sceneggiatura – fossero diversi. Allora decisi di concentrarmi sui vari personaggi, sulle loro emozioni e soprattutto sulle descrizioni dei luoghi e dalle sensazioni scaturite da quest’ultimi. Il risultato, per l’appunto, è stato un romanzo che ha un occhio di riguardo, non casuale, alla sfera sonora e visiva del mondo del racconto, che vuole descrivere con minuziosa attenzione ogni dettaglio dei luoghi popolati dai ragazzi, come fosse una sorta di diario, una raccolta di appunti, in modo tale che non possa mai dimenticarmi di quella borgata circondata da spiagge e colline alberate.

Tuttavia, ha anche quel qualcosa di teatrale che affascina profondamente un lettore attento e accorto… Lo vedresti bene anche a Teatro?

Quanto mi piacerebbe veder correre i dieci bagnanti su di un palcoscenico! La risposta, quindi, è assolutamente si! Chiaramente, I bagnanti dovrebbe subire un’ulteriore trasformazione, ma son sicuro che riuscirebbe a resistere all’ennesima metamorfosi. Credo che gli elementi che si prestino particolarmente bene ad una trasposizione teatrale dell’opera siano da ricercare nell’impianto tragico del racconto e nella sua funzione formativa. I dieci ragazzi affrontano esperienze catabatiche, riti di iniziazione e prove di coraggio per tentare di fare il loro ingresso nell’età adulta. Un altro elemento che sono certo che il teatro riuscirebbe ad enfatizzare ancor di più è la caratteristica del testo di provar a raggiungere ripetute volte un climax emotivo, ritirandosi e tacendo proprio a pochi passi dal raggiungimento di tale compimento. Questa caratteristica del provare a dire tutto, senza dire troppo, a mio avviso, si presterebbe particolarmente per una trasposizione teatrale, dove tutte le parole non dette si concretizzerebbero nell’ultima ed unica esplosione emotiva del romanzo: l’inarrestabile arrivo della violenza fisica.

Se dovessi pensare a una sua colonna sonora, a quale genere musicale punteresti e perché?

I bagnanti è stato scritto sulle note di svariate musiche, tra loro estremamente simili, eppure diverse, divise da vari generi e stili. L’idea musicale principale è quella del valzer. La musica briosa, leggera, che procede quasi ciclica nel suo andare e senza mai fermarsi a guardare indietro, ricorda all’ascoltatore la spensieratezza e la leggiadria del ballo, senza mai stancare o affaticare l’udito e la mente. Flauti e leggere percussioni di triangolo rievocano il cinguettio degli uccelli e lo sfavillio dell’acqua. Oltre a dei valzer di Tchaikovsky, I bagnanti si sono ispirati a colonne sonore più contemporanee, principalmente ambientati agli inizi del ventesimo secolo. Ed è proprio questo il genere di musica che assocerei ad I bagnanti, una leggiadra e ballabile suite d’una colonna sonora dei primi decenni del ‘900.

Ma se invece dovessi scrivere quella della tua vita che rappresenti la tua persona fin da quando eri solo un bambino, con quali caratteristiche la vorresti?

Anche qui, come sfuggire alla bellezza della musica novecentesca e alla musicalità dei valzer. Ecco si, la colonna sonora della mia avrebbe un non so che di gioioso ed al contempo nostalgico, come un motivetto d’una suite di musica da film per orchestra. Desidererei avesse un’overture, un po’ per capire ed intercettare tutti i temi della mia vita, senza averli ancora conosciuti e ben compresi. Eppure, sappiamo tutti che la vita inizia senza anticipazioni future, con un tema affidato al protagonista che varia, muta e matura per tutto il resto del nostro cammino. Quindi, per rispondere in breve, la colonna sonora della mia vita sarebbe una colonna sonora d’un film della prima metà del ‘900, con un gran pezzo moderno a sintetizzatori che sbuca ogni tanto, come un monito d’una contemporaneità inespugnabile, per disorientare l’ascoltatore.

Rocco di ieri, oggi e domani. Per che cosa ti senti di dire grazie a quello del passato e a quello attuale? E che cosa ti senti di augurare a quello del futuro?

Al me del passato vorrei dire tante parole di conforto e ringraziarlo per non aver mai lasciato riposare la propria penna. Vorrei ringraziarlo per aver scritto I bagnanti e di essere stato saggio nel saper accettare il miglior compromesso nel momento più giusto. Al Rocco del presente non saprei cosa dire. Forse lo ringrazierei per essere cambiato e non essere più come quel Rocco del passato, senza però averlo ucciso o abbandonato, ma avendolo assimilato ed accettato come una parte di sé.

Ed infine, lo ammetto: sono una persona che vive rivolta al passato e guarda spesso solo il futuro. Del presente, spesso, mi dimentico. Perciò al Rocco del futuro auguro il meglio, continuo ad augurargli di lavorare tanto, e sodo, e di non stancarsi, anche nei momenti costellati da – all’apparenza – insuperabili avversità. Chiaramente, però, gli auguro – e mi auguro – di realizzare quei sogni che finalmente inizia, a poco a poco, a tirar fuori dal cassetto. E forse gli auguro anche di parlar meno!