“Ho fatto spazio. Strappi di vita quotidiana di una donna” (Albatros Edizioni) è un memoir auto-biografico nel quale Silvia Canuti ripercorre insieme al lettore alcuni dei momenti più complessi della propria vita e li trasforma in racconto. L’opera è costruita per capitoli tematici e affronta questioni molto diverse tra loro: la violenza subita in tenera età dall’autrice, il lavoro nelle comunità per tossicodipendenti, la povertà incontrata nelle favelas brasiliane, il matrimonio, la maternità, la perdita di due figli in grembo, il cancro, l’anoressia della figlia, il Covid e la morte del padre.
A tenere insieme tutte queste esperienze è un’espressione che ritorna spesso nelle pagine dell’esordio di Canuti: “fare spazio”. Fare spazio al dolore, alla rabbia, alla vergogna, al senso di colpa, senza negare ciò che è stato ma cercando di trovare un modo per continuare a vivere.
Silvia Canuti scrive da donna, da madre e da educatrice. La sua esperienza professionale nel mondo del disagio sociale e della tossicodipendenza attraversa tutto il libro e le permette di osservare la sofferenza con uno sguardo concreto, mai astratto. Ciò davanti a cui il lettore si ritrova è un’opera molto intima ma anche capace di parlare a chiunque: un libro universale perché mette al centro temi come la fragilità e la paura di perdere qualcuno, il bisogno di sentirsi amati e la difficoltà di accettare ciò che non può essere cambiato.
In questa conversazione con Silvia Canuti si è cercato di andare più a fondo per approfondire alcuni dei nuclei più profondi del romanzo. Ne emerge il ritratto di un’autrice attenta alle sfumature emotive e alla dimensione umana dei suoi personaggi, capace di raccontare la vulnerabilità senza retorica e di costruire una narrazione che lascia spazio tanto alla riflessione quanto all’empatia.
Nel libro racconti esperienze molto diverse tra loro, che vanno dalla violenza subita da bambina fino al Covid e alla perdita di tuo padre. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che tutte queste vicende avevano un filo comune e potevano diventare un unico libro?
Avrei avuto molti altri episodi da raccontare con una carriera di oltre 30 anni nel sociale senza mai emergere con libri, ricerche e quant’altro, ma semplicemente lavorando per il bene comune… con ciò che sono e quindi con fragilità, limiti, errori… Ma i dieci episodi che ho scelto e messo in ordine temporale da quand’ero bambina sino all’oggi, sono stati da me selezionati perché in modo particolare si univano fra loro con il titolo che da tempo mi risuonava in testa “Ho fatto spazio”. Questi dieci episodi così come raccontati con l’unico criterio dell’etica della verità, mi hanno smosso dentro il sentimento del fare spazio come valore da non perdere e sul quale poter costruire un modello di aiuto nella rielaborazione del dolore.
Scrivere significa spesso dare ordine ai ricordi, ma nel tuo caso sembra esserci stato anche un bisogno di restituire dignità a momenti della tua vita che forse erano rimasti sospesi. Quanto ti ha aiutato la scrittura a guardare alcune esperienze con occhi diversi?
Scrivere è una delle cose che ho sempre fatto con grande disinvoltura sin da bambina, a partire dal mio diario, sino ai temi delle medie, agli articoli su giornalini locali… Scrivere mi ha sempre aiutata a esprimere con grande determinazione i miei ideali di giovane donna e ora di professionista. Mentre scrivevo i dieci racconti del mio “Ho fatto spazio” ho cercato di rivivere gli episodi con tanta concentrazione per ricordare cosa avevo realmente provato; per riuscire a trasmettere lo stesso brivido, il dolore dilaniante, l’impotenza, la rabbia, la vergogna. Credo che oggi sia molto necessario poter trasmettere le emozioni in modo autentico e reale.
In “Ho fatto spazio” racconti spesso il dolore degli altri: i ragazzi delle comunità, i genitori disperati, le persone incontrate in Brasile, tua figlia, tuo padre. Hai avuto la sensazione che prenderti cura degli altri sia stato anche un modo per prenderti cura di te stessa?
Devo dire di no, nei miei racconti non c’è una introspezione legata a me bambina, a me figlia, a me…. io racconto episodi della mia vita con le mie emozioni e i sentimenti che sono nati o che ho perso dentro a quella situazione. Da tempo, ho perdonato la me stessa imperfetta, ho coccolato la me-bambina. Da tempo ho realizzato la me stessa professionista… Prima di scrivere della propria vita, credo sia necessario avere di sé stessi una idea e una sorta di strada un po’ già percorsa e un po’ che già si intravede.
“Ho fatto spazio” insiste molto sul concetto di ascolto. In molte situazioni che racconti, dal disagio giovanile ai disturbi alimentari, emerge il bisogno di sentirsi ascoltati davvero. Pensi che oggi manchi questa capacità di fermarsi e ascoltare senza giudicare?
Penso proprio che nell’oggi così come lo viviamo e lo intraprendiamo, non c’è spazio per l’ascolto. La fretta, le innumerevoli attività oltre gli impegni scolastici e lavorativi, gli stessi social impediscono la pratica dell’ascolto. L’ascolto richiede innanzi tutto di essere con l’interlocutore ed evitare distrazioni, concentrarsi su di lui anche con gli occhi, la postura… L’ascolto attivo richiede empatia cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro senza giudizio. Non bisogna interrompere il racconto, occorre usare un tono rilassato e caldo e ripetere sempre le parole usate dal nostro interlocutore. Non dimentichiamoci che l’ascolto è alla base delle amicizie, delle relazioni familiari, a scuola, nel lavoro, nella gestione dei conflitti…Capite bene che l’ascolto così come espresso e descritto richiede un investimento di tempo, energie e desiderio di creare uno stile di aiuto che cozza molto con il tempo in cui viviamo l’oggi.
Nel capitolo dedicato agli aborti spontanei scrivi pagine molto intense sul senso di colpa e sulla difficoltà di parlare della perdita di un figlio che non è mai nato. Secondo te esiste ancora una certa solitudine attorno a questo tipo di dolore?
Ho una amica d’infanzia che ha vissuto tre aborti spontanei di cui l’ultimo tenuto in vita per qualche giorno: pesava come un piccolo gattino. Lo hanno sepolto e poi hanno adottato due fratellini stranieri che oggi sono diventati padri di famiglia mentre la mia amica da cinque anni sta vivendo il dramma del cancro al muscolo addominale! Esiti e residui di diversi raschiamenti? Esiste molta solitudine nelle donne che affrontano il dolore di un aborto spontaneo: ma è molto difficile far capire a chi non lo vive quanto quel battito rappresenti da subito sangue del tuo sangue. È difficile comprendere quanto sia ancestrale e primitivo quel senso di cura e attenzione verso quella vita che il tuo grembo ospita. Ed è quasi impossibile riuscire a far capire tutto questo mentre ti impegni a lasciare andare una parte di te e vivi un dolore così tanto intensamente da non riuscire a condividerlo con nessuno e purtroppo neanche con il tuo compagno. Poniamo molta attenzione alla solitudine, il termine deriva dal latino “solitudo” che significa luogo deserto.
Le pagine sul cancro e sull’operazione alle ovaie mettono al centro anche il rapporto con il corpo femminile. Hai raccontato non solo la paura della malattia, ma anche quella di sentirti diversa, privata di una parte importante di te. Quanto è stato difficile affrontare questo aspetto?
È stato davvero difficile affrontare da sola la perdita di una parte fondamentale della mia femminilità, la parte creativa in tutti i sensi. È vero e ho precisato che avevo già avuto i miei quattro figli, ma questo non è stato il mio primo pensiero, bensì una forma di consolazione. Il mio primo pensiero è stato come rielaborare la perdita, la paura, i cambiamenti nell’immagine di me stessa. Ricordo il dolore di non sentirmi più abbastanza sensuale nell’intimità con mio marito, e inevitabilmente tutto ciò che ha comportato la menopausa precoce, sia a livello fisico che a livello psichico.
In “Ho fatto spazio” emerge spesso il contrasto tra la durezza della vita e la capacità di trovare comunque bellezza nelle cose semplici: un paesaggio, una famiglia riunita, una carezza, un gesto. Quanto conta, per te, saper riconoscere questi momenti anche nei periodi più difficili?
Riconoscere il bello nei momenti più difficili non significa ignorare il dolore o fingere che tutto vada bene. Significa riuscire a vedere qualcosa che continua ad avere valore: un gesto, una luce di una candela accesa, un pensiero, un albero che piano piano sta mettendo radici, qualcuno che ti resta vicino, il silenzio, accorgersi di essere più forti di quanto si pensasse. Io vivo di particolari, di osservazione attenta di ogni cosa che si muove attorno a me e questo mi ha sempre restituito qualcosa di bello pronto a rinfrancarmi, a consolarmi, a ridarmi una spinta positiva. Vi ricordo Frida Kahlo ha trasformato il dolore fisico ed emotivo in arte.
La figura di tuo marito Gianluca attraversa tutto “Ho fatto spazio” come una presenza costante, discreta ma fondamentale. Quanto è stato importante per te raccontare anche l’amore, oltre al dolore?
Raccontare l’amore ha reso la mia famiglia unita e molto solida. Spesso mio marito ancora oggi che i nostri figli sono adulti, racconta il nostro innamoramento, le nostre coccole… e questo fa quasi più effetto a loro che a noi. Sapere di aver avuto due genitori che si sono amati rende i figli capaci di riconoscere i loro sentimenti e quelli altrui, quelli autentici! L’amore va raccontato, mostrato e fatto sentire come memoria solo così potremo avere nuovamente generazioni di giovani che sanno accogliere, essere sicuri, capaci di fare passi importanti di coppia. L’amore raccontato costruisce identità e fiducia.
Nel capitolo dedicato al sacerdote incarcerato scegli di guardare prima all’uomo e poi al suo errore. È una posizione che richiede coraggio e che potrebbe far discutere. Da dove nasce questa tua esigenza di provare a comprendere le persone anche quando hanno sbagliato?
“Errare humanum est”. Sbagliare è umano, lo diceva già Seneca nel I secolo d.C. Mi ha sempre affascinato guardare alla complessità della persona e non solo all’errore. Ho imparato che dietro a ogni sbaglio ci sono sempre fragilità, storie complesse, difficoltà relazionali. Credo, anzi ne sono certa, che la mia sia una intelligenza emotiva cioè capace di leggere anche ciò che non è detto ma che deduco dall’esterno. Detto questo per me è sempre stato fondamentale capire perché una persona ha sbagliato e in qualche modo consegnargli la mia lettura per cercare di favorire il processo di perdonare sé stessi ed eventualmente arrivare sino alle vittime. Ho sempre pensato e l’oggi che vivo me lo conferma ancora, che riuscire a comprendere l’altro è un atto che va coltivato con equilibrio, una certa protezione della propria privacy, e una continuata formazione in merito alle tecniche di comunicazione. Non importa salvarne tanti se perdiamo quell’uno tra i più pericolosi: la storia ce lo insegna, quell’uno pericoloso ha fatto molto male, molte vittime innocenti, creato una mentalità distruttiva e disumana….
Se una lettrice o un lettore dovesse chiudere il tuo libro portando con sé una sola idea, una sola consapevolezza, quale vorresti che fosse?
Non avere paura! Non crollare sotto a ciò che la vita ti riserva. Rialzati. Chiedi aiuto. Sii onesto e avanti… vola!
Infine, se dovessi descrivere “Ho fatto spazio” con tre soli aggettivi, quali sarebbero e perché?
Penso che il mio libro sia sincero perché non ho mancato di raccontare nulla degli episodi che ho scelto. Intenso perché racconta esperienze di vita forti e profonde e resiliente perché ho messo al centro la capacità di affrontare le difficoltà e “fare spazio” per ricostruirsi… senza dimenticare. Grazie.
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