Cultura

Krasznahorkai vince il Nobel 2025: l’arte nell’apocalisse

Il Nobel 2025 a Krasznahorkai premia una prosa visionaria e ipnotica che resiste all’assurdo e riafferma il potere dell’arte nel caos globale

STOCCOLMA – Con il Premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai ha posto il sigillo finale su una carriera fatta di frasi interminabili e visioni vertiginose. L’annuncio dell’Accademia Svedese, che lo ha insignito del riconoscimento “per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”, è la consacrazione definitiva di uno degli autori più singolari, complessi e influenti del panorama contemporaneo.

Per chi si avventura per la prima volta tra le pagine di Krasznahorkai, l’esperienza è subito rivelatrice: la sua prosa non è una passeggiata, ma un fiume in piena, ininterrotto e ipnotico. Lo scrittore ungherese è celebre per le sue “frasi fiume”, architetture sintattiche monumentali che possono estendersi per intere pagine, inglobando digressioni, pensieri e descrizioni con una cadenza quasi musicale e un’intensità asfissiante. Questo stile, tutt’altro che un vezzo, è l’espressione diretta della sua visione del mondo.

Krasznahorkai è infatti universalmente noto come il “maestro dell’apocalisse”. I suoi romanzi, da classici come Satantango (portato sullo schermo da Béla Tarr in un film culto di sette ore) e Melancolia della resistenza, a opere più recenti come Il ritorno del barone Wenckheim o Guerra e guerra, dipingono paesaggi di desolazione e decadenza, perlopiù ambientati in una Ungheria rurale o post-socialista in disfacimento. I suoi personaggi sono solitari, emarginati, spesso intrappolati in un eterno stato di attesa per un cambiamento che non arriva mai, o che si manifesta solo attraverso figure messianiche ambigue e false promesse.

Eppure, in questa oscurità palpabile, si nasconde il nucleo della motivazione del Nobel: l’arte come ultima, disperata affermazione di senso. Nelle sue opere più contemplative, come Seiobo è discesa quaggiù, lo sguardo si sposta anche verso l’Oriente, cercando e trovando un fugace lampo di bellezza, armonia e sacro nell’arte e nell’artigianato, che sembra resistere all’inesorabile declino dell’umanità.

Come ha evidenziato la critica, la sua non è una letteratura di speranza nel senso comune del termine, ma una di “endurance through absurdity” la capacità di resistere all’assurdo.
Già insignito di premi importanti come l’International Man Booker Prize nel 2015, il nome di Krasznahorkai circolava da tempo tra i favoriti. La sua vittoria non è solo un tributo al genio letterario ungherese.

É il secondo ungherese a vincere, dopo Imre Kertész nel 2002 ma anche un chiaro segnale da parte dell’Accademia: in tempi di caos politico e incertezza globale, la letteratura che interroga il fondo della crisi e la condizione umana con una lingua visionaria e inclassificabile, mantiene una sua forza irrinunciabile. L’Apocalisse letteraria di Krasznahorkai, insomma, ci ricorda che anche quando il mondo crolla, l’arte rimane. E forse, è proprio questo l’unico vero motivo di speranza.

A cura di Francesco Forziati

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Redazione L'Opinionista

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