Lavoro

Leadership e genere: il paradosso della performance e il talento che si disperde

Nel dibattito sulla parità nel lavoro, la leadership rappresenta ancora oggi uno dei principali punti di frizione. Non perché manchino competenze o ambizioni femminili, ma perché il percorso che conduce ai ruoli decisionali continua a essere selettivo in modo asimmetrico. Le donne entrano, crescono, ma spesso non arrivano. È il fenomeno ormai noto come leaky pipeline: una perdita progressiva di talento lungo la scala gerarchica.

Per comprendere questo squilibrio, è necessario spostare lo sguardo dal singolo individuo alle organizzazioni. In particolare, ai modelli di leadership e ai sistemi che regolano valutazione, promozione e riconoscimento del merito. Negli ultimi anni, la ricerca internazionale ha iniziato a interrogarsi sul ruolo delle cosiddette culture ad alta performance: ambienti in cui tutto ruota attorno ai risultati, alla competizione interna e alla capacità di distinguersi.

Una recente ricerca scientifica dal titolo Does a High-Performance Culture Fix the Leaky Pipeline?, evidenzia un dato particolarmente significativo: le aziende fortemente orientate alla performance tendono ad attrarre più donne nelle fasi iniziali della carriera, ma mostrano una presenza femminile significativamente più bassa nei livelli apicali. Lo studio, condotto su oltre 226 aziende internazionali e più di 83 mila lavoratori, analizza i sistemi di performance-driven talent management (PDTM), ovvero quei modelli organizzativi fondati su valutazioni continue, forte responsabilizzazione individuale, premi ai migliori performer e rapida esclusione dei profili considerati meno competitivi. Secondo la ricerca, questi sistemi possono apparire meritocratici, ma finiscono per produrre effetti differenti lungo la gerarchia aziendale, aggravando la dispersione del talento femminile nei ruoli di vertice.

Il punto critico risiede nei meccanismi che definiscono il successo. Nei contesti ad alta performance, l’avanzamento non dipende solo dai risultati raggiunti, ma anche dalla capacità di aderire a un certo modello di leadership: visibilità costante, disponibilità totale, competitività individuale, presenza continua. Si tratta di criteri che, pur presentati come neutrali, finiscono per favorire percorsi professionali lineari e continuativi, meno esposti a interruzioni o rinegoziazioni.

A questo si aggiunge un elemento meno visibile ma decisivo, emerso anche da recenti studi sulle dinamiche organizzative: la dimensione relazionale della leadership. Non basta ottenere risultati o dimostrare performance elevate per avanzare; conta anche la qualità del rapporto con chi valuta, promuove e riconosce il merito. Ed è proprio su questo terreno che continuano a emergere alcune delle criticità più profonde nei percorsi di crescita professionale delle donne.

La percezione di discriminazione di genere influisce direttamente sul rapporto tra lavoratrici e management. Nei contesti percepiti come poco equi si riducono fiducia, supporto e senso di riconoscimento, con conseguenze concrete sulla soddisfazione lavorativa e sul coinvolgimento nell’organizzazione.

Il dato introduce una prospettiva complementare rispetto agli studi sulla performance: la leadership non è soltanto una questione di obiettivi e risultati, ma anche di qualità delle relazioni interne. Quando viene meno la percezione di equità, si indebolisce il legame con l’organizzazione e aumenta il rischio di disinvestimento professionale ed emotivo.

In altre parole, la leadership agisce su due livelli: quello strutturale, attraverso sistemi di valutazione e promozione, e quello relazionale, attraverso il riconoscimento, il supporto e la qualità dell’interazione quotidiana. Ed è proprio dall’intreccio tra queste due dimensioni che nasce il divario.

La letteratura sul tema è ormai concorde nel rilevare come le caratteristiche associate alla leadership – assertività, decisionismo, competitività – siano ancora culturalmente più vicine al modello maschile. Questo produce un effetto cumulativo: anche in sistemi formalmente meritocratici, le donne hanno minori probabilità di essere percepite come “naturalmente adatte” ai ruoli apicali.

Non a caso, molte organizzazioni mostrano una buona presenza femminile nei livelli iniziali o intermedi, ma registrano un drastico calo nelle posizioni apicali. È il segnale che il problema non riguarda il talento, ma le condizioni organizzative che ne permettono – oppure ostacolano – la crescita.

A incidere è anche il tema dell’equilibrio tra vita professionale e personale. La cultura ad alta performance viene spesso associata a lunghi orari di lavoro, elevata disponibilità e forte pressione sui risultati. In un contesto in cui il lavoro di cura continua a gravare prevalentemente sulle donne, questi modelli rischiano di produrre un’ulteriore selezione indiretta.

Il risultato è un paradosso evidente: organizzazioni che puntano sulla meritocrazia e sulla valorizzazione dei talenti finiscono, spesso inconsapevolmente, per riprodurre squilibri strutturali, non necessariamente per discriminazione esplicita, ma per l’effetto combinato di stereotipi culturali, pratiche organizzative e modelli relazionali.

Affrontare davvero il tema della leadership di genere significa allora andare oltre le dichiarazioni di principio. Significa ripensare i sistemi di valutazione, rendere più trasparenti i percorsi di carriera, investire sulla qualità delle relazioni interne e costruire modelli di leadership più inclusivi.

La vera sfida non è soltanto far entrare più donne nelle organizzazioni, ma creare le condizioni affinché possano restare, crescere e vedere riconosciuto il proprio potenziale di leadership.

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Pubblicato da
Franca Terra

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