Eccolo “A piedi nudi” il nuovo disco dei Nigra che scelgono Catania e la Dcave Records di Daniele Grasso per fare un passo verso il rock mediterraneo che punta i “piedi” proprio verso una contestazione civile, sociale, politica forse… nel senso romantico di queste parole. Siamo figli di una stessa terra quale che sia la latitudine. E dentro un disco che verte principalmente dentro ricami del rock analogico, suonato e non programmato, tutto questo viene codificato dentro allegorie e fotografie del quotidiano. E le sfumature urbane di contestazione sociale come dentro “In Basso” si alternano al pop rock identitaria di “Chi sono?” che tanto richiama alla mente quel ritorno di scena degli Zero.55.
Un titolo che sembra farci percepire il contatto con la viva carne. Dunque un contatto senza protezioni, senza filtri… ha senso per voi?
Sì, ha senso eccome. A Piedi Nudi è proprio questo: stare sulla terra senza scarpe, sentire ogni asperità. È un titolo che non ti concede scuse, ti mette davanti alle cose senza possibilità di ammorbidire il colpo. Noi volevamo un disco che non si proteggesse da nulla, che mostrasse la carne e anche le ferite. Non per compiacere, ma per riconoscersi.
Il suono, che torna alle radici veraci del rock, rientra in questo concetto di contatto senza filtri?
Assolutamente. Il nostro rock nasce dalla necessità di restare aderenti al reale. Ci interessavano le vibrazioni primitive: le chitarre che non chiedono permesso, la batteria che respira come un corpo, la voce che non vuole risultare elegante a tutti i costi. Quel suono “verace” è l’altra faccia di A Piedi Nudi: se il disco parla di pelle, allora anche il suono dev’essere pelle.
Però ci sono anche filtri e soluzioni elettroniche, come nelle voci iniziali di “È un altro giorno”. Che tipo di maschere sono?
Non sono maschere per nasconderci, ma per amplificare lo stato d’animo. In “È un altro giorno” le voci filtrate rappresentano i pensieri ancora impastati col sonno, quei rumori interiori che senti prima di rialzarti e decidere se affrontare o evitare le cose. Sono un velo momentaneo: un confine sottile tra l’intimo e il mondo. E quando la voce “vera” entra, quel velo si strappa.
Si parla di Mediterraneo. Un luogo sociale, storico, di popolo più che una direzione geografica?
Sì, il Mediterraneo per noi non è un mare: è un modo di vivere le contraddizioni. È il luogo dove tutto si mescola — lingue, religioni, rabbie, speranze. È una cultura che porta addosso la fatica e la festa, la memoria e il caos. Da calabresi ci cresci dentro, è inevitabile: ciò che scriviamo ha quell’odore lì, quell’eccesso, quella malinconia bruciata dal sole. Non è geografia: è sangue.
Nella prima traccia c’è il coro di “El pueblo unido…”. Il disco parla di rivoluzione più in senso storico che politico?
Sì, la nostra è una rivoluzione dell’essere umano, non del partito. Quel coro è un fantasma che torna dal passato, un eco collettivo che ti ricorda che ogni cambiamento parte sempre dalle persone comuni. Non vogliamo arringare le masse, non è il nostro ruolo. Quello che facciamo è raccontare ciò che vediamo: più cronaca emotiva che incitamento. La rivoluzione, per noi, è restare svegli.
In “Sudamerica” ci si aspetterebbe un colore coerente con l’ambientazione, e invece arriva tanto blues. Cos’è per voi il blues?
Il blues è il nostro modo di non mentire. È il linguaggio che usiamo quando non abbiamo voglia di abbellire niente. In “Sudamerica” non volevamo imitare un immaginario folkloristico: ci interessava il senso di distanza, migrazione, nostalgia. E il blues, con la sua corda sempre un po’ stonata di dolore, ci sembrava il mezzo più onesto. In realtà è un filo che attraversa tutto il disco: come dire che, ovunque vai, ti porti sempre dietro il tuo peso.
“Il Mio Mondo”: il fischio iniziale cita Dalla?
Più che una citazione è un riflesso spontaneo. Dalla fa parte del nostro immaginario, è inevitabile che qualcosa riaffiori. Quel fischio è un gesto quotidiano, quasi un richiamo, un modo per aprire un paesaggio prima ancora di suonarlo. Se qualcuno ci sente dentro un’ombra di Dalla, lo prendiamo come un complimento. Ma non è una citazione voluta: è una traccia culturale che emerge senza pensarci troppo.
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