Secondo un nuovo studio europeo, il parental control da solo non protegge i bambini e può danneggiare il rapporto genitori-figli.
Il parental control, presentato da molte aziende come soluzione semplice per proteggere i minori online, potrebbe in realtà non essere così efficace come si pensa. Secondo una nuova ricerca del progetto EU Kids Online, che ha coinvolto oltre 25 mila ragazzi tra i 9 e i 16 anni in 25 Paesi, i filtri digitali non solo limitano le opportunità educative, ma rischiano anche di danneggiare il rapporto di fiducia tra figli e genitori.

Il controllo, da strumento di tutela, si trasforma in sorveglianza opaca, e può compromettere la costruzione di un dialogo aperto sul digitale.
I limiti tecnici e relazionali dei filtri di controllo
Il report è firmato da Bieke Zaman e Marije Nouwen, due esperte che sottolineano come i filtri, più che proteggere, finiscano per restringere lo spazio di autonomia dei ragazzi. Un adolescente curioso trova online risorse, forum, stimoli culturali e contatti che possono favorire la crescita. Bloccare tutto questo in nome della sicurezza, senza spiegazioni, può generare frustrazione e sfiducia. Secondo il professor Paolo Ferri, docente di Tecnologie per la didattica alla Bicocca di Milano, già dopo gli 11-12 anni, questi strumenti diventano controproducenti: i ragazzi sviluppano presto competenze tali da aggirare i blocchi senza difficoltà, trasformando il filtro in una sfida da vincere.
In Italia, il parental control è poco utilizzato: solo il 16% dei dispositivi ne è dotato, e nel caso di smartphone e tablet si scende al 2%. E proprio questi ultimi sono gli strumenti che più spesso finiscono nelle mani dei bambini, anche piccolissimi. La discrepanza tra tecnologia disponibile e consapevolezza genitoriale è forte. E se il filtro viene attivato in automatico, senza dialogo, rischia di diventare solo un alibi. I genitori, spiega Ferri, devono spiegare le regole, condividerle e farle comprendere, altrimenti la loro efficacia educativa si azzera.

La vera alternativa, secondo gli esperti, non è blindare, ma educare presto, già a partire dai 2 anni, quando il bambino sviluppa una curiosità tattile e visiva che si può incanalare verso un uso consapevole degli schermi. Perché per i più piccoli il digitale non è un “altro mondo”: è parte integrante della realtà. Già durante l’allattamento, spesso vedono i genitori usare lo smartphone, e per loro quel gesto diventa normale quanto bere un bicchiere d’acqua.
L’educazione digitale inizia dai gesti dei genitori
Il nodo centrale non è se il parental control serva oppure no, ma cosa fanno gli adulti. Secondo Ferri, i bambini osservano e assorbono: imparano come ci si comporta online guardando i genitori, spesso alle prese con social network usati in modo impulsivo, tra insulti, polemiche e uso compulsivo. La mancanza di consapevolezza digitale si trasferisce così da una generazione all’altra, rafforzando divari culturali già presenti, specialmente in Italia, dove le differenze sociali incidono fortemente anche sull’apprendimento scolastico.
Lo studio EU Kids Online evidenzia che molti adulti, soprattutto quelli nati prima dell’era digitale, vivono la tecnologia in modo anfibio, con un piede nella carta e l’altro nel web. I trentenni e persino i ventenni, dice Ferri, non sono davvero nativi digitali: hanno imparato a usare la rete in un secondo momento, mentre i bambini di oggi nascono già con una presenza online. Il 30% delle future mamme pubblica foto delle ecografie, e l’81% dei bambini sotto i 2 anni ha una propria immagine sul web. Negli Stati Uniti, la percentuale sale al 92%.
Questa esposizione precoce trasforma l’identità digitale in un prolungamento della vita reale. Ecco perché la formazione va anticipata, creando un linguaggio comune in famiglia prima ancora dell’età scolare. Solo così la rete può diventare uno spazio condiviso, uno strumento per imparare e per costruire regole negoziate, invece di un campo minato da cui fuggire. La scuola, da parte sua, è indietro, con un corpo docente tra i più anziani d’Europa e strumenti spesso scollegati dal percorso educativo.
Nel frattempo, le famiglie restano il primo luogo di apprendimento digitale. E in quell’ambito, il parental control da solo non basta. Serve tempo, dialogo, e una presenza consapevole davanti agli schermi. Perché non è questione di controllo, ma di responsabilità educativa.











