Il 5 marzo 2026 la Commissione europea ha presentato la nuova Strategia per l’uguaglianza di genere 2026-2030, un documento programmatico che intende rafforzare le politiche di parità in tutti gli ambiti della vita sociale, dal lavoro alla sanità, dalla politica all’ambiente digitale. La Commissione parte da un dato che preoccupa: secondo le stime dell’European Institute for Gender Equality, al ritmo attuale di cambiamento servirebbero circa cinquant’anni per raggiungere la piena parità tra uomini e donne nell’Unione europea. Nonostante i progressi degli ultimi anni – dalle norme sulla trasparenza salariale alle direttive contro la violenza di genere e per l’equilibrio nei consigli di amministrazione – persistono profonde disuguaglianze tra gli Stati membri e all’interno delle stesse società europee.
La nuova strategia punta quindi a trasformare in azioni concrete gli obiettivi già indicati nella Roadmap europea sui diritti delle donne adottata nel 2025. Tra le priorità figurano il contrasto alla violenza di genere – con particolare attenzione alle forme digitali come cyberviolenza, deepfake sessuali e cyberbullismo – la riduzione del divario retributivo e pensionistico, il rafforzamento della presenza femminile nei settori scientifici e tecnologici e una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale. Per la prima volta la strategia affronta anche il tema della sanità in chiave di genere, con l’obiettivo di migliorare la ricerca medica e l’accesso ai servizi sanitari per le donne.
Le strategie europee non restano però semplici linee guida politiche. Per essere efficaci devono tradursi in norme nazionali. È in questo contesto che si inserisce il provvedimento attualmente in discussione in Parlamento: lo schema di decreto legislativo di attuazione delle direttive (UE) 2024/1499 e 2024/1500 sugli organismi per la parità di trattamento. Il decreto – previsto dalla legge delega del 2025 – mira ad adeguare l’ordinamento italiano agli standard europei introducendo una riforma strutturale del sistema nazionale di tutela contro le discriminazioni. Se approvato nei tempi previsti, il nuovo assetto entrerà in vigore il 1° gennaio 2027.
La riforma nasce dall’esigenza di superare alcune criticità del sistema attuale. L’Italia dispone già di una normativa relativamente avanzata in materia di pari opportunità, fondata principalmente sul Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (d.lgs. 198/2006) e sulla rete delle consigliere e dei consiglieri di parità, figure incaricate di promuovere l’uguaglianza nel lavoro e di assistere le vittime di discriminazione. A questo sistema si affianca l’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, istituito nel 2003 per contrastare le discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica. Questo assetto ha rappresentato negli anni un importante presidio giuridico e istituzionale: le consigliere di parità, ad esempio, hanno svolto attività di consulenza e mediazione nei casi di discriminazione lavorativa e hanno promosso azioni positive per favorire l’occupazione femminile e la conciliazione tra vita professionale e familiare.
Il modello attuale presenta quindi alcuni punti di forza. Innanzitutto garantisce una presenza territoriale diffusa, grazie alle consigliere regionali e provinciali, che operano a stretto contatto con le realtà locali e con il mercato del lavoro. Inoltre offre strumenti di tutela accessibili: le lavoratrici che subiscono discriminazioni possono rivolgersi gratuitamente a queste figure per ottenere consulenza e assistenza. Questo sistema ha consentito negli anni di risolvere numerosi casi attraverso la mediazione e di portare alla luce fenomeni spesso sommersi, come le discriminazioni legate alla maternità o alle condizioni di lavoro.
Tuttavia gli studi e le analisi sul funzionamento di queste strutture evidenziano anche importanti limiti. Nonostante l’impianto normativo sia avanzato, l’efficacia operativa delle politiche di parità risulta spesso debole. In molti casi gli uffici delle consigliere di parità dispongono di risorse limitate e dipendono logisticamente dagli enti territoriali per personale, sedi e strumenti di lavoro. Questa situazione ha creato forti disparità tra territori e ha ridotto la capacità di intervento effettivo delle strutture di tutela. Anche la frammentazione istituzionale rappresenta un problema: le competenze antidiscriminatorie sono distribuite tra diversi organismi, ciascuno con un mandato specifico, con il rischio di sovrapposizioni e difficoltà di coordinamento.
Le direttive europee del 2024 intervengono proprio su questi aspetti. L’obiettivo dell’Unione è rafforzare gli “equality bodies”, gli organismi pubblici incaricati di promuovere la parità di trattamento, stabilendo standard minimi comuni per tutti gli Stati membri. Tra questi standard figurano l’indipendenza istituzionale, l’adeguatezza delle risorse finanziarie e la possibilità di svolgere indagini, fornire assistenza alle vittime e partecipare ai procedimenti giudiziari.
Per recepire queste indicazioni europee, il decreto legislativo italiano introduce una novità significativa: la creazione di un Organismo nazionale per la parità, dotato di autonomia regolamentare, organizzativa e finanziaria. Questo nuovo ente sostituirà sia la Consigliera nazionale di parità sia l’UNAR, assumendo un ruolo centrale nel sistema di tutela contro le discriminazioni.
Il nuovo organismo avrà competenze più ampie rispetto agli attuali strumenti istituzionali. Non si occuperà soltanto di discriminazioni di genere o razziali, ma anche di quelle fondate su religione, disabilità, età e orientamento sessuale, in linea con l’approccio europeo alla tutela dei diritti fondamentali. Potrà ricevere denunce da parte dei cittadini, fornire assistenza gratuita alle vittime, svolgere attività di indagine e intervenire nei procedimenti giudiziari con pareri che potranno essere valutati come elementi di prova dal giudice.
Dal punto di vista organizzativo l’ente sarà composto da cinque membri – un presidente e quattro componenti – nominati congiuntamente dai Presidenti delle Camere e scelti tra esperti in materia di discriminazioni e diritto del lavoro. Il mandato durerà sette anni e non sarà rinnovabile, una scelta pensata per rafforzarne l’indipendenza.
Tra i vantaggi della nuova normativa vi è innanzitutto la volontà di superare la frammentazione del sistema attuale, concentrando le competenze antidiscriminatorie in un’unica autorità nazionale. Questo modello potrebbe rendere più efficaci le politiche pubbliche, migliorare il coordinamento tra le istituzioni e garantire standard uniformi di tutela su tutto il territorio nazionale. Inoltre la previsione di un organismo indipendente con autonomia finanziaria rappresenta un passo avanti rispetto alla situazione attuale, in cui molte strutture dipendono dalle risorse degli enti territoriali.
Allo stesso tempo, la riforma solleva alcune questioni critiche. La prima riguarda il rischio di indebolire la dimensione territoriale della tutela. Le consigliere di parità operano oggi a livello regionale e locale, svolgendo un ruolo di prossimità che facilita l’emersione delle discriminazioni e il dialogo con le imprese e le amministrazioni. La loro sostituzione con un organismo nazionale, eventualmente affiancato da sezioni territoriali ancora da definire, potrebbe ridurre questa presenza capillare.
Un’altra criticità riguarda la capacità effettiva del nuovo ente di svolgere tutte le funzioni previste. Il decreto stabilisce una dotazione finanziaria di circa 7,6 milioni di euro annui per il funzionamento dell’organismo e del suo ufficio, ma resta da verificare se queste risorse saranno sufficienti per sostenere un mandato così ampio.
Infine, alcuni osservatori sottolineano che la riforma istituzionale da sola non può risolvere il problema delle discriminazioni. Le politiche di uguaglianza dipendono anche dalla volontà politica, dalla cultura sociale e dalla capacità delle istituzioni di promuovere cambiamenti concreti nel mercato del lavoro e nella società.
Il confronto tra il sistema vigente e quello proposto evidenzia dunque un delicato equilibrio tra continuità e innovazione. La normativa attuale garantisce una rete territoriale e un’esperienza consolidata nel trattamento dei casi di discriminazione, ma soffre di carenze organizzative e di una frammentazione istituzionale che ne limita l’efficacia. La riforma prevista dal decreto legislativo promette invece maggiore coordinamento e indipendenza istituzionale, ma comporta anche il rischio di centralizzare eccessivamente il sistema e di perdere il radicamento locale costruito negli anni.
Nel quadro delle nuove politiche europee sulla parità di genere, la decisione che il Parlamento italiano si appresta a prendere non è soltanto tecnica. Riguarda il modello di tutela dei diritti che il Paese intende adottare nei prossimi anni. Se la riforma riuscirà a combinare l’efficienza di un organismo nazionale forte con la prossimità territoriale dei servizi di tutela, potrebbe rappresentare un passo importante verso un sistema più efficace di contrasto alle discriminazioni. In caso contrario, il rischio è quello di sostituire una struttura imperfetta con un modello ancora tutto da costruire, mentre la parità reale tra uomini e donne – come ricorda la Commissione europea – resta un obiettivo ancora lontano.
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