Sebastiano Lo Monaco con lo spettacolo “Io e Pirandello”, l’intervista

L’attore, noto per aver recitato anche nella fiction “Il Commissario Montalbano” ricorda con affetto Andrea Camilleri, scomparso da poco

sebastiano lo monacoPESCARA – Sul palco del Teatro D’Annunzio di Pescara il 5 agosto 2019 alle ore 21.15, andranno in scena ironia e comicità, ma anche riflessione ed analisi con lo spettacolo della produzione Sicilia Teatro dal titolo Io e Pirandello, in viaggio con i miei autori – da Sofocle ad Euripide e Dante Alighieri di Sebastiano Lo Monaco e con l’attore siciliano che sarà anche l’unico protagonista sul palco insieme alle sue tante interpretazioni: uno spettacolo elevato ed elegante che sta ormai spopolando in Italia. La regia è di Salvo Bitonti e le musiche di Dario Arcidiacono.

L’intervista all’attore.

Sebastiano Lo Monaco, cosa rappresenta il teatro nella sua vita?

Che vita avrei senza il teatro? Mi impegna da quando avevo circa 15 anni, il teatro è la mia vita. La mia risposta può sembrare anche un po’ retorica ma io, come recita anche il primo comandamento “non avrai altro Dio all’infuori di me”, non ho avuto altra vita al di fuori del teatro. I miei viaggi, per esempio, vengono organizzati in base ai miei impegni teatrali: sono stato a New York, Parigi, Bruxelles, Zurigo, ad Epidauro in Grecia, dove ho portato una tragedia greca prodotta dal Teatro Greco di Siracusa che era l’Edipo a Colono, ma mi sono spostato soltanto per lavoro. Tutti i ritmi della mia vita vengono scanditi dal teatro. Non ho altra vita oltre il teatro.

Qual è il rapporto tra la vita e palcoscenico per lei, ossia tra la realtà e l’interpretazione?

Per me nel teatro non c’è finzione, questa idea del teatro è una banalità della nostra professione. Una cosa è fare l’attore, altra è essere attore o interprete, oppure un portatore del “Verbo” se vogliamo, perché nel teatro avviene quello che avviene nella Messa Cristiana, ossia il “Verbo si fa Carne”, ovviamente storicamente, se si considera la nascita del teatro, non c’è ancora “Transustanziazione”, non c’è ancora il Dio Cristiano, ma la fenomenologia del teatro è quella della Liturgia della Santa Messa Cristiana: la Parola, il Verbo, il Pensiero, il Logos dell’autore, di Sofocle, di Eschilo, di Euripide, ed ancora di Shakespeare, di Molière, di Pirandello, ed ancora Goldoni, nascono e diventano vita vera nel corpo dell’attore; si fanno carne e si danno in Comunione al pubblico, questo è essere attore e non vuol dire fingere, ma vuol dire spogliarsi e darsi in pasto al pubblico. Fare l’attore significa raccontare attraverso le “alte parole” dei grandi autori che sono pensatori perché i Greci racchiudevano nella tragedia greca tutto il loro modo di vivere e di pensare, non solo nei tragici; negli autori greci c’è la filosofia, c’è la politica, c’è il senso della democrazia, c’è il senso della religione, c’è il vero pensiero greco. Quindi chi è veramente attore ed è portatore di un pensiero, lo dona al pubblico spogliandosi di sé stesso e raccontando la propria verità. L’attore che si maschera è chi fa l’attore, non chi è attore realmente, ed in genere chi ha bisogno di mascherarsi e fingere è l’attore mediocre. I mediocri fingono, i grandi attori sono.

“Io e Pirandello”, quell’ “io” accostato al nome di Pirandello è lei: dunque quanto la rappresenta questo spettacolo?

Si quell’ “io” è Sebastiano Lo Monaco; Pirandello nello spettacolo c’è ma non è esclusivamente uno spettacolo a lui dedicato. È la mia vita che viene “pirandellianamente” vissuta, attraverso Pirandello stesso ma anche attraverso autori vari quali Sofocle, Euripide, Pietro Grasso, Dante, e gli altri che fanno parte dello spettacolo. Io sono tutti i personaggi che ho indossato, infatti avrò addosso costumi veri ed autentici durante lo spettacolo. In tutta la mia carriera “ho vestito” personaggi come Pirandello immagina che gli uomini indossino personaggi per vivere e per mostrarsi agli altri ecco perché la mia vita è “pirandellianamente vissuta”. Reciterò dei testi: per esempio Paolo e Francesca di Dante del V Canto, un pezzo scritto da Pietro Grasso Presidente del Senato tratto da un testo che si intitola Per non morire di mafia; c’è poi un pezzo tratto dall’edipo Re di Sofocle, c’è Il berretto a sonagli di Pirandello, c’è l’Ifigenia in Aulide dove faccio Agamennone, c’è l’Enrico IV ancora una volta di Pirandello, come anche le Novelle. E’ un elenco che potrebbe non finire mai: è uno spettacolo che potrebbe durare giorni.

Quanto la Sicilia influisce nel suo lavoro? Grandi nomi provengono da questa regione: è notoriamente e storicamente da sempre attenta al teatro..

Tanto, anzi credo che la Sicilia influisca totalmente. Non vedo la “Sicilia”soltanto come la mia regione; del luogo dove io sono nato non ho preso solo la “sicilianitudine” ammesso che si possa usare il termine, ma ho preso anche la cultura millenaria dei popoli che hanno attraversato il territorio qualche volta per dominarlo altre volte per donare a questa terra opere culturali, architettoniche, opere d’arte e letterarie, come hanno fatto gli Arabi per esempio. Io sono figlio di stratificazioni culturali di millenni che la mia terra mi ha dato e soprattutto mi sento culturalmente siracusano e quindi greco, perché la maggior parte del mio modo di essere fa parte della cultura classica e dunque antica.

Se lei non fosse Sebastiano Lo Monaco chi sarebbe? C’è per esempio un personaggio anche pirandelliano che le somiglia o potrebbe addirittura essere il suo alter ego?

Un personaggio che ho frequentato soprattutto per il gran numero di repliche è Ciampa, tratto da Il berretto a sonagli, ma non credo di somigliare a lui, mi rivedo di più in quell’enrico IV che dopo il riconoscimento della follia rinsavisce e che comunque interpreterò nello spettacolo. Lo vedo molto vicino a me e a tanti uomini che vanno incontro alla follia “senza riconoscerla” come dice lo stesso Pirandello.

Veniamo all’attualità ed alla cronaca: lei ha recitato anche nella serie del Commissario Montalbano e il nostro paese è ancora scosso dalla recente scomparsa di Andrea Camilleri, vuole ricordarlo?

Si, Andrea Camilleri è stato il mio maestro nell’accademia dell’arte Drammatica, siamo stati amici praticamente per tutta la vita. Almeno un paio di volte l’anno andavo a trovarlo, Andrea era un “pezzo di famiglia”, l’ho conosciuto nel ’77 quando avevo 19 anni e lui 53, abbiamo intrattenuto dei rapporti di stima reciproca tali che fino al giorno della morte è stato il direttore artistico della Compagnia Sicilia Teatro. Io gli sono molto riconoscente. Quello che forse tutti conoscono è il suo talento letterario di scrittore, narratore, regista teatrale e televisivo ma non so se si parla molto della sua bontà d’animo e della sua generosità. Era un uomo buono e generoso. Ogni volta che ho avuto bisogno di lui, per qualunque motivo, anche nei momenti difficili della carriera lui mi ha sempre detto “si, Sebastiano”, non ho mai ricevuto un “no” da parte sua. Certo è che come artista ha dato molto a tutto il mondo: gioia e sollievo, ma a me ha dato molto anche umanamente, fraternamente e paternamente.

Le faccio quest’ultima domanda la cui risposta vuol essere anche un consiglio per i giovani che magari si vogliono mettere in gioco in questo settore: qual è la lezione più grande che il teatro può dare?

Il teatro è molto faticoso; bisogna avere grande salute per fare teatro, mi ha insegnato la resistenza ma anche ad avere tanto coraggio.