Siamo sette

spighe

“We are seven”, così risponde il bimbo a chi gli chiede quanti siano in famiglia. É l’immagine di una poesia del poetea inglese Wordsworth che mi richiama alla mente quante volte anch’io, da piccolo, avrei potuto rispondere così. Ma, mentre il bimbo ignora cosa sia la morte e ritiene che continuino a vivere ancora i fratellini scomparsi, per me la verità è diversa.

Io devo dire ora “we were seven”! Inesorabilmente la morte ha assottigliato la nostra “squadra”! Quanto era bello quando tutti insieme noi sette giocavamo nel giardino a rincorrerci, correvamo per i campi a cercare qualche frutto maturo e ci nascondevamo dietro gli alberi per il piacere di farci cercare.

La campagna nella Bassa Emiliana era molto bella allora: tanti olmi, gelsi, alberi da frutta e siepi folte e alte. Oggi le coltivazioni basse permettono alla vista di spaziare, è vero, ma il verde è meno intenso e tutto è più assolato.

Vedo ancora nel nostro giardino la squadra di bimbi che giocava a palla rilanciata, all’uomo nero, a nascondino; facevamo insieme la gara a chi portava più secchi d’acqua nell’orto per inaffiarlo e ci piaceva che la nostra mamma ci guardasse sorridente. Era sempre sorridente, la mamma; era contenta di noi, di tutti noi, grandi e piccini; sapeva calmarci quando ci facevamo dei dispetti o nasceva qualche litigio, sapeva invogliarci alle occupazioni più varie, quelle che ogni uomo futuro deve saper fare, ma senza pedanteria, senza insistenza, con tanto garbo ed affetto.

Da piccoli parlavamo tutti il dialetto campagnolese; solo andando a scuola imparammo l’italiano e io, in particolare, ne fui molto contento. Mi sentivo più grande, e mi sembrava che sarei cresciuto meglio e più in fretta.

L’immersione nel passato mi porta automaticamente alla vita del mio paese della Bassa, con le loro piazze centrali piene di ciottoli, dove si passeggiava “in giù e in su” la domenica pomeriggio dopo la benedizione o sotto i portici nei mesi più freddi. Ci riscaldava qualche castagna arrostita che la “Coca” (una signora rotondetta e bassina) vendeva nella sua piccola bottega.

Il lunedì ognuno di noi aveva la sua occupazione; i piccoli andavano a scuola, i grandi lavoravano a casa. Chi cucinava, aiutando la mamma che spesso portava in casa dal pollaio qualche gallina o qualche coniglio per il pranzo e la cena del giorno.

Nella stanza da pranzo spesso il tavolo “grande” era occupato da tutti noi che lì attorno riuniti, facevamo i compiti e disegnavamo. La vita intorno a noi scorreva tranquilla, ci bastava un piccolo corso d’acqua, “la bonifica”, per fare fare un bagno ai piedi e divertirci. Molti andavano “a Po” per fare il bagno ma si sapeva che il fiume era pericoloso e poi noi come ci saremmo arrivati?

La bicicletta era il mezzo più facile e più comune, ma ne avevamo solo due. Eppure, quanto era piacevole pedalare per le strade di campagna, fare gare di velocità, superarci a vicenda, fermarci a raccogliere le more dele siepi o le violette nei fossi, godere del profumo degli alberi o del canto degli uccelli!

Spesso noi piccoli durante la trebbiatura venivamo ingaggiati per tagliare il filo di ferro che doveva legare “le balle” di paglia e allora ci sentivamo importanti e ci alternavamo in quel lavoro per accontentarci a vicenda.

Ricordo particolarmente volentieri le mattinate trascorse a spigolare. La guerra aveva portato povertà e scarsità di viveri per cui ogni spiga caduta nei campi di grano era preziosa. Papà ci aveva chiesto di aiutarlo e noi, già grandicelli, eravamo contenti di alzarci presto la mattina per andare nei campi. ma all’ora di pranzo eravamo sfiniti per cui questo lavoro durò poco.

Erano i primi giorni di vacanza, le scuole erano finite e tutto a noi sembrava facile e bello. la guerra non toccò la vita di noi sette in modo determinante. Non si parlava delle atrocità dei campi di battaglia o di politica, anche se il futuro del mondo appariva denso e scuro.

Alcune mie esperienze sono impresse negli strati più profondi della memoria e lì fermentano; i ricordi del mondo e della gente che ho conosciuto, delle voci che porto dentro e che mi aiutano nel viaggio di vivere, svaniscono, si mescolano, cambiano. Le immagini risalgono in superficie e nessuno le può cancellare.

Così spesso, ora che non ci sono più, sorgono dall’ombra e mi appaiono con le loro voci i miei fratelli più grandi, li sento vicini a me, occupano la mia mente, invadono i miei sogni e io mi rivedo piccolino in mezzo a loro, pronti a farmi da papà e a coccolarmi. Così il cordone di affetto che ci ha uniti fin dalla nascita continua a legarci e a rafforzarsi nella memoria tanto che, evocando la loro presenza, io dico a me stesso “We are seven”!

É un’espressione che mi aiuta a diminuire il dolore per la loro perdita e serve a darw un senso e un valore alla nostalgia.