Con “Medicina e (È) Comunicazione”, Stefano Durante si avventura e ci propone una riflessione concreta sul ruolo della parola all’interno della pratica clinica. Rivolto a medici e operatori sanitari, il saggio affronta temi centrali come il rapporto con il paziente, la gestione delle informazioni e la costruzione della fiducia, sostenendo l’idea di una nuova alleanza terapeutica in cui la comunicazione non rappresenta un elemento accessorio, ma una componente essenziale della cura. Un libro salvifico in moltissimi casi e trovo diventi una lettura ottima anche per chi non è un professionista del settore. Tutti abbiamo a che fare con la salute: le parole e il come usarle, spesso sono la prima indispensabile medicina.
Curare dunque comincia dal saper parlare col paziente?
No. Direi qualcosa di ancora più radicale: fare il medico comincia dal saper parlare con il paziente.
La diagnosi, la terapia e la competenza scientifica sono il cuore della medicina, naturalmente. Ma il primo atto medico è una relazione tra due persone. Se quella relazione nasce male, tutto il resto diventa più difficile. Mi piace fare un paragone automobilistico. Si può avere una monoposto di Formula 1: il miglior motore, il miglior telaio, la migliore aerodinamica. Ma se manca la benzina, la macchina non parte nemmeno. Ecco, la comunicazione è quella benzina. Non sostituisce la competenza, proprio come la benzina non sostituisce il motore. Ma è ciò che permette alla competenza di mettersi realmente in movimento. Per questo continuo a sostenere che la comunicazione non sia un accessorio della medicina, ma una sua competenza fondamentale. Non basta sapere cosa fare. Bisogna anche saper accompagnare una persona a comprenderlo, ad accettarlo e ad affrontarlo. La comunicazione non è il contorno della medicina. È il modo in cui la medicina entra nella vita del paziente.
E qui ovviamente tutti possiamo citare una cattiva comunicazione come anche una cattiva gestione dei pazienti… che l’esame principale da fare ai professionisti del settore sia quello dell’empatia?

Qual è il vero scoglio che cerca di affrontare questo libro?
Credo che il vero scoglio sia proprio la consapevolezza.
Nessuno cambia ciò che non considera importante. Se un medico è convinto che la comunicazione sia un elemento secondario, continuerà a investire tutto il proprio impegno nella competenza tecnica, trascurando la relazione con il paziente. Questo libro nasce invece da un’idea diversa: diventare un ottimo medico non significa soltanto conoscere la medicina. Significa anche dedicare tempo all’ascolto, esercitare l’empatia, scegliere con attenzione le parole e comprendere chi abbiamo di fronte.
So bene che oggi tutto questo è reso più difficile da ritmi di lavoro sempre più intensi, dalla burocrazia, dalla carenza di personale e dalle tante criticità del sistema sanitario. Sarebbe ingiusto ignorarle. Ma proprio per questo credo sia ancora più importante recuperare la consapevolezza che la comunicazione non è tempo sottratto alla cura: è parte della cura. Se il libro riuscisse anche solo a far nascere questa riflessione in qualche professionista sanitario, avrebbe già raggiunto il suo obiettivo. Non si migliora ciò di cui non si riconosce il valore.
Qual è la vera carenza che si riscontra sempre negli operatori del settore? Hai riscontrato un carattere comune nelle loro mancanze?
Più che una carenza dei professionisti, vedo una carenza del sistema in cui quei professionisti lavorano.
Se però dovessi individuare tre aspetti che oggi rischiano di essere sacrificati, direi senza esitazione: tempo, ascolto ed empatia. Non perché medici e operatori sanitari non ne comprendano il valore, ma perché sempre più spesso si trovano a lavorare in condizioni che li costringono a rincorrere l’urgenza, la burocrazia, i numeri e carichi di lavoro sempre più pesanti. Ho l’impressione che la sanità pubblica, negli ultimi anni, sia stata progressivamente indebolita da scelte politiche che l’hanno resa più fragile. E quando un sistema è in affanno, il rischio è che anche i professionisti, pur con tutta la loro buona volontà, finiscano per dedicare più energie alle procedure che alle persone. È proprio questo che mi preoccupa. La medicina nasce dall’incontro tra una competenza scientifica e un essere umano che soffre. Se perdiamo di vista questa relazione, non perdiamo solo un valore etico: perdiamo una parte dell’efficacia stessa della cura.
Per questo il mio libro punta il dito contro i professionisti della sanità anzi, vuole ricordare, a tutti noi, qual è il cuore di questa professione e perché vale la pena difenderlo. Il problema non è che i professionisti abbiano smesso di credere nell’empatia. Il problema è che il sistema rischia di non lasciargli più il tempo di praticarla.
Il primo vero consiglio da dare a tutti? Quello che in fondo governa ogni cosa e non solo in ambito medico…
Se dovessi dare un solo consiglio, direi: scegli un lavoro che senti davvero tuo. Sceglilo per passione, non per convenienza. La passione non risolve tutti i problemi, non elimina la fatica e non rende facili le giornate difficili. Ma dà un senso a quella fatica. È il motore che permette di continuare anche quando il contesto è complicato. Questo vale per qualsiasi professione, ma ancora di più per quelle che hanno a che fare con le persone. Non si può fare il medico, l’infermiere, il farmacista o qualsiasi professione sanitaria pensando soltanto allo stipendio, alla carriera o al prestigio. Prima o poi quella motivazione si esaurisce.
Credo che la vera forza di un professionista sia ricordarsi ogni giorno perché ha scelto quel mestiere. Se la risposta è “perché volevo aiutare gli altri”, allora sarà più facile trovare l’energia per affrontare anche le difficoltà, la burocrazia, le delusioni e lo stress. La passione, da sola, non basta. Servono studio, competenza, aggiornamento continuo ed etica. Ma senza passione, tutto questo rischia di diventare soltanto un insieme di procedure. Con la passione, invece, ogni gesto professionale acquista un significato più profondo. La competenza ti insegna a fare bene un mestiere. La passione ti ricorda ogni giorno perché hai scelto di farlo.












