Esistono inclinazioni espressive che hanno bisogno di elevarsi dalla realtà contingente per guardare in un punto più lontano nel senso letterario del termine, quella volta celeste piena di misteri, di inconosciuto, di silenzio ma anche di luce che irrompe nel buio stimolando l’introspezione e le eterne domande dell’essere umano. La rappresentazione artistica in questo caso diviene quindi visione, si fonde con l’immaginazione e genera una suggestione affascinante che può concretizzarsi con stili differenti ma sempre in grado di conquistare lo sguardo per il magnetismo che da sempre lo spazio e il cosmo esercitano sull’uomo e sulla sua naturale inclinazione a voler scoprire ciò che in realtà può solo essere osservato. Nando Fara struttura la sua nuova produzione pittorica proprio su questo filone narrativo mantenendo l’uso della materia che lo contraddistingue, il vetro, attraverso cui riesce ad amplificare il contrasto tra luce e ombra, tra ciò che è e il senso implicitamente metaforico di ciò che potrebbe essere.
I primi decenni del Novecento si distinsero per le rivoluzioni compiute dagli artisti che desideravano rompere nettamente con tutte le linee guida precedenti ma anche per la ferma volontà di distaccarsi dalla rappresentazione della realtà osservata creando stili pittorici e scultorei in cui il gesto plastico potesse essere considerato indipendente e prioritario su qualsiasi riproduzione figurativa. In particolar modo furono gli esponenti dell’Arte Astratta a gettare le basi per un tipo di ricerca che mettesse in correlazione la parte più razionale e analitica con un inconsapevole approccio interiore che inevitabilmente fuoriusciva malgrado l’intenzione degli autori di rimanerne distaccati. Le note musicali danzanti di Wassily Kandinsky apparivano infatti come particelle vaganti nello spazio della tela, senza un ordine predeterminato bensì in balìa della fluttuazione del caos e in ogni caso legate alle sensazioni dell’autore nel momento dell’esecuzione; oltrepassato il ventennio del rigore geometrico, fu lo Spazialismo di Lucio Fontana ad aprire le porte all’interazione tra pittura e spazio, poiché i suoi tagli non solo esploravano la terza dimensione introducendo il gesto come parte essenziale della realizzazione stessa, bensì costituivano un’apertura verso l’infinito, il vuoto e le nuove dimensioni scoperte dalla fisica moderna e dalle prime esplorazioni dell’universo.
Sempre nell’ambito dello Spazialismo, Roberto Crippa fu quello, tra gli aderenti al movimento, che più di tutti si soffermò sulla direzione cosmica dell’arte poiché le sue tele erano piene di sfere colorate rappresentanti i pianeti, linee aggrovigliate che riconducono non solo all’equilibrio enigmatico dell’assenza di gravità ma anche alle nebulose che si frappongono tra i corpi celesti. Nella seconda metà del Ventesimo secolo questa tendenza si incrementò sulla scia dell’entusiasmo dello sbarco sulla luna e anche per la nuova filosofia che induceva a considerare l’esistenza come un ambito più vasto rispetto alla sola vita sulla terra, e dunque da un lato vi furono le interpretazioni psichedeliche di Peter Max, colorate, vivaci, accattivanti con cui lasciava immaginare un punto di connessione tra la terra e i pianeti più vicini a essa, dall’altro la nuova Space Art delle narrazioni lunari di Chesley Bonestell e quelle più fantasy di mondi evanescenti, acquatici e nebulosi ma sempre sovrastati dalla luce dei pianeti al di sopra di essi che contraddistinsero la produzione di Don Dixon.
Nell’Arte Cosmica e nella Space Art spesso gli autori si relazionavano con scienziati e astronomi per esplorare l’interazione tra calcoli matematici e studi scientifici ma anche introducendo il misticismo e la filosofia in virtù dei quali l’essere umano, e di conseguenza l’artista, poteva dirigersi verso l’esplorazione delle forze dell’universo e dell’infinito dal punto di vista più metafisico ed esistenziale. L’artista romano Nando Fara, vetraio di professione ma con una forte inclinazione creativa che lo spinge da sempre a misurarsi con la magia della creazione pittorica, dà vita nella sua produzione più recente a una serie di opere che possono essere ascritte nell’Arte Cosmica sia per l’aspetto che mostra le diverse sfaccettature dello spazio e della luce che inspiegabilmente emana da esso, e sia per la poetica di misticismo sottolineata dalla suggestione che si concretizza con l’utilizzo di minuscoli frammenti di vetro che possono essere ricondotti alla magia della polvere di stelle.
La base sempre nera di ciascuna di queste tele mostra quanto il buio possa contenere in sé un chiarore in grado di mettere in risalto il senso più profondo delle immagini presenti, ma soprattutto quanto l’equilibrio tra questi due opposti, la luce e l’ombra, possa essere funzionale a creare quel silenzio di cui l’essere umano ha bisogno per approfondire i propri pensieri, quelle considerazioni su quesiti universali mai svelati forse perché non è nella loro natura poter essere spiegati e conosciuti dall’uomo.
La presenza di smalti sottolinea quel necessario conflitto tra forze, quella necessità di Nando Fara di ricordare all’osservatore che la luminosità può emergere anche dal nero più profondo, elevando pertanto la sua ricerca attuale verso considerazioni esistenziali, verso il concetto metafisico e simbolico di quanto sia importante mantenere salda la consapevolezza della possibilità di trovare sempre una via d’uscita anche nelle situazioni più cupe.
Da un lato dunque l’approccio più cosmologico dell’autore rivela la sua tendenza a inserire la materia a lui più affine, quel vetro che lavora da tutta la vita e di cui conosce ogni segreto, ogni reazione e ogni sfaccettatura, dall’altro la sua inclinazione alla riflessione, a raccontare attraverso le sue immagini altri significati da scoprire un attimo dopo quello del primo impatto visivo; la sensazione che si prova guardando le sue opere è quella di compiere un viaggio magico e incantato all’interno della mancanza di gravità dello spazio dove ogni cosa è sospesa ma è proprio in virtù di quell’assenza di peso che la mente può elevarsi per spingersi verso una comprensione più spirituale.
Centro di massa, che in meccanica indica il punto geometrico che rappresenta la posizione media in cui è distribuita tutta la massa di un sistema o di un corpo, mostra quanto il nucleo protagonista della tela sia in perfetto equilibrio statico racchiudendo in sé ciascuna delle particelle che lo compongono, ma evidenzia anche il senso filosofico del concetto, quello di far risaltare la sintesi e l’armonia costituendo il punto ideale in cui l’intera complessità di un sistema caotico si concentra e si unifica. Nella parte più bassa dell’opera Nando Fara introduce una porzione di pianeta, una piccola parte di emisfero che sottolinea quanto la massa centrale sia perfettamente autonoma da tutto ciò che si trova al di sotto, enfatizzandone l’indipendenza, la possibilità di bastare a se stesso al punto di emanare luce propria; sullo sfondo nero si stagliano i frammenti di vetro che rappresentano le stelle e che ricevono l’eco delle particelle più grandi del nucleo e dell’abbagliante luminosità della propagazione ai lati della sfera.
In Fioriture cosmiche invece si svela l’animo delicato dell’autore ma anche l’intensa capacità di approfondimento di una realtà attuale sempre più indecifrabile poiché confusa da una divisione oppositiva che impedisce all’individuo di considerare le sfumature, le infinite possibilità che si delineano esattamente nel punto di passaggio tra una realtà e il suo contrario; ecco perché fa fiorire quei piccoli atomi evanescenti esattamente a metà tra il bianco e il nero, tra la luce e il suo antagonista, il buio, sottolineando quanto sia importante considerare che non tutto può essere visto e considerato dai lati opposti della barricata. La vita, l’esistenza, la sopravvivenza e la nascita avvengono nella purezza dell’incomprensione del motivo per cui gli opposti debbano contrastarsi invece di interagire connettendosi e scoprendo il potere di un antagonismo funzionale proprio alla ricchezza di tutto ciò che è spontaneo e naturale, e che nell’opera è rappresentato appunto dai delicati quanto preziosi fiori, la cui polvere di vetro contribuisce a infondere riflessi magici.
In Oltre il confine Nando Fara racconta degli interrogativi che da sempre appartengono all’essere umano e che lo inducono a guardare alla notte stellata per scoprire cosa si nasconda nel nero dello spazio che la caratterizza, quali sono i pianeti che interagiscono con il globo terrestre e quanta vita può esservi oltre quel buio che sembra invalicabile. L’autore osserva lo spazio da un punto di vista insolito, fluttua in esso come un astronauta e osserva lo scorcio di una superficie che potrebbe essere quella della luna, o almeno così come essa si presenta attraverso le conoscenze acquisite dagli scienziati, ma il suo sguardo curioso va oltre, guarda verso un punto più lontano come se l’opera volesse essere una metafora della natura umana che non sembra mai paga di tutto ciò che raggiunge e ottiene considerando ogni traguardo come la partenza di una nuova ricerca, di un nuovo desiderata; questo atteggiamento nell’accezione positiva mostra sete di conoscenza e desiderio di evoluzione costante, mentre in quella più negativa è sintomo di avidità, di incapacità di sentirsi appagati e soddisfatti per ciò che si ha.
Nando Fara, che vive e opera a Roma da sempre, ha al suo attivo numerose mostre personali presso importanti gallerie cittadine dal 1985, espone come ospite con i Cento Pittori di via Margutta, ed è stato presente in due edizioni di Exedrartexpo dove è stato insignito del Premio della Critica Mara Ferloni, nell’anno 2017.
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There are forms of artistic expression that need to rise above the constraints of everyday reality to look toward a more distant horizon, in the literary sense of the term, that celestial vault full of mysteries, of unknown, of silence, yet also of light that bursts into the darkness stimulating introspection and the eternal questions of the human being. Artistic representation in this case thus becomes vision, it merges with the imagination and generates a fascinating suggestion that can take shape in different styles yet is always capable of capturing the gaze due to the magnetism that space and the cosmos have always exerted on humanity and its natural inclination to discover what, in reality, can only be observed. Nando Fara structures his new pictorial production along this narrative thread, maintaining the use of his signature material, glass, through which he manages to amplify the contrast between light and shadow, between what is and the implicitly metaphorical sense of what could be.
The early decades of the Twentieth century were marked by the revolutions wrought by artists who sought to break sharply with all previous guidelines, but also by a determined desire to distance themselves from the representation of observed reality creating pictorial and sculptural styles in which the plastic gesture could be considered independent and prioritized over any figurative reproduction. It was the exponents of Abstract Art in particular who laid the foundations for a type of research that correlated the more rational and analytical side with an unconscious interior approach that inevitably emerged despite the artists’ intention to remain detached from it. Wassily Kandinsky‘s dancing musical notes appeared like particles wandering across the canvas, without a predetermined order but rather at the mercy of the fluctuations of chaos and in any case linked to the artist’s sensations at the moment of execution; overstepped the two decades of geometric rigor, it was Lucio Fontana‘s Spatialism that opened the door to the interaction between painting and space, as his cuts not only explored the third dimension by introducing gesture as an essential part of the creation itself, but also constituted an opening towards infinity, the void, and the new dimensions discovered by modern physics and the first explorations of the universe.
Still within the context of Spatialism, Roberto Crippa was the one, among the movement’s adherents, who focused most on the cosmic direction of art since his canvases were filled with colored spheres representing the planets, tangled lines that hark back not only to the enigmatic balance of weightlessness but also to the nebulae that stand between celestial bodies. In the second half of the Twentieth century, this trend increased in the wake of the enthusiasm for the moon landing and also due to the new philosophy that led to considering existence as a broader sphere than just life on earth and so, on the one hand there were the colorful, lively, and captivating psychedelic interpretations of Peter Max, with which he suggested a point of connection between the earth and the planets closest to it; on the other the new Space Art of Chesley Bonestell‘s lunar narratives and the more fantasy-like worlds of evanescent, aquatic, and nebulous but always dominated by the light of the planets above them, which characterized Don Dixon‘s work. In Cosmic Art and Space Art artists often collaborated with scientists and astronomers to explore the interaction between mathematical calculations and scientific studies, but also to introduce mysticism and philosophy through which human beings, and consequently artists, could explore the forces of the universe and infinity from a more metaphysical and existential perspective.
Roman artist Nando Fara, a glassmaker by profession but with a strong creative inclination that has always driven him to engage with the magic of pictorial creation, has created in his most recent production a series of works that can be classified as Cosmic Art both for their aspect, which reveals the different facets of space and the light that inexplicably emanates from it, and for the poetics of mysticism underscored by the evocative power of the use of tiny fragments of glass that can be traced back to the magic of stardust. The consistently black base of each of these canvases demonstrates how darkness can contain a brightness capable of highlighting the deeper meaning of the images present, but above all how the balance between these two opposites, light and shadow, can be instrumental in creating the silence that human beings need to delve into their own thoughts, those considerations on universal questions never revealed, perhaps because it is not in their nature to be explained and understood by man.
The presence of enamels underscores that necessary strife between forces, Nando Fara‘s need to remind the viewer that luminosity can emerge even from the deepest darkness, thus elevating his current research towards existential considerations, towards the metaphysical and symbolic concept of how important it is to maintain a firm awareness of the possibility of always finding a way out even in the darkest situations. On the one hand, the artist’s more cosmological approach reveals his tendency to incorporate the material closest to him, the glass he’s worked with all his life, its every secret, every reaction, and every facet, and on the other, his inclination toward reflection, to convey through his images other meanings to be discovered moments after the initial visual impact; the sensation one experiences when viewing his artworks is that of taking a magical, enchanted journey into the lack of gravity of space where everything is suspended but it is precisely by virtue of that weightlessness that the mind can soar, moving toward a more spiritual understanding. Centro di massa (Center of mass), which in mechanics refers to the geometric point representing the average position in which all the mass of a system or body is distributed, demonstrates how the core of the canvas is in perfect static equilibrium, enclosing within itself each of its component particles but it also highlights the philosophical meaning of the concept, which is to put in evidence the synthesis and harmony by constituting the ideal point where the entire complexity of a chaotic system is concentrated and unified. In the lower part of the work, Nando Fara introduces a portion of a planet, a small part of a hemisphere that underscores how the central mass is perfectly autonomous from everything below it, underlining its independence, its ability to be self-sufficient to the point of emitting its own light; against the black background stand out the glass fragments representing the stars receiving the echoes of the larger particles of the core and the dazzling luminosity of the light propagating from the sides of the sphere.
Fioritura cosmica (Cosmic Blooms) reveals instead the author’s delicate soul as well as his intense ability to delve into a contemporary reality that is increasingly indecipherable, confused by an oppositional division that prevents the individual from considering the nuances, the infinite possibilities that emerge precisely at the point of transition between one reality and its opposite. This is why he puts those small, evanescent atoms blossom exactly halfway between black and white, between light and its antagonist, darkness, underscoring the importance of considering that not everything can be seen from opposite sides of the barricade. Life, existence, survival and birth occur in the purity of a misunderstanding of why opposites must clash instead of interacting, connecting and discovering the power of an antagonism that serves the very richness of all that is spontaneous and natural and that in the arwork is represented precisely by the delicate yet precious flowers, whose glass dust helps imbue them with magical reflections.
In Oltre il confine (Beyond the Border) Nando Fara explores the questions that have always permeated humankind and that lead him to gaze at the starry night to discover what lies hidden in the blackness of space that characterizes it, which planets interact with the globe, and how much life can be beyond that darkness that seems insurmountable. The author observes the space from an unusual vantage point floating in it like an astronaut and observing a glimpse of a surface that could be that of the moon, or at least as it presents itself through the knowledge acquired by scientists, but his curious gaze goes beyond, looking toward a more distant point as if the work were intended to be a metaphor for human nature which never seems satisfied with all it achieves and obtains, considering each milestone as the beginning of a new quest, a new desire; this attitude, in its positive sense, shows a thirst for knowledge and a desire for constant evolution, while in its more negative sense it is a symptom of greed, an inability to feel fulfilled and satisfied with what one has. Nando Fara, who has always lived and worked in Rome, has had numerous solo exhibitions at important city galleries since 1985, exhibits as a guest with the Cento Pittori di via Margutta, and has been present at two editions of Exedrartexpo, where he was awarded the Mara Ferloni Critics’ Prize in 2017.
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