“L’universo narrativo di Helena Janeczek tra impegno e invenzione”, intervista alle autrici del libro

56

ROMA – “L’universo narrativo di Helena Janeczek tra impegno e invenzione. Storia, memoria e tempo presente” è il libro di Maria Pia De Paulis, Adelia Lucattini e Ketty Zanforlini. Ecco la nostra intervista alle autrici.

Helena Janeczek nei suoi libri attinge alla memoria storica. Come è nata l’idea di realizzare un volume critico su questa importante scrittrice?

Ketty Zanforlini: Come lettrice del blog Nazione Indiana e della rivista “Nuovi Argomenti” e facendo ricerca sulla letteratura italiana contemporanea, ho notato come Helena Janeczek sia stata – oltre che un’editorialista originale per testate quali La Repubblica e L’Unità, una delle voci portanti del blog sin dalla sua creazione, nonché l’autrice di un numero importante di racconti. Ha saputo proporre una visione narrativa originale e questo ben prima che il romanzo-inchiesta e la non fiction avessero successo e ciò mi sembra che sia passato alquanto inosservato. Poi, i due seminari organizzati da Maria Pia De Paulis all’Università Sorbonne Nouvelle sulla scrittura dei traumi e la post-memoria (Violences extrêmes: Italie, Espagne, Argentine et Chili. Réécritures, post-mémoire e (Non)-traumatismes du XXIème siècle. Post-mémoire et mémoire trans-générationnelle) hanno offerto l’occasione a ricercatori in letteratura, psicoanalisti e storici d’incontrarsi e scambiare idee e metodi sulla narrazione dei traumi e della post-memoria. Da lì, a voler approfondire lo studio sulla scrittura di Helena Janeczek, il passo per me è stato breve. L’idea di una collaborazione a tre è di Maria Pia De Paulis.

Maria Pia De Paulis: Sì, il progetto è nato sulla scia dei lavori (seminari, convegni, pubblicazioni) realizzati dal 2017 ad oggi in seno al centro di ricerca CIRCE che codirigo con Christian Del Vento all’Università Sorbonne Nouvelle. Nato sulla scorta del centenario della Grande Guerra e del trauma collettivo che essa ha rappresentato, tale progetto sulla scrittura dei traumi storici del Novecento è il risultato di uno sguardo nuovo, clinico, sulle scritture traumatizzate. Dall’esperienza alla creazione letteraria è stato il percorso che ogni volta abbiamo voluto studiare. Passando dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, dal soldato alla vittima-testimone civile e oggi alla memoria indiretta della seconda o terza generazione, cioè figli o nipoti dei sopravvissuti allo sterminio, siamo arrivate naturalmente a voler capire le ragioni e le forme che una certa letteratura narrativa italiana attuale sceglie per raccontare ancora una volta la persistenza dell’eredità memoriale e della funzione che questa ricopre oggi per le generazioni dei giovani lettori. Helena Janeczek è in questo senso una scrittrice di grande rilievo. 

Come avete diviso il lavoro?

Ketty Zanforlini: Avevo già trattato, in un saggio precedente, la questione della post-memoria e dell’autofinzione in Lezioni di tenebra, Le rondini di Montecassino e La ragazza con la Leica. Suppongo che sia per questo motivo che Maria Pia De Paulis mi ha contattata, dopo che lei e Adelia Lucattini avevano pensato a pubblicare i loro studi su Helena Janeczek. Le mie ricerche sulla non fiction italiana iper-contemporanea mi hanno orientata a proporre lo studio di un corpus non ancora analizzato dell’autrice, costituito dagli articoli editorialistici e dai racconti di Helena Janeczek. Il mio compito, quindi, è stato duplice: fornire una bibliografia la più completa possibile della scrittrice e, al tempo stesso, proporre un quadro teorico-interpretativo, dal punto di vista narratologico, della produzione della scrittrice che esula dalla trilogia che l’ha resa nota al pubblico.

Maria Pia De Paulis: Il volume, per quanto scritto da tre autrici, ha l’ambizione di essere concepito come una monografia sull’opera plurale di Helena Janeczek. L’architettura è quindi coerente e rispondente ad un disegno  organico in quanto vuole coprire gli assi principali dell’opera dell’autrice. Ketty ha messo in luce un aspetto poco noto, cioè la produzione di racconti e di saggi/articoli sulla stampa e nelle riviste. Qui appare una Helena Janeczek attenta al suo tempo e ai problemi che esso solleva. Io ho preso in esame i due testi che più di altri trattano della questione del trauma individuale iscritto nella Storia e della postmemoria, senza per questo sottovalutare nei due testi studiati altri aspetti ugualmente importanti.

Adelia Lucattini: Nel il mio contributo ho approfondito gli aspetti psicoanalitici che si trovano nei due romanzi Cibo e La Ragazza con la Leica, armonizzandolo con i contributi precedenti. Poiché l’autrice è poliglotta per tradizione familiare e scelta personale, ho affrontato i romanzi attraverso la lente dell’utilizzo delle lingue da parte della scrittrice sia con intenti letterari espliciti che sospinta da dinamiche inconsce sempre attive in ognuno, nelle relazioni, nelle amicizie e anche nella scrittura.

È stato molto interessante e coinvolgente leggere, studiare e analizzare dal punto di vista psicoanalitico i romanzi di un’autrice che racconta con passione e impegno contenuti difficili ma necessari come la Shoah con una straordinaria capacità linguistica. Helena Janeczek infatti conosce, padroneggia e utilizza tedesco, francese, inglese, conosce il polacco e l’yiddish e scrive i suoi romanzi in italiano lingua da cui sostiene “di essere stata scelta”. Si tratta dunque di un volume mosaico che, seguendo approcci, stili diversi, si propone come una lettura a più voci di un universo immaginario complesso.

Con questo romanzo l’autrice intende fare pace con un proprio passato familiare?

Maria Pia De Paulis: si tratta di una domanda delicata alla quale solo l’autrice potrebbe rispondere. Studiando questo primo libro ho cercato di vederne le molteplici sfaccettature, l’intelligenza di una struttura mobile, dialettica, grazie alla quale l’autrice ha tentato di risolvere diversamente dalla testimonianza un mondo di ricordi, di fatti inspiegabili, di memorie confuse e di approdo ad una certa chiarezza. Ma conta la forma sempre incerta, intima con la quale la figlia si misura col passato della madre e col suo proprio presente.

La Janeczk aveva dichiarato in un’intervista: «Di italiano ho: un figlio, un passaporto, un codice fiscale». Dal vostro punto di vista quanto incide della sua scrittura questa appartenenza plurima con culture, luoghi e lingue?

Ketty Zanforlini: questa appartenenza plurima è molto probabilmente fondamentale per il metodo di scrittura straniante, che, come ho cercato di spiegare, consiste nell’adottare una prospettiva nel contempo concentrata sulla propria esperienza e decentrata, centripeta e centrifuga. Negli articoli editorialistici, quest’appartenenza plurima permette a Janeczek di proporre un punto di vista spiazzante, capace di mettere in rilievo i punti critici delle tendenze o dei problemi dell’attualità italiana.

Maria Pia De Paulis: La poliglossia e il multilinguismo sono due delle cifre della scrittura di Helena Janeczek. La lingua è strettamente connessa al problema del trauma e della sua trasmissione sotto forma di inframemoria e poi di postmemoria. Ma la presenza delle lingue è anche un segno di mobilità, di ricchezza identitaria, di appartenenza plurale allo spazio europeo.

Adelia Lucattini: L’utilizzo delle lingue in un’autrice poliglotta come Helena Janeczek è un vertice di osservazione privilegiato che permette di rilevare aspetti inconsci, attraverso l’uso che lei ne fa di singole parole o frasi in altre lingue. In tutti gli autori naturalmente vi è una parte della scrittura che è assolutamente consapevole ed altre che sono guidate, come in tutte le attività umane, da dinamiche inconsce come le libere associazioni o i sogni.

Possiamo affermare che in questo lavoro la Janeczek è riuscita a farsi testimone del malessere femminile e, più in generale, delle ossessioni del nostro mondo ricco e occidentale?

Adelia Lucattini: Il cibo è utilizzato come esempio e metafora, è utilizzato per raccontare paesi, usanze e persone. Il tema dei disturbi alimentari è senz’altro presente con l’alter ego della scrittrice Elena che si reca dall’estetista per rimettersi in forma, con cui si confida e di cui ascolta i racconti.

Un modo intelligente di affrontare un problema molto diffuso che la scrittrice riesce a far comprendere attraverso il punto di vista delle due donne che si scambiano confidenze, con intuito e ironia senza perdere mai la capacità di descrivere anche la sofferenza e le difficoltà.

Colpisce molto, anche la descrizione in prima persona di cibi prelibati, diete e tentativi di ginnastica tonificante come se l’autrice fosse realmente affetta da un disturbo alimentare. Ritengo che sia un buon modo per affrontare il problema e proporlo al grande pubblico, mostrando il lato umano, le riflessioni, gli sforzi, i risultati. Il cibo è però anche un modo per raccontare i viaggi, le tradizioni, gli affetti e per evocare ricordi in caleidoscopio di profumi, colori, sapori che attraggono, coinvolgono, incuriosiscono.

Janeczek ha avuto il merito di ritrovare negli archivi della storia una figura femminile pressoché dimenticata, sottraendola a un oblio immeritato. Anche questo volume riconferma la volontà dell’autrice di riflettere e misurare il passato e l’oggi?

Adelia Lucattini: L’autrice ha portato alla luce e reso protagonista Gerda Taro la cui vita e qualità erano state dimenticate. Prima offuscate dalla fama del compagno Robert Capa e poi dal ricordo di lui dopo la sua scomparsa in Indocina. D’altro canto, Capa non aveva fatto molto per ricordarla, ad esempio, includendola postumamente nella Magnum Photos è una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William Vandivert, che a tutt’oggi riunisce sessanta tra i migliori fotografi del mondo. In tutti i suoi romanzi, Helena Janezcek riporta in vita, attraverso i suoi personaggi, figure storiche o persone appartenuti alla storia della propria famiglia, coniugando la ricerca storica e d’archivio con la creazione letteraria. Tutte queste persone rese vicine, umanamente vibranti, divengono testimoni e tramite di avvenimenti lontani o contemporanei, ad esempio l’attentato alle Torri Gemelle di New York. Attraverso le loro parole, come voce narrante, la scrittrice favorisce l’immedesimazione del lettore con i protagonisti che vengono così trascinati dentro le correnti del racconto.

Dal vostro punto di vista qual è il messaggio principale che Helena Janeczek, attraverso i suoi romanzi, lancia al pubblico?

Ketty Zanforlini: Direi l’importanza della Storia, e di una sua lettura critica, ma anche l’importanza del lavoro dello scrittore – mai data per scontata – per capire il presente.

Maria Pia De Paulis: Penso che Helena Janeczek non attribuisca nessun compito alla letteratura. Questa vive per la tenuta dell’universo raccontato, per l’esigenza di esistere attraverso la narrazione, di far emergere associazioni, passerelle della Storia, ricordi che la storiografia o il vissuto non avevano fino ad allora evidenziato.

Adelia Lucattini: Ritengo il messaggio che ogni persona conta e che la propria storia, i vissuti, le gioie, i dolori, le amicizie e gli amori, hanno il diritto e sono degni di essere ricordati. Inoltre, restituisce il loro posto nel mondo ad alcune donne lasciate nell’oblio della Storia e della memoria collettiva. Alcune donne che rappresentano tutte le donne che hanno vissuto, vivono e vivranno da protagoniste.