Paolo Battaglia La Terra Borgese racconta l’artista Marisa Ferraro

L’indagine di Paolo Battaglia La Terra Borgese sulla pittrice Marisa Ferraro. Un’analisi attenta del dipinto “Armonia del Creato”, olio su tela cm 50×50. L’opera è stata realizzata in onore della visita a Palermo di sua santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso

Paolo Battaglia La Terra Borgese racconta l'artista Marisa FerraroDichiara l’Autrice: “Attribuisco al ‘Quadrato’, fra le tante interpretazioni, un significato morale. L’uomo decide le sue azioni, ma Dio decide del destino dell’uomo”.

“Oltre al ‘Quadrato magico’continua Paolo Battaglia La Terra Borgesesulla tela sono raffigurati un uomo che porge il pane ad un bimbo profugo.

La scena che propone Marisa Ferraro trascina fuori dall’angoscioso nullismo a cui pervengono il materialismo e le desolanti dottrine sull’esistenza umana. La pittrice mostra che scienza e religione, filosofia e arte, come l’economia e la politica, sono la piccozza che l’uomo deve appuntare sul suo faticoso cammino al solo scopo di salire alle finalità più alte della vita.

Nelle tre tesi che la Ferraro pone dinanzi allo spettatore, sintetizza con chiara visione le vie lineari per cui l’umanità deve passare attraverso il miglioramento dei singoli per la realizzazione di un mondo migliore. Quel mondo nel quale gli uomini liberi e responsabili, audaci combattenti contro i meschini egoismi, contro tutti i falsi pregiudizi, contro tutte le tirannidi, vedono l’attuarsi della volontà Divina. La tela è latrice di un messaggio sano e caldo di sentimento, che magistralmente persuade.

Attorno al dono del pane e a distanza delle mani si trovano i segni della perennità dell’uomo. Risiedono nella giovanetta mano che si apre piena di speranza alle gioie pure dell’amore. C’è il segno che una generazione – quella della Ferraro – educando l’altra, lascia come pegno della sua perennità.

Al di là della superficie allettante e promettente del dipinto, possiamo scorgere incognite maggiormente ampie. Precisamente quegli spazi che, percorrendo il viatico della pittura e crescendo di colore, di bagliori e di tinte scure, di armonie e di luminanze diverse, esprimono parti dolenti dell’umanità. E parallelamente congedano una cifrata misteriosità di fondo, compenetrazione tra uomo e natura.

Il segreto della grandezza di quest’opera risiede nella straordinaria maestria del disegno e nell’accurato lavoro di preparazione. Per raggiungere lo stadio finale tutto il dipinto è stato rilavorato sul punto di essere finito usando i colori della tavolozza esistente. Per raggiungerlo la Ferraro è tornata ripetutamente su ogni zona con del colore diluito, poi sfumato e strofinato per renderlo piatto. Poi ha rilavorato le zone scure e riapplicato i colpi di luce ottenendo così il risultato che esattamente voleva, come la manina da putto o il pane che sa di ancora fresco. Per conferire e reggere l’atmosfera dell’intimità del gesto l’Artista dipinge in alto le foglie”.