Allarme climatico ed alimentare: WoirNet.org evidenzia correlazione che insieme al Covid-19 mette a rischio l’intero pianeta

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ROMA – Ogni anno si spreca oltre un terzo del cibo prodotto a livello globale per il consumo umano. Nei Paesi più industrializzati, come l’Italia, si tratta per l’80% di alimenti gettati via dai consumatori e per il 20% di scarti del processo di produzione e di trasporto. «Ma lo spreco di cibo — oltre alle questioni etiche ed all’ingente danno economico — porta anche ad un irreparabile danno ambientale. A livello globale, lo spreco alimentare è infatti responsabile di 4,8 miliardi di tonnellate di gas serra emesso nell’atmosfera e di un consumo di acqua pari a 180 miliardi di metri cubi», sottolinea Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente e segretario generale della World Organization for International Relations (WoirNet.org).

Insomma, vi è una pericolosa correlazione tra allarme climatico e spreco alimentare. Una correlazione che oltretutto si accentua con la pandemia di Covid-19 e con la conseguente recessione economica, facendo precipitare intere popolazioni nell’emergenza di una grave insicurezza alimentare.

Il “triangolo rosso” questa volta parte dal Burkina Faso, dalla Nigeria Nordorientale e dal Sudan del Sud, riportando alla memoria la situazione estrema che 10 anni fa si determinò in Somalia, dove — era proprio il 2011 — morirono oltre 260 mila persone.

«Non possiamo e non dobbiamo permettere che questo possa accadere nuovamente: dobbiamo agire subito per evitare perdite umane irragionevoli», commenta Viola Lala, press officer della World Organization for International Relations (WoirNet.org). Ci sono già altri 20 Paesi ad alto rischio se non si interviene tempestivamente per scongiurare carestia e fame acuta. Paesi come lo Yemen, già fiaccato dalla guerra civile e dall’invasione di locuste che ne distruggono i raccolti.

«Ridurre le perdite e gli sprechi alimentari è essenziale —aggiunge Viola Lala — perché ogni anno si sprecano 1,4 miliardi di tonnellate di generi alimentari con un costo di circa 800 miliardi di dollari per l’economia globale».

«Certo l’umanità ha fatto grandi progressi nella riduzione della fame. Rispetto ai primi degli Anni Novanta — seppure vi sia stato l’aumento di quasi 2 miliardi della popolazione mondiale — sono ben 300 milioni le persone che non soffrono più la fame», puntualizza Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte.

«Ma ancora oggi si contano 850 milioni di uomini, donne e bambini che soffrono di denutrizione in ben 55 Paesi. Stiamo parlando di 150 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta e — nonostante gli sforzi — di 700 milioni le persone che vanno a letto quasi sempre a stomaco vuoto» conclude il presidente e segretario generale della World Organization for International Relations.

Un numero ancora maggiore — circa una persona al mondo su 3 — seppure non arrivi ancora alla denutrizione soffre di una qualche forma di malnutrizione.

La World Organization for International Relations afferma dunque la necessità improrogabile di cambiamenti radicali nel modo in cui le società producono e consumano. E per questo proclama il 2021 “Anno Internazionale dell’Alimentazione”, sottolineando la necessità di focalizzare l’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica su una tematica così importante per la sopravvivenza dell’intero pianeta.

L’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale per le Relazioni Internazionali (WOIR) è oggi quello di unirsi agli sforzi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e del Programma Alimentare Mondiale (WFP) per mettere fine alla fame entro il 2030, raggiungendo la sicurezza alimentare, migliorando la qualità della nutrizione e promuovendo l’agricoltura sostenibile così come previsto dalla nuova Agenda 2030 sottoscritta dai Paesi delle Nazioni Unite.

«Attraverso questa politica “Fame Zero” si potrà arrivare anche ad una minore deforestazione ed alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, fermando così l’innalzamento delle temperature sotto i 2° C, il punto limite oltre il quale si avranno effetti catastrofici sull’ambiente mondiale», enfatizza Viola Lala.

E sì, perché in termini di impatto ambientale le perdite di cibo sono anche un doppio sperpero delle risorse: dapprima quelle usate per la produzione — quali ad esempio l’energia, l’acqua e la terra — e successivamente quelle utilizzate per lo smaltimento dei rifiuti, con emissioni che contribuiscono in maniera cruciale al cambiamento climatico.