Al primo posto, Arisa con “Magica Favola”. Questo brano è il viaggio della cantante dentro la propria storia, dalla bambina che giocava con le bambole e immaginava l’amore, alla donna adulta che ha attraversato delusioni, assenze e notti difficili e ora sceglie di guardare tutto con occhi nuovi. Il cuore del brano è la riscoperta dell’innocenza: non come fuga nel passato, ma come conquista, come decisione di non farsi più definire solo dal dolore e dalle ferite.
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L’immagine dell’“arcobaleno” che prende il posto del bianco e nero, parla proprio di questo: dopo aver conosciuto estremi e contrasti, la protagonista sceglie una visione più ampia, dove la propria fragilità diventa forza. C’è anche una dimensione familiare fortissima: Arisa canta il desiderio di tornare simbolicamente tra le braccia della madre e di fare pace con la mancanza del padre, trasformando quel vuoto in qualcosa che la sostiene invece di schiacciarla. Nel video ufficiale, Arisa porta in scena proprio questo ritorno alla bambina interiore: abiti che mescolano eleganza e delicatezza, colori tenui, inquadrature che sembrano fotografie di un album di memorie, con lei al centro come se stesse riabbracciando le sue varie versioni di sé. La regia insiste sugli sguardi e sui piccoli gesti, come a dire che la vera rivoluzione non è nelle grandi scene, ma nel modo in cui scegliamo di guardarci oggi, dopo tutto quello che abbiamo passato.
Al secondo posto, Serena Brancale con “Qui con me”. Questa bella canzone è una lettera in musica alla persona più importante della vita di Serena Brancale: la madre, scomparsa, a cui l’artista affida i pensieri più sinceri e le emozioni che non riesce a dire a nessun altro. È un brano in cui l’assenza è fortissima, ma non cancella la presenza: la madre è tra le stelle, lontana, eppure resta accanto a lei in ogni dettaglio, nei gesti quotidiani, nel modo di amare, persino nei tratti del volto. Il testo racconta una complicità che nasce nell’infanzia, “quella complicità che da bambina cercavo nei tuoi occhi” e che continua oltre il tempo, come se il legame fosse più forte della morte e del silenzio. Serena canta anche la somiglianza come eredità d’amore: guardandosi, riconosce la madre nelle sue mani, nel modo in cui mette amore nelle cose, nel voler festeggiare ogni giorno. È una canzone sul lutto, sì, ma ancora di più sulla gratitudine: il desiderio di “scalare la terra e il cielo, anche l’universo intero per averti ancora qui con me” è la misura di quanto quella relazione continui a darle forza, anche nel dolore. Nel video ufficiale questa dimensione intima viene tradotta in immagini essenziali: Serena al centro, spesso in spazi vuoti o poco arredati, come se tutto il resto fosse stato tolto per lasciare spazio solo al dialogo con quella presenza amata. Luci morbide, primi piani e movimenti lenti raccontano il bisogno di tenersi stretti i ricordi, trasformandoli in un abbraccio che arriva attraverso lo schermo.
Terzo posto per Fedez e Marco Masini con “Male Necessario”. Un brano che mette insieme due mondi, quello di Fedez e quello di Marco Masini per raccontare una verità scomoda: certe ferite e certi dolori non li vorremmo, ma spesso sono proprio quelli che ci costringono a crescere. Il brano parla di colpa, disillusione e solitudine, ma ribalta l’idea di “male” come condanna definitiva: qui il dolore diventa una tappa che non puoi saltare se vuoi arrivare a una forma di felicità più consapevole. Le immagini del testo, cicatrici, isolamento in una camera d’albergo, la sensazione di essere giudicati, servono a raccontare uno stato mentale in cui si è costretti a guardarsi davvero allo specchio, ammettendo i propri errori. C’è anche una dimensione generazionale e familiare: la canzone diventa una sorta di avvertimento ai figli e ai più giovani, per dire che i veri “mostri” non sono quelli delle favole, ma quelli nascosti nei giudizi della società e nelle ipocrisie del mondo reale. “Male Necessario” è, in fondo, un mantra per non perdere la speranza nel mezzo delle tempeste, per ricordarsi che anche ciò che ci ha fatto soffrire può diventare un punto di svolta. Nel video ufficiale questa idea prende forma in un’estetica sospesa tra realtà e metafora: stanze d’albergo, corridoi, luci fredde e scene quasi teatrali, dove i due artisti sembrano muoversi dentro un limbo emotivo da cui si può uscire solo accettando di attraversare il buio.
Al quarto posto Ditonellapiaga con “Che Fastidio!”, una valvola di sfogo lucida e ironica contro tutte le seccature e i cliché del nostro tempo, da “la moda di Milano” allo “snob romano”, dal “sogno americano” al politico italiano, passando per corsi di pilates, pranzi salutari e piccole ipocrisie quotidiane. Ditonellapiaga dà voce a quella sensazione di saturazione che molti provano: la difficoltà di capire cosa sia davvero normale e cosa, invece, sia solo una grande allucinazione collettiva fatta di apparenza e convenzioni sociali. È una canzone che non risparmia nessuno, nemmeno l’ambiente radicalchic, le feste forzate, le chiacchiere di circostanza e le relazioni impostate per interesse, rimandando al mittente il chiacchiericcio che spesso soffoca i rapporti autentici. Nel ritornello la domanda è chiara: “sono matta io o siete voi che vi mettete d’impegno per farmi impazzire?”; e alla fine viene spontaneo parteggiare per lei, che sceglie di non adeguarsi e di dire le cose come stanno. Il video ufficiale amplifica questo lato satirico: una festa che diventa una specie di catalogo di tutto ciò che dà fastidio, tra pose forzate, sorrisi di plastica, selfie continui e situazioni grottesche in cui la protagonista è l’unica a percepire quanto tutto sia insensato. Luci, colori e coreografie giocano con l’eccesso, come se l’immaginario “instagrammabile” esplodesse, mostrando finalmente le crepe sotto la patina perfetta.
Quinto posto per Fulminacci con “Stupida sfortuna” che è una passeggiata notturna dentro la testa del cantante, che trasforma la sfortuna in un personaggio con cui parlare per raccontare la propria paura del futuro e del tempo che scorre. Nel testo, la sfortuna diventa quasi un alibi gentile, un modo ironico per nominare qualcosa di molto più profondo: la sensazione di non avere il controllo, di perdere continuamente le “chiavi di casa”, cioè il proprio orientamento, il senso di appartenenza, la percezione di un posto sicuro. L’immagine del tempo come “un mucchio di secondi, di primavere e poi di nuovo rami spogli” sintetizza benissimo il suo modo di scrivere: poetico e concreto, capace di trasformare pensieri astratti in immagini che ti restano addosso. Al centro resta però una frase dolcissima: “spero di essere il migliore dei tuoi sbagli”. Non chiede di essere perfetto, ma di essere un errore che vale la pena ricordare, qualcosa che, nonostante le difficoltà, ha lasciato un segno buono nella vita dell’altro. “Stupida sfortuna” è così una favola moderna sulla precarietà emotiva e generazionale, tra notti in cui si cammina da soli e speranza di non essere dimenticati. Nel video, questa dimensione sospesa viene resa con scenari urbani, luci soffuse e una fotografia che sembra seguire il protagonista nei suoi giri a vuoto, lasciando che sia il suo sguardo spaesato a raccontare più delle parole.
Sesto posto per Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Una dichiarazione d’amore di chi il “sì” davanti all’altare lo prende sul serio, con tutto il carico di promesse, sacrifici e sogni condivisi che porta con sé. Il brano racconta la storia di un uomo che da “sconosciuto” diventa “re dal cuore innamorato” accanto a una donna che, vestita di bianco, è regina di una vita costruita insieme, tra difficoltà, desiderio di una famiglia e una casa sognata a due. Al centro non c’è un amore perfetto o idealizzato: Sal Da Vinci canta la gioia della stabilità conquistata, sapendo che dietro quella felicità ci sono anche rinunce, sfide, momenti complicati superati insieme. Le immagini del testo sono quelle del matrimonio come rito che segna un prima e un dopo: “Con la mano sul petto io te lo prometto, davanti a Dio sarà per sempre sì”. È una canzone che parla a chi crede ancora nel “per sempre” come scelta quotidiana, non come favola ingenua: un patto che si rinnova ogni giorno, anche quando la vita mette alla prova. Nel video ufficiale questa promessa prende le forme dei gesti più semplici: sguardi, mani che si intrecciano, balli condivisi, immagini di coppie che si preparano al grande giorno, tra emozione, famiglia e quella paura bella che precede i momenti decisivi.
Settimo posto per Levante con “Sei Tu”. L’artista porta a Sanremo un’idea di amore molto fisica, quasi corporea, lontana dalle immagini da fiaba: qui l’innamoramento è qualcosa che toglie il respiro, che “fa tremare la gola”, che fa perdere postura e controllo, fino a far dire “non mi sento le gambe, dove sono le braccia”. La canzone racconta quel momento in cui l’emozione è talmente forte da mandare in tilt anche il corpo, mischiando desiderio, paura e vulnerabilità. Levante ha spiegato che non si tratta di una dedica a una persona precisa, ma di un racconto più ampio delle storie che finiscono e non finiscono davvero, di quei legami che continuano a vibrare dentro di noi anche quando cambiano forma. “Sei Tu” è quindi un brano sulla potenza dell’amore come esperienza totale: non solo testa e cuore, ma anche pelle, voce, respiro. Nel video ufficiale, questa dimensione viene resa con un uso fortissimo del corpo: pochi elementi scenici, molta attenzione ai movimenti, allo sguardo, alle mani, come se fosse proprio il corpo di Levante a raccontare, insieme alla voce, cosa significa lasciare che un sentimento ti attraversi senza filtri.
Ottavo posto per Ermal Meta con “Stella Stellina”, una delle canzoni più intense di questa classifica: parte da una ninna nanna tradizionale e la trasforma in un grido dolce e doloroso per una bambina che non c’è più, immaginata in una terra martoriata come Gaza. Ermal Meta ha raccontato di aver iniziato a scriverla pensando a sua figlia, per poi sentire che quelle parole parlavano anche di tanti bambini spezzati dalla guerra, dalla violenza, dall’ingiustizia. La “stella” diventa così il simbolo di tutte le vite fragili e luminose che si spengono troppo in fretta, “come le farfalle che hanno vissuto un giorno”, e che non vogliamo dimenticare. Il brano è una ballata in cui rabbia e preghiera convivono: da un lato c’è la denuncia di un mondo che non protegge i più piccoli, dall’altro il tentativo di tenere viva la memoria, di non lasciarli diventare solo “polvere e vento”. Nel video, queste tematiche vengono rese con immagini essenziali e simboliche: volti di bambini, giocattoli, cieli che cambiano colore, un uomo che stringe tra le mani una bambola come ultimo filo con una storia spezzata. È una canzone che ascolti una volta e ti resta in testa e nello stomaco, perché porta dentro il peso di una ninna nanna che non riesce più a rassicurare.
Non posto per Tommaso Paradiso con “I romantici”. Questo brano è il modo in cui Tommaso Paradiso affronta, con la sua malinconia pop, il tema del rapporto tra genitori e figli e il desiderio di interrompere certi cicli di dolore che si tramandano senza volerlo. La canzone parla di chi è cresciuto tra incomprensioni, silenzi, magari famiglie che non sono riuscite a proteggere davvero, e ora si trova a essere genitore a sua volta, con la paura di ripetere quegli stessi errori. “I romantici” del titolo sono quelli che ancora credono nell’amore, nella possibilità di fare meglio, di essere diversi, pur sapendo benissimo quanto sia difficile. Paradiso dedica idealmente il brano alla figlia, come promessa di fare il possibile per non farle pesare le proprie ferite, per non scaricare su di lei ciò che lui stesso ha dovuto sopportare. È una dichiarazione di responsabilità tenera e un po’ dolorosa, che racconta la voglia di spezzare la catena, di cambiare il finale di una storia familiare. Nel video ufficiale questo viene raccontato con scene di vita quotidiana: momenti semplici tra genitori e figli, case un po’ disordinate ma vive, sguardi che dicono più delle parole, come se la vera rivoluzione fosse proprio in quei gesti piccoli e costanti.
Decimo posto per Bambole Di Pezza con “Resta con me”, canzone che
porta l’energia rock delle Bambole Di Pezza al servizio di un messaggio chiaro: in “questi tempi di odio”, restare uniti è un atto di resistenza. Il brano parla di coraggio e vulnerabilità: la voce narrante ammette senza vergogna “ho bisogno di te” e chiede all’altro di restare, non come rifugio passivo, ma come alleato nel mezzo di un mondo che spesso sembra folle. Nel testo si alternano ricordi difficili (“ho visto uomini per bene andare in pezzi”) e immagini di giornali sparsi nella testa, segno di una realtà che bombardando di notizie rischia di disumanizzare tutto. La protagonista però resta in piedi, “con il cuore in gola senza lacrime e paura”, con le braccia aperte a gridare “resta con me”. È una canzone che invita a non chiudersi, a cercare connessione proprio quando la tentazione è quella di isolarsi, a riconoscere che chiedere aiuto non è debolezza, ma forza. Nel video ufficiale questa urgenza si traduce in immagini di band e pubblico che si cercano e si rispecchiano: una ragazza con la chitarra al centro di una tempesta emotiva, persone che si abbracciano, scene di concerti dove il “noi” diventa la vera risposta al rumore di fondo del mondo.
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