Grazie anche all’impegno della Cna, che ha spinto per una regolamentazione chiara e incisiva. E incisive lo sono davvero anche le sanzioni: chi utilizzerà impropriamente il termine rischia l’1% del fatturato, con un minimo di 25.000 euro. Insomma, non conviene più improvvisarsi “artigiani” per marketing. La norma punta a ristabilire un principio semplice ma fondamentale: l’artigianato non è uno slogan, è un mestiere.
Una misura significativa per la garanzia della qualità e la tutela dell’identità artigiana, a presidio della scelta consapevole e informata dei consumatori, spesso vittime sacrificali della concorrenza sleale praticata da imprese non artigiane. Da oggi il gelato artigianale non potrà nascere da una polvere misteriosa, ma da un laboratorio dove qualcuno pesa, miscela e assaggia (più volte, per sicurezza). E il “tavolo artigianale” non potrà essere solo “effetto legno” su catalogo: deve esserci chi quel legno lo ha tagliato, levigato e trasformato.
Anche per l’abito sartoriale non basta un nome chic: serve un sarto vero, ago alla mano, non un algoritmo. Idem per la “pizza artigianale”: deve avere più lievitazione che slogan e meno scorciatoie industriali. Insomma, da oggi il concetto è meno etichette creative, più mani che lavorano davvero. “Siamo molto soddisfatti per l’importante novità normativa – sottolinea il presidente della Cna, Dario Costantini – che rappresenta un traguardo fondamentale per l’artigianato. Ora è essenziale assicurare controlli capillari da parte delle autorità competenti, a garanzia degli artigiani e soprattutto dei consumatori”.
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