VENEZIA – Un segno di rossetto rosso sulla guancia, la mano aperta davanti ai fotografi per dire “stop”. L’attrice e regista Greta Scarano, madrina ufficiale dell’83ª edizione del Festival di Venezia, ha scelto la forza di un gesto silenzioso per richiamare l’attenzione sulla violenza contro le donne.
Un’immagine potente, arrivata al termine di un’estate segnata da una successione impressionante di femminicidi. Scarano ha spiegato che a spingerla è stato soprattutto il video-appello del padre di Lorena Isceri, rivolto alle istituzioni dopo l’uccisione della figlia.
Lorena aveva 45 anni, lavorava nel settore veterinario e aveva progetti, relazioni, una vita davanti. La sua storia sentimentale poteva sembrare, all’inizio, una storia come tante altre, con un uomo più giovane. Poi erano arrivati i contrasti, la paura e la fine della relazione.
Il 3 settembre è stata aggredita nel garage di un palazzo di Firenze, immobilizzata con delle fascette e rinchiusa nel bagagliaio di un’automobile. Gli elementi trovati dagli investigatori nella vettura hanno fatto emergere l’ipotesi di un’azione preparata. Dal bagagliaio Lorena è riuscita a chiamare il 112. Una telefonata disperata durata diversi minuti, mentre l’automobile percorreva l’autostrada e lei, ferita e legata, non sapeva dove il suo ex compagno la stesse portando.
Le forze dell’ordine hanno localizzato il cellulare e raggiunto il cavalcavia dell’A1, ma non sono riuscite a salvarla. Lorena è stata gettata nel vuoto; pochi minuti dopo l’uomo si è suicidato davanti agli agenti.
Tra le fotografie diffuse dopo la tragedia ce n’è una che colpisce più delle altre: Lorena, nel giorno del suo compleanno, sorride guardando, probabilmente, proprio l’uomo che l’avrebbe uccisa. Quell’immagine racconta una verità che troppo spesso dimentichiamo: nessuna donna può immaginare che una persona alla quale ha voluto bene possa trasformare il rifiuto, la separazione o la perdita del controllo in una condanna a morte.
Franco Isceri, il padre di Lorena, ha trovato la forza di rivolgersi al Presidente della Repubblica, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e all’intera politica. Ha chiesto unità, interventi nelle scuole, il potenziamento dei centri antiviolenza e strumenti realmente capaci di impedire che altre famiglie vengano distrutte. Un invito alla politica a superare gli schieramenti e ad assumersi una responsabilità comune. Parole che hanno riportato il femminicidio al centro del dibattito pubblico. Ma non dovrebbe essere necessaria l’ennesima vittima perché se ne torni a parlare.
Tra luglio e agosto sono emerse almeno otto vicende mortali nelle quali gli inquirenti hanno riconosciuto, contestato o stavano valutando l’ipotesi di femminicidio: quelle di Luigia Fortunato, Tania Sperindio, Dafne Rebaudo, Daniela Florea, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi e Carmela Bifano, quest’ultima ancora oggetto di accertamenti al momento delle prime ricostruzioni. A questi nomi si aggiunge quello di Chen Fengjiao, 54 anni, uccisa a coltellate il 29 agosto a San Giovanni al Natisone, in provincia di Udine. Per il delitto è stato arrestato il compagno.
Nomi, età e storie differenti. Ma dietro modalità diverse ritorna quasi sempre lo stesso movente: il possesso. L’incapacità di accettare che una donna possa scegliere, allontanarsi, interrompere una relazione o semplicemente vivere senza chiedere il permesso.
Daniela Florea, 36 anni, secondo gli investigatori sarebbe stata uccisa a Torino dall’ex compagno, alla fine della relazione mentre continuava a controllarla. Il suo corpo è stato nascosto nel contenitore di un letto.
Tania Terrin, 39 anni, aveva denunciato l’ex e nei confronti dell’uomo era stato emesso un ammonimento del questore. Lui risultava già segnalato da precedenti compagne, ma non aveva il braccialetto elettronico. A Ferragosto l’ha soffocata e poi si è tolto la vita.
Joanna Rouissi, 50 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito nella casa familiare, davanti al figlio di nove anni. Ornella Forastefano, 46 anni, sarebbe stata picchiata con una violenza inaudita e abbandonata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce.
Queste donne non avevano seguito tutte lo stesso percorso. Alcune non avevano denunciato; altre avevano raccontato le violenze; altre ancora avevano cercato aiuto o manifestato la propria paura. Eppure il risultato è stato lo stesso: sono state uccise per mano di uomini che dicevano di amarle.
Dopo ogni femminicidio si torna a domandare perché la donna non abbia denunciato. È una domanda che rischia di trasformarsi in un’ulteriore accusa rivolta alla vittima. Denunciare è importante, ma non può essere presentato come un gesto semplice né come una garanzia automatica di salvezza.
Molte donne non denunciano perché hanno paura, perché dipendono economicamente dal partner, perché hanno figli, perché temono di non essere credute o perché sperano che l’uomo cambi. Altre non riescono a percepire fino in fondo il pericolo. Lorena, secondo i familiari, aveva paura ma non voleva “danneggiare” l’ex compagno.
È il paradosso terribile di tante relazioni violente: la vittima continua a preoccuparsi dell’uomo che la minaccia, mentre nessuno riesce a proteggerla abbastanza.
Ma ci sono anche donne che denunciano e vengono ugualmente uccise. Donne per le quali erano già stati disposti provvedimenti di allontanamento o dispositivi di controllo. Per questo, dopo una richiesta di aiuto, lo Stato e l’intera rete territoriale devono assumersi la responsabilità di valutare immediatamente il rischio, riconoscere l’eventuale escalation della violenza e accompagnare la donna verso una condizione concreta di sicurezza.
I dispositivi di controllo sono importanti, ma non possono diventare un alibi. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha rilevato criticità nella disponibilità e nei tempi di applicazione dei braccialetti elettronici. In alcuni casi il dispositivo può essere installato molti giorni dopo l’esecuzione della misura cautelare. Uno spazio temporale che, quando il rischio è elevato, può diventare drammaticamente decisivo.
Il caso di Pamela Genini, uccisa nel 2025 dall’ex compagno, resta emblematico. Quando si era recata in ospedale dopo un’aggressione, Pamela aveva riferito di subire violenze e di temere per la propria vita, ma il percorso del Codice rosso non sarebbe stato attivato. La magistratura ha successivamente aperto un’indagine per chiarire ciò che non aveva funzionato.
Non si può affermare con certezza che un singolo intervento avrebbe potuto salvarla. Ma una valutazione del rischio non può restare un foglio compilato e archiviato. Deve produrre una segnalazione, un controllo, una presa in carico e uno scambio tempestivo di informazioni tra ospedali, forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza.
Fare rete non può essere uno slogan. Significa stabilire responsabilità precise, tempi rapidi e procedure verificabili. Significa che nessuna richiesta di aiuto deve perdersi nel passaggio da un ufficio all’altro e che i precedenti dell’uomo, anche nei confronti di donne diverse, devono concorrere alla valutazione della sua pericolosità.
Fare rete significa anche non sottovalutare mai nulla: una minaccia, un tentativo di strangolamento, un controllo ossessivo del telefono, un pedinamento, la violazione di un divieto di avvicinamento, una frase apparentemente dettata dalla gelosia. Non sono semplici “liti di coppia”, ma possibili indicatori di un rischio crescente.
Inasprire le pene? Certamente la certezza della pena e una risposta giudiziaria adeguata sono indispensabili. L’ergastolo può rappresentare una risposta di giustizia per i familiari e proteggere la collettività, ma interviene quando una donna è già stata uccisa.
Nessuna condanna può restituire una figlia ai genitori, una madre ai suoi bambini, una sorella o un’amica a chi le voleva bene. L’ergastolo riguarda la repressione del delitto; la sfida più difficile è impedire che il delitto venga commesso.
Occorre investire stabilmente nei centri antiviolenza e nelle case rifugio, assicurare alle donne autonomia abitativa ed economica, formare in modo specialistico operatori sanitari, forze dell’ordine, magistrati, assistenti sociali e personale delle pubbliche amministrazioni. E’ necessario migliorare il processo di valutazione del rischio e controllare l’esecuzione concreta dei divieti di avvicinamento, senza lasciare sola la donna proprio nel periodo più pericoloso: quello della separazione.
Ma soprattutto bisogna cominciare molto prima, dalle scuole e dalle famiglie. Educare al rispetto, all’affettività e al consenso. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze a riconoscere il controllo, la gelosia ossessiva e la sopraffazione. Aiutare i giovani a gestire la rabbia, le frustrazioni, il rifiuto e la fine di una relazione.
Bisogna spiegare che l’amore non limita la libertà, non umilia, non perseguita e non pretende di possedere.
La sceneggiatura dei femminicidi sembra sempre la stessa, anche se cambiano i luoghi, le vittime e le modalità: “Se non puoi essere mia, non sarai di nessun altro”. È questa idea di dominio che dobbiamo estirpare.
Il segno rosso tracciato da Greta Scarano sul proprio volto ha portato questo messaggio davanti agli obiettivi di tutto il mondo. Ma, spenti i riflettori di Venezia, quel segno deve trasformarsi in responsabilità collettiva e azione quotidiana.
Non possiamo limitarci a contare le vittime, indignarci per qualche giorno e poi aspettare il nome della prossima donna. La domanda non è soltanto quante leggi approvare o quanti anni di carcere infliggere. La domanda più urgente è un’altra: che cosa siamo disposti a fare, concretamente, perché quella donna resti viva?
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