Il narcisismo, il dialogo con l’inconscio attraverso l’ipnosi, i viaggi, gli aforismi

74

Il mondo di Bernardo Paoli, lo psicologo e psicoteraputa ideatore della terapia breve delle esperienze di equilibrio

bernardo paoliFra i più seguiti sui social, autore della Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio Bernardo Paoli” è uno psicologo-psicoterapeuta e ipnotista, scrittore e aforista, coach e formatore in comunicazione efficace e problem solving. Da settembre 2019 ha deciso di svolgere l’attività di consulenza esclusivamente a distanza “per poter girare il mondo con lo studio in uno zaino”. Tra i suoi viaggi più significativi, quello in India, in Giappone, in Islanda e in Norvegia. Durante i suoi viaggi intervista le persone che incontra casualmente per indagare in che modo la cultura incida sulla psicologia e sull’espressione delle emozioni. Zaino in spalla e lavoro online anche per i viaggi in Austria, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Irlanda, Ungheria, Bosnia, Grecia, Russia, Marocco, USA (tra New York e Colorado), Colombia e Israele.

Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo libro, il “Manuale delle Tecniche Psicologiche” scritto a più mani insieme ad Enrico Parpaglione per Giunti Editore e lo abbiamo intervistato.

Lei è psicologo e psicoterapeuta oltre che ipnotista, scrittore e aforista. Ha ideato la Terapia breve delle esperienze di equilibrio. Le chiedo di raccontarci “la qualità” o meglio la “direzione” delle “esperienze di equilibrio”.

“Il mio modello della Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio fa parte della grande madre delle Terapie Brevi, gruppo di psicoterapie che hanno la caratteristica di essere focalizzate sull’efficienza e sugli obiettivi portati dai pazienti. Fin dall’inizio si chiede esplicitamente alla persona dove desidera arrivare. La domanda tipica con cui si inizia è: “Immagini di aver già finito il nostro percorso insieme, che cosa le farebbe dire ‘Meno male che l’ho chiamata.’? Se avesse raggiunto quale obiettivo? La differenza rispetto alle terapie “tradizionali” è che le Terapie Brevi sono molto spostate sulla percezione di dove il paziente vuole arrivare. È Il modo con il quale sono costruite le esperienze di cambiamento a qualificare, e a fare la differenza, fra una psicoterapia e l’altra. L’aver dovuto introdurre un termine diverso e nuovo – Esperienze di Equilibrio – è dipeso dal fatto che il modo di selezionare le esperienze terapeutiche in questo caso ha una specifica caratteristica, che chiamo “simmetria degli opposti”: è un gioco di opposti, in cui ciò che non ha funzionato determina la scelta del tipo di esperienza che va fatta fare al paziente”.

Come nasce l’idea di pubblicare il libro “Il manuale delle tecniche psicologiche”?

“Nel panorama italiano c’è un’anomalia: si parla molto poco delle tecniche e tantissimo della parte teorica, questo perché noi psicologi e psicoterapeuti sappiamo che abbiamo bisogno di una teoria di riferimento, di un certo mindset per operare, se non c’è teoria non sai neanche dove mettere le mani, serve un orientamento teorico. Teoria vuol dire dove metter gli occhi e dove posare lo sguardo per fare poi delle cose nella pratica. Di solito c’è un eccesso dell’aspetto teorico rispetto a quello pratico: può accadere che una persona spenda tre quarti del suo tempo a studiare la teoria ed un quarto la pratica e questo diventa una limitazione. Ci sono libri in cui si parla molto di applicazione teorica e poi in fondo poco di pratica. Sentivamo l’esigenza di mettere un po’ più la parte tecnica davanti a quella teorica e inserire nel libro cosa va detto al paziente, cosa va fatto in una seduta lasciando la parte teorica in secondo piano. La caratteristica che c’è attualmente sul mercato è che le tecniche sono suddivise in orientamenti, cioè separate fra le varie scuole di pensiero. Questo crea un problema perché molte di queste sono simili anche se vengono da scuole differenti. Noi abbiamo chiamato 60 colleghi e abbiamo chiesto di descrivere quelle che maggiormente utilizzano loro e le loro comunità di riferimento. Abbiamo dunque un panorama di 110 tecniche utilizzate dagli psicologi italiani e abbiamo messo il nome della tecnica nella scheda ed anche gli altri nomi attributi ad essa o ad altre tecniche simili in modo tale da far capire come il terreno è molto fertile nell’ambito della psicologia e psicoterapia, ma ci sono anche tante interconnessioni, non ci sono così tante separazioni come potrebbe sembrare, c’è molta più interazione, contaminazione e dialogo fra parti apparentemente diverse. Il manuale vuole essere la testimonianza di cosa c’è al di là di ciò che viene raccontato”.

Il libro colma appunto la lacuna della produzione in materia in Italia dando spazio alle tecniche usate nella pratica quotidiana descrivendole e catalogandole, come lei ha detto: ci chiarisce meglio questo aspetto?

“L’idea era di colmare questa lacuna pubblicando il primo testo in Italia, ma forse anche nel mondo. È un po’ un’enciclopedia delle tecniche psicologiche e psicoterapeutiche che non vada a togliere dall’osservazione, prendere cioè tutto ciò che c’è indipendentemente dall’orientamento da cui proviene”.

Aforismi, una forma particolare ed antica di saggezza, ci spiega che uso ne fa lei?

“La Terapia Breve è una forma di psicoterapia in cui riveste una particolare importanza il linguaggio utilizzato dallo psicoterapeuta. Gli aforismi, fra le varie forme linguistiche, sono una delle più efficaci nell’indurre un cambiamento. Usando un aforisma, il paziente viene mosso emotivamente, in una manciata di parole riesce a produrre un’esperienza emotiva.
Nella Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio, come mindset per selezionare ciò che nei tempi più rapidi può produrre un cambiamento, si fa riferimento alle nove inclinazioni psicologiche. Gli aforismi sono declinati secondo queste nove inclinazioni. Ciò vuol dire che, se una persona è un “prudente”, ovvero che tende alla ricerca della sicurezza e ha la paura come emozione basilare, gli aforismi andranno costruiti o selezionati su quel modo di vedere il mondo. Ad esempio: “La paura è come un velo che cela una scoperta interessante”. Si usano gli aforismi per far cambiare la percezione del problema da risolvere e della realtà circostante”.

Lei viaggiava e continua a viaggiare molto: il viaggio è una parte importante della sua vita. Ci parla di questo? Cos’è il viaggio per lei e come lo applica nella psicologia?

“Mi piace molto ciò che dicono i gesuiti sui viaggi. Alle nuove reclute in formazione viene detto: “Noi gesuiti abbiamo tante case: la casa generalizia, quella dei novizi, le scuole… e i viaggi”. Anch’io mi sento a casa quando viaggio. Entrare in contatto con culture diverse mi permette di vedere come ogni cultura metta l’accento su determinate inclinazioni psicologiche piuttosto che su altre. In Giappone, ad esempio, c’è la tendenza a spingere le persone verso il senso del dovere, il rispetto delle autorità, verso l’essere metodici, e il vivere la propria vita come una sorta di check list da spuntare. Spostandosi in India le cose cambiano e l’accento, ad esempio, è spostato sul lasciare che le cose vadano come vadano. In India sono rimasto molto colpito di come I genitori educhino i loro figli a percepire l’egoismo e l’autoreferenzialità come una delle peggiori cose che possano capitare nella vita. La cultura influenza la nostra vita psicologica”.

Cosa intende per creatività?

“Ci sono due movimenti nella creatività. Il primo ha a che fare con la moltiplicazione dei punti di vista. La Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio si basa sulla creatività: creare una strada alternativa in opposizione a ciò che già c’è, evidenziare un angolo cieco che ancora non era stato visto. Questo è il primo movimento della creatività: identificare un’alternativa in opposizione simmetrica. Gli impressionisti iniziarono a dipingere i loro quadri all’aria aperta, anziché negli studi come era consuetudine, e fu una grande novità, un colpo di genio che era in opposizione rispetto ad una tradizione conservata fino a quel momento. il secondo aspetto della creatività è a mio avviso quella più interessante. Ha a che fare con la selezione di quegli opposti che funzionano: la differenza che c’è fra opposto e complementare. Il complementare è un opposto che funziona. Un conto è la moltiplicazione come esercizio di creatività, un conto è la creatività che funziona, dotata della capacità di efficacia. Motivo per cui non tutti gli atti creativi producono qualcosa di utile o che possa aver successo in una determinata area. La creatività è dunque saper viaggiare fra questi due atti, la moltiplicazione e la selezione efficace”.

Cosa significare essere un mental coach nello sport oggi?

“La pratica del coaching ha molto a che fare con la Terapia Breve e con l’ipnosi: tieni in considerazione dove la persona vuole arrivare, quali sono le sue risorse, i suoi limiti e come limiti e risorse si combinano per riuscire a portare la persona all’obiettivo nel più breve tempo possibile. Lo sportivo è abituato ad essere autodisciplinato dunque è molto più facile lavorarci insieme. Aiutarlo a farlo in maniera efficiente è un lavoro molto divertente. Con gli sportivi lavoro su due aspetti principali: come gestiscono il proprio dialogo interno e le proprie emozioni prima e durante la competizione. Si vanno a cercare delle astuzie e delle modalità alternative per migliorare la loro capacità di autoregolazione. L’ipnosi è sostanzialmente una metodologia immaginativa, e può essere utilizzata per molti scopi, come quello di trovare un supporto in se stessi. Ad esempio, dopo una caduta durante una competizione, uno sportivo che seguivo aveva paura gli potesse accadere di nuovo. Durante l’ipnosi – con una tecnica che si chiama dialogo con l’inconscio – emerse un’immagine protettiva: suo padre che stava sopra la sua testa. Si è portato dietro con sé questa immagine e gli è stata utile nelle competizioni per vincere le sue paure”.

Ci indica a suo giudizio quale sia l’idea più sbagliata che può avere una persona comune sulla professione dello psicologo?

“Di pensarlo come un guru, come l’unica persona che abbia le risposte giuste. In generale la figura del “maestro” è sbagliata: quando percepisci una persona come un maestro di vita c’è qualcosa che non sta funzionando. La persona a cui chiedi una consulenza è un punto di passaggio fra dove sei e dove vuoi arrivare, è un ponte. Una volta attraversato il ponte, lo si ringrazia e si va per la propria strada. È bene che ci sia un mentore, ma alla fine deve diventare inutile: l’obiettivo finale di uno psicologo, di uno psicoterapeuta, è la propria inutilità. Se si diventa un costante punto di riferimento, vuol dire che stai creando un legame di dipendenza infruttuoso: può esserci un momento di passaggio in cui il paziente sviluppa una certa dipendenza dal proprio psicoterapeuta, ma poi questo deve essere sorpassato e bisogna che nel paziente emerga il maestro dentro di sé”.