Evadere dalla contingenza, evocare una dimensione incantata all’interno della quale immaginare atmosfere magiche in cui l’interiorità può perdersi senza bisogno di alzare barriere difensive a sua protezione, è un’opzione stilistica di alcuni autori per cui è impossibile concepire la vita senza il sogno, senza la possibilità di lasciar emergere, e spesso predominare, quella parte fanciullesca del sé che ancora non si è scontrata con l’impatto di un reale disillusorio e che quindi fa apparire ancora tutto possibile, induce a credere che la vita possa prendere quella direzione desiderata che non può fare a meno di generare un radioso sorriso interiore. È esattamente questa l’atmosfera verso cui trasportano le tele dell’artista di cui vi racconterò oggi, che mantiene un’ingenuità espressiva legandola tuttavia a manifestazioni di approfondimento e di interiorizzazione che prendono per mano l’osservatore conducendolo nel suo mondo incantato.
La fuga dalla realtà dal punto di vista espressivo cominciò a prendere forma e diventare una vera e propria corrente intorno alla fine del Diciannovesimo secolo, con l’emergere per la precisione della figura emblematica di Henri Rousseau che tanti consensi ricevette dagli ambienti culturali e letterari di quell’epoca; sia Alfred Jarry che Guillaume Apollinaire furono affascinati dalle narrazioni precise, quanto fantasiose poiché Rousseau non era mai uscito dalla Francia, di luoghi selvaggi come la giungla, tanto quanto della rinuncia alle regole prospettiche dei pittori accademici. L’Arte Naif, così chiamata poiché definita ingenua e priva di preparazione tipica degli artisti autodidatti, ebbe un grande successo proprio in virtù delle differenti sfaccettature interpretative, e degli autori che l’hanno adottata dando un personale punto di vista su quello stile, trasformandolo in una corrente poi accolta anche nei grandi circuiti dell’arte. Dalle miniature immerse nella natura del croato Ivan Generalić, che rinunciò completamente a ogni apparato prospettico, e di moltissimi autori dell’Europa dell’Est, alle vedute cittadine del francese Louis Vivin e dell’italiano Orneore Metelli, fino a giungere allo stile personale ed eccentrico di Antonio Ligabue, dove l’immaginazione si legava all’esigenza di mettere in risalto se stesso a dispetto delle difficoltà e dei rifiuti che aveva dovuto affrontare nella vita. Lo stile di Ligabue mostrava in maniera evidente la necessità di evadere dalla realtà per entrare nel mondo del desiderio reale, del sogno semplice, di possibilità imprendibili eppure ottenibili nella contingenza, e aprendo di fatto la strada a tutte quelle interpretazioni affascinanti e singolari degli artisti latino americani.
Frida Kahlo scelse il Naïf, dunque uno stile pittorico semplice e immediato, per raccontare il suo dolore fisico, il bisogno di mettersi al centro in un mondo ancora troppo declinato al maschile, come era l’arte agli inizi Novecento; la caratteristica di ingrandire le figure, uscendo dunque dalla miniaturizzazione tipica dei primi Naïf, raccontando se stessa in maniera quasi ossessiva, la avvicinarono molto, dal punto di vista espressivo, all’italiano Ligabue, pur avendo lei un approccio più realista, più incline a non lasciare indietro alcuna delle sensazioni di dolore che era costretta a provare. Sempre in America Latina, ma a una latitudine più bassa, si affermò in Colombia la rappresentazione gioviale e serena di Fernando Botero, il maestro del mondo in sovrappeso che conquistò gli ambienti artistici internazionali; anche nel suo caso le figure sono molto grandi e dominanti sulla tela, ma contrariamente a quello di Frida il suo universo è fatto di ingenuità, di momenti piacevoli, di leggerezza, ossimoro davanti al peso dei suoi protagonisti, e di felicità in grado di permeare ogni tela comunicando con l’osservatore. E poi il Naïf haitiano, i cui colori vivaci e intensi coinvolgono in virtù della capacità di raccontare le scene di vita di quell’ammaliante mondo tropicale tanto lontano dalla cultura europea, quanto simbolo di spontaneità esistenziale e di piccole gioie quotidiane, e di cui fu grande esponente Yvon Jean Pierre. L’artista norvegese Vivi Connors fonde all’interno del suo stile pittorico tutte queste esperienze espressive mescolandole per trovare un linguaggio originale, personale, dove viene ritrovata la miniaturizzazione degli autori dell’Europa dell’Est, in cui la sua figura viene messa al centro di ogni opera, di ogni sensazione, di ogni interiorizzazione, come nella traccia artistica di Frida Kahlo, dove le atmosfere sono serene, felici e sognanti come nelle tele di Fernando Botero, e in cui i colori sono vivaci, vitali, coinvolgenti come nel Naïf haitiano.
La sintesi compiuta da Vivi Connors genera dunque una nuova lettura dello stile, ormai non più legato a una formazione autodidatta bensì scelto dagli artisti come strada espressiva per raccontare meglio il proprio universo interiore e l’approccio alla vita, e soprattutto un mezzo per sottolineare quanto lei preferisca rimanere nella sua dimensione poetica e fatata piuttosto che calarsi in una realtà contemporanea disturbante e inadeguata a far vibrare le sue delicate corde emozionali.
Ciò che emerge in modo chiaro e inequivocabile dai suoi dipinti è dunque il desiderio, o forse sarebbe meglio dire la necessità, di mantenere una stretta connessione con la sua bambina interiore, quella che non ha voglia, non nell’arte, di far prevalere il lato adulto; dunque il sorriso, la delicatezza, le atmosfere idilliache e il contatto con la natura che la circonda fuoriescono costantemente dalle narrazioni che, di volta in volta, sono in grado di trasportare il fruitore in una dimensione speciale in cui non può fare a meno di desiderare di immergersi. Dal punto di vista formale dunque, i lavori di Vivi Connors presentano tutte le caratteristiche del Naïf nella bi-dimensionalità, nell’irrealtà quasi magica, nei colori pieni e sfumati solo se funzionali a enfatizzare la fuga dal mondo contingente che l’autrice compie ogni qualvolta si siede davanti alla tela per dar vita a un nuovo sogno.
In Windows and Gardens ripropone la propria immagine in un’espressione completamente rapita dalla bellezza del verde che ha il privilegio di vedere dalla finestra della sua casa, emanando una sensazione di freschezza, di beatitudine proprio perché è solo attraverso il contatto con la natura che l’essere umano in generale, e lei in particolare, può ritrovare il sé più autentico, quello in grado di godere appieno della meraviglia della semplicità. L’atteggiamento della donna è infatti completamente rilassato e al contempo appagato da una visione tanto poetica, quasi riuscisse a lasciarsi trasportare dalla brezza che muove le foglie degli alberi e dei cespugli che scorge da quel punto di osservazione privilegiato.
In Something Intangeable invece Vivi Connors enfatizza la tradizione della miniaturizzazione unita alla sua attenzione verso una spiritualità che è guida interiore, un atto di fede in ciò che non può trovare prova nella concretezza ma che esiste e avvolge l’esistenza; è questo il significato della parola intangibile del titolo e che si traduce visivamente con delle presenze, tra folletti e angeli, che vegliano e accompagnano il momento di rilassamento dell’autrice, come se volessero assicurarsi che non perda la felicità e la gioia che la contraddistinguono. L’atmosfera poetica e al tempo stesso serena viene accentuata dalla superficie completamente immobile dell’acqua, che dunque sottolinea il senso di abbandono rilassato della protagonista, e dalla presenza di fiori sospinti con delicatezza dalla figura in alto che appare essere un amorevole angelo custode.
In Bridges and Inner Chapels l’ambientazione è ancora una volta marina ma più invernale, perché l’acqua per Vivi Connors corrisponde alla purezza, alla capacità rigenerativa di cui l’anima ha bisogno per evolvere, e anche di quel fluire costante che le ricorda l’importanza di cogliere ogni dono, anche il più piccolo, che la vita le offre. Il ponte in questa tela perde quasi la sua fisicità, il suo utilizzo pratico, per diventare una spinta verso l’alto, verso un’elevazione che si può raggiungere solo e unicamente quando si è in grado di porsi in contatto con quella voce interiore che ha bisogno di essere ascoltata. Alle spalle della donna-Vivi si trova il mare invernale, gelido all’apparenza eppure pieno di possibilità, di aperture verso nuovi orizzonti che possono portare a un approfondimento della conoscenza di sé proprio grazie a quel salto verso l’ignoto.
In The Green Swimswits l’autrice ritrae se stessa in questo caso come parte ed essenza stessa della natura, dunque il costume verde evoca lo stelo di un fiore o di una pianta molto giovane, mentre le mani sono dei rami che sostengono le delicate roselline selvatiche che sembrano essere metafora del desiderio di Vivi Connors di mostrare e custodire la sua delicatezza interiore, la bellezza che si manifesta all’esterno solo quando proviene da un’anima capace di coltivare la purezza, la spontaneità e la naturalezza. È questo che esprime il volto della ragazza, quasi un monito all’osservatore a non dimenticare mai di essere umano, di prendersi cura di tutto ciò che lo circonda e che quotidianamente rende meravigliosa la sua vita.
Vivi Connors ha al suo attivo la partecipazione a mostre collettive e personali in Norvegia, Svezia, USA, Italia, le sue opere sono state inserite in molte riviste d’arte e ha ricevuto dei premi per la sua originalità creativa.
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To escape from contingency, to evoke an enchanted dimension within which to imagine magical atmospheres in which interiority can lose itself without the need to raise defensive barriers to protect it, is a stylistic option of some authors for whom it is impossible to conceive of life without the dream, without the possibility of allowing it to emerge, and often predominate, that childlike part of the self that has not yet collided with the impact of a disillusioning reality and thus makes everything still seem possible, induces one to believe that life can take that desired direction that cannot help but generate a radiant inner smile. This is exactly the atmosphere to which transport the canvases of the artist I will tell you about today, who maintains a naiveté of expression while nevertheless tying it to manifestations of deepening and internalization that take the viewer by the hand, leading him into her enchanted world.
The escape from reality from the point of view of expression began to take shape and become a real current around the end of the nineteenth century, with the emergence for precision of the emblematic figure of Henri Rousseau who received so much acclaim from the cultural and literary circles of that time; both Alfred Jarry and Guillaume Apollinaire were fascinated by the precise, as much as fanciful narratives since Rousseau had never been out of France, of wild places like the jungle, as much as of the renunciation of the perspective rules of academic painters. Naïve Art, so called because it was defined as naïve and lacking the preparation typical of self-taught artists, had a great success precisely because of the different facets of interpretation, and of the authors who adopted it giving a personal point of view on that style, transforming it into a current later accepted even in the great art circuits. From the miniatures immersed in nature of the Croatian Ivan Generalić, who completely renounced all perspective apparatus, and of a great many Eastern European authors, to the city views of the French Louis Vivin and the Italian Orneore Metelli, until the personal and eccentric style of Antonio Ligabue, where imagination was linked to the need to highlight himself in spite of the difficulties and rejections he had faced in life. Ligabue‘s style conspicuously showed the need to escape from reality and enter the world of real desire, of simple dreaming, of possibilities that were impregnable yet obtainable in contingency, and effectively paving the way for all those fascinating and singular interpretations by Latin American artists.
Frida Kahlo chose the Naïf, thus a simple and immediate style of painting, to narrate her physical pain, her need to put herself in the center in a world still too male-dominated, as art was in the early twentieth century; the characteristic of enlarging the figures, thus coming out of the miniaturization typical of the early Naïf, narrating herself in an almost obsessive way, brought her very close, from an expressive point of view, to the Italian Ligabue, although she had a more realistic approach, more inclined to leave behind none of the feelings of pain she was forced to experience. Also in Latin America, but at a lower latitude, became famous in Colombia the jovial and serene representation of Fernando Botero, the master of the overweight world who conquered international art circles; in his case, too, the figures are very large and dominant on the canvas, but contrary to Frida‘s, his universe is made up of naiveté, pleasant moments, lightness, an oxymoron in the face of the weight of his protagonists, and happiness capable of permeating every canvas communicating with the viewer.
And then the Haitian Naïf, whose vivid and intense colors involve by virtue of their ability to narrate the life scenes of that bewitching tropical world so distant from European culture, as much a symbol of existential spontaneity and small daily joys, and of which Yvon Jean Pierre was a great exponent. Norwegian artist Vivi Connors fuses within her painting style all these expressive experiences, mixing them to find an original, personal language, where the is found the miniaturization of Eastern European authors, where her figure is placed at the center of every work, of every sensation, of every internalization, as in the artistic trace of Frida Kahlo, where the atmospheres are serene, happy and dreamy as in the canvases of Fernando Botero, and where the colors are lively, vital, engaging as in the Haitian Naïf. The synthesis accomplished by Vivi Connors thus generates a new reading of the style, now no longer tied to a self-taught training but chosen by artists as an expressive way to better narrate their inner universe and approach to life, and above all a means to emphasize how much she prefers to remain in her poetic and fairy dimension rather than to descend into a disturbing contemporary reality inadequate to vibrate her delicate emotional chords.
What emerges clearly and unequivocally from her paintings is therefore the desire, or perhaps it would be better to say the need, to maintain a close connection with her inner child, the one who has no desire, not in art, to let the adult side prevail; therefore, the smile, the delicacy, the idyllic atmospheres and the contact with the nature that surrounds her constantly emerge from the narratives that, from time to time, are able to transport the viewer into a special dimension in which she cannot help but wish to immerse herself. From a formal point of view, therefore, Vivi Connors‘ paintings present all the characteristics of the Naïf in the two-dimensionality, in the almost magical unreality, in the solid and shaded colors only if they are functional to emphasize the escape from the contingent world that the author makes every time she sits in front of the canvas to give life to a new dream.
In Windows and Gardens she repurposes her own image in an expression completely enraptured by the beauty of the greenery she is privileged to see from the window of her home, emanating a feeling of freshness, of bliss precisely because it is only through contact with nature that human beings in general, and she in particular, can rediscover the most authentic self, the one able to fully enjoy the wonder of simplicity. Indeed, the woman’s attitude is completely relaxed and at the same time fulfilled by such a poetic vision, as if she can let herself be carried away by the breeze that moves the leaves of the trees and bushes she glimpses from that vantage point. In Something Intangeable, on the other hand, Vivi Connors emphasizes the tradition of miniaturization combined with her focus on a spirituality that is an inner guide, an act of faith in that which cannot find evidence in concreteness but which exists and envelops existence; this is the meaning of the word intangible in the title and is visually translated by presences, including sprites and angels, who watch over and accompany the author’s moment of relaxation, as if to ensure that she does not lose the happiness and joy that distinguishes her.
The poetic yet serene atmosphere is accentuated by the completely motionless surface of the water, which therefore underscores the protagonist’s sense of relaxed abandonment, and by the presence of flowers gently pushed by the figure above who appears to be a loving guardian angel. In Bridges and Inner Chapels the setting is once again marine but more wintry, because water for Vivi Connors corresponds to purity, to the regenerative capacity that the soul needs in order to evolve, and also to that constant flow that reminds it of the importance of seizing every gift, even the smallest, that life offers. The bridge in this canvas almost loses its physicality, its practical use, to become a push upward, toward an elevation that can only and uniquely be achieved when one is able to put oneself in touch with that inner voice that needs to be heard. Behind the woman-Vivi lies the winter sea, icy in appearance yet full of possibilities, of openings to new horizons that can lead to a deepening of self-knowledge precisely through that leap into the unknown. In The Green Swimswits the author portrays herself in this case as part and essence of nature itself, thus the green costume evokes the stem of a flower or a very young plant, while the hands are branches supporting the delicate wild roses that seem to be metaphors for Vivi Connors‘ desire to show and guard her inner delicacy, the beauty that manifests itself on the outside only when it comes from a soul capable of cultivating purity, spontaneity and naturalness. This is what the girl’s face expresses, almost a reminder to the viewer to never forget to be human, to take care of everything around him and that daily makes his life wonderful. Vivi Connors has to her credit participation in group and solo exhibitions in Norway, Sweden, USA, Italy, her artworks have been included in many art magazines and she has received awards for her creative originality.
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