L’arte è un dono per chi crea, ma anche per chi osserva, perché può riconoscersi, emozionarsi e sentirsi meno solo
Crede fervidamente al fatto che l’arte possa essere un mezzo efficace e profondo per conoscere noi stessi, oltre che per aiutarci a farci conoscere agli altri, Oriana Papini. Di recente è stata la promotrice della mostra “Io e il mio personaggio” per la quale ha svolto il ruolo di arteterapeuta per i ragazzi della Cooperativa La Quercia.
Oriana, tu sei sia una brava artista che un’accorta arteterapeuta. Come hai deciso di insegnare e di condividere la tua passione, nonché le tue conoscenze, con gli altri?
Credo che l’arte abbia senso quando riesce anche a creare relazione. A un certo punto del mio percorso ho sentito il desiderio di trasformare qualcosa di personale in qualcosa di condiviso. L’arteterapia mi ha permesso proprio questo: usare l’arte non solo come espressione individuale, ma come strumento di incontro, ascolto e crescita.
Che cosa significa condividere realmente qualcosa oggi?
Oggi condividere davvero significa esserci in modo autentico. Viviamo in un tempo in cui si mostra tantissimo, ma spesso ci si espone poco davvero. La condivisione vera nasce quando si abbassano le difese e si crea uno spazio sincero di ascolto reciproco.
Quali sono le condivisioni più belle che la tua arte e la recente mostra con i ragazzi della Cooperativa La Quercia ti hanno donato?
Sicuramente vedere nascere relazioni autentiche. All’inizio molti ragazzi erano chiusi o timorosi, poi attraverso il lavoro creativo hanno iniziato a fidarsi, a collaborare e persino a consigliarsi tra loro. Durante la mostra la cosa più bella è stata vedere le persone emozionarsi davanti ai lavori e i ragazzi sentirsi finalmente riconosciuti e valorizzati.
Si parlava del legame tra la persona e il suo personaggio: un omaggio velato a Pirandello e alle sue maschere?
In parte sì. Pirandello raccontava molto bene le maschere che ognuno di noi indossa. Anche nella mostra emergeva questo tema: esiste il personaggio che mostriamo al mondo e poi c’è una parte più profonda, fragile e autentica che spesso teniamo nascosta. Attraverso l’arte queste parti possono emergere senza bisogno di parole.
Come si può, a tuo avviso, uscire poi dal personaggio per essere davvero noi stessi?
Credo che il primo passo sia ascoltarsi senza paura e senza troppo giudizio. Spesso il personaggio nasce per proteggerci. Però quando iniziamo ad accettare anche le nostre fragilità, allora possiamo avvicinarci di più a ciò che siamo davvero.
L’arte è davvero un dono?
Sì, perché permette di trasformare qualcosa di invisibile in qualcosa di visibile e condivisibile. È un dono per chi crea, ma anche per chi osserva, perché può riconoscersi, emozionarsi e sentirsi meno solo.












