Accostarsi all’opera di David Ferrante significa intraprendere un viaggio di rara densità intellettuale, in cui la ricerca antropologica, la sociologia e la scrittura poetica si fondono in un’indagine profonda sul rapporto tra l’uomo e il mistero. Se nelle sue opere precedenti, a partire dal fortunato progetto Abruzzo Magico, l’autore ha compiuto un’autentica operazione di archeologia dell’anima recuperando il patrimonio ancestrale delle leggende popolari, delle streghe e dei fantasmi, con “Non bastano cento parole. Drabble e altre attese prima di chiamarti amore” (edizioni Tabula fati) assistiamo a un’evoluzione poetica coerente e sorprendentemente compiuta. Ferrante compie un passaggio cruciale: dal mito collettivo della tradizione popolare passa al mito privato dell’amore, traslando il soprannaturale dall’immaginario folkloristico alla dimensione intima del sentimento.
L’opera si inserisce con piena maturità in quella nobile linea della letteratura italiana che attribuisce alla tradizione un valore simbolico ed esistenziale. Viene naturale scorgere nelle atmosfere sospese di Ferrante la capacità di Dino Buzzati di trasformare l’enigma in riflessione, o la sensualità suggestiva di Gabriele D’Annunzio, qui elevate a materia lirica interiore. Tuttavia, la cifra più autentica di questa raccolta risiede nella sua matrice letteraria, che dialoga magistralmente con la grande tradizione della distanza e dell’assenza.
L’amore, nelle pagine di Ferrante, non nasce dall’incontro o dal possesso, ma si alimenta del desiderio di ciò che si attende, evocando la purezza irraggiungibile dello Stilnovo e la memoria ossessiva del Canzoniere di Petrarca.
L’amata si frammenta e si trasforma continuamente, assumendo le sembianze archetipiche di eco, sirena, luna o fantasma, rimanendo indefinitamente aperta all’interpretazione universale.
La scelta stilistica del drabble – forma narrativa breve che impone il vincolo di cento parole esatte – conferisce al volume un interesse ritmico e formale straordinario. Tale misura costringe l’autore a una scrittura essenziale, fatta di sottrazioni repentine, immagini fulminee e silenzi densi di significato. In questa rigorosa economia della parola emerge una raffinata vicinanza con la poesia latina, in particolare con l’intensità drammatica di Catullo e l’estetica dell’attesa delle Heroides di Ovidio, unita alla sensibilità novecentesca di Ungaretti e Montale, dove il frammento e il non detto diventano l’unico strumento possibile per tentare di dire l’indicibile. Questa continua tensione tra la parola e il silenzio si riallaccia direttamente al grande tema dell’ineffabilità dantesca: come il Sommo Poeta nel Paradiso si scontra con il limite umano del linguaggio davanti alla visione dell’Amore supremo, così Ferrante sperimenta, e suggerisce al lettore, che le parole non bastano mai a perimetrare il sentimento amoroso, trovando proprio in questo limite la necessità assoluta e la purezza della scrittura.
David Ferrante firma un’opera solida e necessaria, che arricchisce il panorama letterario contemporaneo.
Cento parole, si scopre leggendo, sanno lasciare un’impronta duratura: è proprio nella loro insufficienza dichiarata che questa raccolta trova la sua verità.
A cura della Prof.ssa Alessandra Melideo – Docente di Lettere e Latino, Critico Letterario
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