Sport

Libri e sport: esce “La partita del potere” di Moris Gasparri

ROMA – Vladimir Putin che esibisce il proprio corpo atletico come modello della forza nazionale; Donald Trump che trasforma gli sport di combattimento in linguaggio politico e metafora della lotta permanente; Xi Jinping che investe nello sport come parte integrante della “rinascita della nazione cinese”; Narendra Modi che prova a emularlo per quella indiana. Mohammed bin Salman che utilizza l’industria degli spettacoli sportivi, a partire dal calcio, per ridefinire identità, consenso e prestigio globale dell’Arabia Saudita. Da sempre celebrato come spazio autonomo, pacifico e separato dalla politica, lo sport è diventato un’arma. E, come tale, viene spesso e volentieri brandito dai leader autoritari impegnati ne “La partita del potere” che imperversa in questi tempi caotici, analizzata da Moris Gasparri in un nuovo libro edito da Egea.

Studioso di sport e geopolitica, saggista e consulente delle principali istituzioni sportive italiane, Gasparri cerca di capire come lo sport si sia trasformato in uno dei principali strumenti simbolici della politica di potenza contemporanea, centro nevralgico delle strategie di legittimazione del potere. Olimpiadi, Mondiali di calcio, arti marziali, sport invernali ed esport non sono più soltanto competizioni o intrattenimento globale, ma palcoscenici geopolitici in cui si mettono in scena forza, vittoria, disciplina e consenso. Il volume analizza questo cambiamento collocandolo nel passaggio dall’ordine liberale del secondo dopoguerra a un mondo multipolare segnato dal ritorno delle leadership autoritarie e dalla crescente fragilità delle democrazie.

È il ritorno delle ideologie politiche dello sport: progetti coerenti in cui l’attività fisica, la competizione e l’intrattenimento che ne conseguono vengono mobilitate dall’alto come strumento di propaganda, legittimazione interna e proiezione internazionale della potenza. Non si tratta di episodi isolati, ma di una tendenza strutturale che attraversa l’età degli imperi e le nuove leadership globali. Attraverso cinque casi emblematici – Vladimir Putin, Donald Trump, Xi Jinping, Narendra Modi e Mohammed bin Salman – Gasparri ricostruisce nel dettaglio i diversi modi in cui lo sport viene incorporato nei rispettivi progetti di potere.

Nella Russia di Putin, lo sport diventa uno strumento di rigenerazione nazionale: il corpo atletico del leader, la centralità della vittoria e l’ossessione per la salute fisica traducono in termini biologici e morali l’idea di una nazione che deve ritrovare forza e prestigio dopo il trauma del declino dell’impero sovietico. Negli Stati Uniti di Trump, lo sport – in particolare le arti marziali miste e l’universo UFC – fornisce invece una grammatica della lotta permanente, in cui il conflitto politico viene rappresentato come scontro totale, privo di arbitri e mediazioni, e il leader si legittima come fighter capace di resistere e vincere.

In Cina, Xi Jinping utilizza lo sport come parte integrante del progetto di rinascita nazionale: investimenti sistematici, attenzione al medagliere e centralità delle Olimpiadi contribuiscono a costruire una narrazione di vittoria collettiva e di destino storico, in cui il successo sportivo diventa prova tangibile della forza dello Stato-civiltà. In India, Narendra Modi mobilita lo sport come strumento di identità e integrazione, legandolo a un’idea di nazione energica, disciplinata e competitiva, capace di affermarsi nello scenario globale anche attraverso la diffusione della pratica sportiva di massa.

Nell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, infine, grandi eventi e sport entertainment vengono utilizzati come leva di trasformazione e di posizionamento internazionale: lo sport diventa vetrina di modernizzazione, dispositivo di soft power e strumento per ridisegnare l’immagine del Paese oltre la dipendenza energetica. Gasparri mostra come, in questi contesti, lo sport venga caricato di significati ideologici precisi: culto della vittoria, esaltazione della lotta, disciplinamento dei corpi, uso intensivo delle tecnologie e dei media digitali, identificazione diretta tra leader, atleti e destino nazionale. Olimpiadi e Mondiali non sono più soltanto competizioni, ma strumenti di consenso interno e di persuasione esterna.

Un passaggio centrale del libro – e che ci tocca da vicino – è dedicato all’Occidente e, in particolare, agli Stati Uniti. Qui lo sport diventa uno dei luoghi in cui si manifesta una regressione democratica interna: la politicizzazione di una lega sportiva come l’UFC, la perdita della neutralità sportiva e la trasformazione della competizione in scontro totale anticipano e riflettono la radicalizzazione del conflitto politico. Lo sport non causa questa regressione, ma ne è uno specchio precoce e amplificato. In controluce emerge anche la condizione europea. Culla dello sport antico e moderno e dei suoi valori di fair play e neutralità, l’Europa appare sempre più marginale e impreparata di fronte all’uso politico dello sport da parte delle nuove potenze. Anche il calcio, storico bastione della centralità europea, è sempre meno in mani europee. Alla vigilia dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina, “La partita del potere” invita a interrogarsi su quale idea di sport e di politica l’Europa voglia ancora rappresentare.

“La necessità di studiare e comprendere il legame tra sport e geopolitica non è più rubricabile a tema marginale e irrilevante”, scrive l’autore. “Lo sport fa oggi parte delle agende dei leader delle principali potenze mondiali, soprattutto di quelle asiatiche, in un modo totalmente diverso rispetto al passato, e questo rapporto va studiato nelle sue evoluzioni future. Il vero ruolo delle ideologie politiche dello sport è rivolto all’interno. L’uso politico dello sport serve a mobilitare e cementare attorno a una visione del mondo e della storia, rafforzando il potere dei leader e delle loro cerchie. L’utilizzo dello sport come strumento di soft power per influenzare gli altri stati è secondario rispetto alla sua influenza in chiave interna”.

“Lo sport, nato in connessione con lo sviluppo delle democrazie occidentali”, conclude Gasparri, “è già oggi strumento del loro superamento”.

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Redazione L'Opinionista

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