Maricoltura, Api: “Per la tenuta della filiera servono investimenti, spazi marini adeguati e sostegno nella fase di transizione”

ROMA – L’estate 2026 ha rappresentato un nuovo banco di prova per la maricoltura italiana. Le temperature eccezionalmente elevate registrate nel Mediterraneo hanno reso più complessa la gestione degli allevamenti a mare, in particolare di spigole e orate, le principali specie dell’acquacoltura marina nazionale. Luglio è stato il mese più caldo dal 1993 nel Mediterraneo, con una temperatura superficiale media attorno ai 27°C. Al largo della costa toscana l’anomalia media mensile ha raggiunto +3,9 gradi, il valore più alto della serie disponibile dal 1982.

Il quadro non è stato omogeneo sull’intero bacino e in questi ultimi giorni le temperature si sono parzialmente stabilizzate in alcune aree. Restano tuttavia anomalie rilevanti, con nuclei di calore persistenti in settori del Canale di Sicilia e dell’Adriatico. Un fenomeno che, per il comparto produttivo, non può più essere considerato episodico.

“Per gli allevamenti in mare – afferma Claudio Pedroni, vicepresidente esecutivo dell’Associazione Piscicoltori Italiani – aumentano le criticità sanitarie, cresce la complessità della gestione degli impianti e diventa necessario intervenire sull’alimentazione e sulla densità dei pesci per proteggerne salute e benessere”.

L’aumento della temperatura dell’acqua spinge le specie allevate a ridurre l’assunzione di cibo, con effetti diretti sull’economia aziendale e sulle nostre tavole. Il raggiungimento della taglia commerciale di spigole e orate richiesta dalla GDO si allunga, i cicli produttivi diventano meno prevedibili e aumenta l’esposizione ai costi di gestione. “Per le nostre imprese significa far slittare la disponibilità del prodotto, sostenere più a lungo i costi e operare con margini ancora più incerti, con effetti sull’intera filiera italiana che deve già competere con Paesi che hanno molte più concessioni e norme meno rigide”.

Le aziende stanno già investendo in soluzioni per ridurre l’esposizione ai picchi termici, ma per il futuro servono condizioni autorizzative e territoriali adeguate, senza i vincoli che ostacolano ogni modifica agli impianti.

Anche gli allevamenti a terra potranno svolgere una funzione rilevante nella nuova organizzazione del comparto.

La fase che si apre, evidenzia l’API, non può pertanto essere affrontata esclusivamente con la capacità di adattamento delle singole aziende: “Gli allevatori stanno lavorando in un contesto ambientale radicalmente cambiato e con difficoltà che fino a pochi anni fa non erano immaginabili – conclude Pedroni -. Per permettere alle imprese di continuare a produrre, tutelare il benessere dei pesci e garantire occupazione e una filiera alimentare sempre di elevata qualità occorrono investimenti pubblici mirati, procedure autorizzative più rapide, ricerca applicata e un sostegno nella fase di transizione”.