Continua la stretta sui furbetti dell’ISEE, nuovi controlli per tutti e sanzioni che arrivano nel penale, da quest’anno non scappa.
L’introduzione dell’Isee precompilato e dei nuovi controlli previsti dal decreto Pnrr ha rafforzato in modo significativo il sistema di verifica sulle dichiarazioni economiche dei cittadini. L’obiettivo è duplice: semplificare l’accesso alle prestazioni sociali agevolate e contrastare le dichiarazioni non veritiere che negli anni hanno permesso a molti di ottenere benefici non spettanti.
L’Isee rimane infatti uno strumento centrale per accedere a misure come assegno unico, bonus sociali, agevolazioni universitarie e servizi comunali. Proprio per questo il governo ha deciso di potenziare i controlli e chiarire con precisione quali rischi corre chi presenta un’attestazione errata o mendace.
Le nuove regole prevedono verifiche automatiche che riducono drasticamente la possibilità di omettere redditi, patrimoni o conti correnti. Con il nuovo sistema, scuole, università, Comuni e altri enti non si limitano più a ricevere l’Isee dichiarato dal cittadino.
Le amministrazioni possono acquisire d’ufficio i dati necessari tramite la piattaforma Inps, incrociando le informazioni della Dsu con quelle presenti nelle banche dati pubbliche. Questo meccanismo, definito “Isee antifrode”, consente di individuare rapidamente incongruenze e dichiarazioni non coerenti con la reale situazione economica.
La relazione illustrativa del decreto spiega che la norma serve a ridurre il rischio di prestazioni concesse indebitamente, aumentando la trasparenza del sistema. Il controllo incrociato rende più difficile nascondere patrimoni immobiliari, giacenze bancarie o redditi non dichiarati.
Presentare un Isee errato comporta conseguenze rilevanti, anche quando l’errore non viene individuato immediatamente. La prima conseguenza è la revoca del beneficio ottenuto, con annullamento della prestazione riconosciuta sulla base di dati non corretti.
Segue l’obbligo di restituire tutte le somme percepite senza diritto, fino a un massimo di 5 anni precedenti alla scoperta dell’irregolarità. Per chi ha usufruito di agevolazioni continuative, come riduzioni universitarie o assegni mensili, l’importo da restituire può diventare molto elevato.
Quando l’errore deriva da omissioni volontarie o dichiarazioni false, il rischio diventa penale e in presenza di dolo, può configurarsi il reato di truffa ai danni della pubblica amministrazione. Le sanzioni previste includono la reclusione da 6 mesi a 3 anni, oltre a una sanzione pecuniaria proporzionata alla gravità del fatto.
Si tratta di conseguenze che superano la semplice irregolarità formale e incidono profondamente sulla posizione personale del dichiarante. I controlli possono essere avviati anche a distanza di anni, perché l’Inps può verificare la correttezza delle dichiarazioni entro 5 anni dalla Dsu.
Sul piano penale, l’azione può essere avviata fino a 7 anni dopo la dichiarazione ritenuta falsa, con effetti retroattivi sulle prestazioni ricevute. Una punizione, quindi, dal quale è difficile scappare e che pare non cadere in prescrizione tanto facilmente.
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