Prima edizione del Premio “Benemeriti della lingua italiana”: chi ha vinto

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Vince Maria Cabiddu che ha lottato per mantenere attivi i corsi in lingua italiana. Premiata la giurista che ha lottato per dire no all’uso esclusivo della lingua inglese nei corsi del Politecnico di Milano

FIRENZE ‒ Il Premio vinto il 9 maggio 2019 da Maria Agostina Cabiddu, di recente istituzione, costituisce un riconoscimento ai “Benemeriti della lingua italiana”. Come si legge nel comunicato stampa dell’Accademia della Crusca, esso viene conferito «a una persona di riconosciuta alta qualifica culturale, di qualsiasi nazionalità, giudicata “benemerita della lingua italiana” per aver operato in misura rilevante, direttamente o indirettamente, in qualsiasi settore di attività e di studi o con atti generosi anche in campo sociale, per la tutela, la valorizzazione e la diffusione della lingua italiana, ad esclusione di persone che operino professionalmente nel campo della ricerca o dell’insegnamento, scolastico e universitario, della lingua, della linguistica e della filologia italiana».

La vincitrice, Maria Agostina Cabiddu, docente di Istituzioni di diritto pubblico al Politecnico di Milano, è stata premiata per aver condotto un’importante battaglia affinché si mantenesse vivo l’uso della lingua italiana nei corsi universitari di istruzione scientifica superiore.

Cabiddu ha infatti combattuto contro una discussa delibera del Senato Accademico del Politecnico, che prevedeva l’uso esclusivo della lingua inglese nei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca. Di fatto, ai docenti veniva vietato l’uso della lingua italiana, esclusa dai livelli più alti della formazione. Di fronte a questo rischio di una messa in congedo della nostra lingua dai corsi universitari, Cabiddu ha costituito un Comitato di docenti che si è espresso più volte contro la delibera del Senato Accademico, e ha fatto ricorso al TAR della Lombardia. È così riuscita a ottenere l’annullamento della delibera, per manifesta incostituzionalità dell’esclusione dell’uso della lingua italiana all’interno dei corsi di istruzione superiore. Nel 2017, dopo l’appello del Politecnico e del MIUR, il Consiglio di Stato ha censurato fermamente “l’interpretazione aberrante che aveva contestualmente condotto all’esclusione dell’italiano”.

La delibera ha infatti avuto origine a causa di un’errata interpretazione della cosiddetta Legge Gelmini (240/2010): la legge prevede la possibilità, per gli atenei italiani, di tenere “anche” corsi in lingua inglese, il che tuttavia non significa “esclusivamente”: l’università pubblica può erogare alcuni corsi in lingua inglese, e deve necessariamente predisporre un corso parallelo in lingua italiana.

La sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale chiarisce dunque l’impossibilità di istituire corsi di studio interamente in lingua straniera: in base agli articoli 3, 6, 33 e 34 della Costituzione la sentenza stabilisce che “le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana all’interno dell’università italiana a una posizione marginale e subordinata”.

Un‘importante vittoria, anche se, come specificato nel Comunicato stampa dell’Accademia della Crusca, Cabiddu, vinta la battaglia sul fronte legale, ha dovuto affrontare il non facile compito di combattere contro un’errata immagine creatasi a causa di interpretazioni fuorvianti fornite da alcuni organi di stampa. La giurista è stata infatti accusata di aver proposto l’esclusione dell’inglese, mentre ciò che ha fatto è aver lottato per la non esclusione dell’italiano.

Stupisce il fatto che una battaglia per la salvaguardia della nostra lingua possa essere letta come un’operazione protezionistica e lesiva dell’autonomia degli atenei. La funzione di lingua veicolare svolta oggi dall’inglese, e in passato dal francese e dal latino, non può essere tradotta in una rinuncia al plurilinguismo e alla ricchezza espressiva e comunicativa della lingua italiana. Il Politecnico, erogando corsi di laurea specialistica e di dottorato unicamente in lingua inglese, ha attuato una riduzione anziché un ampliamento dell’offerta formativa.

Il dibattito sull’eliminazione dell’offerta formativa nella lingua nazionale a favore di un’unica lingua internazionale si è riacceso più volte negli atenei e all’interno dell’Accademia della Crusca nel corso degli ultimi anni. Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha espresso il suo parere in merito alle critiche che la sentenza ha suscitato da parte di alcuni esponenti del mondo accademico. La sentenza non vieta in alcun modo agli atenei di tenere corsi in lingua inglese, e lascia piena libertà di internazionalizzazione: essa vuole garantire all’italiano la permanenza nelle università come lingua della didattica, reagendo a quello che, di fatto, è un tentativo di “imposizione” della lingua inglese. La precisazione fatta da Marazzini è che il nodo al centro della sentenza non è quale sia la lingua della scienza, bensì quale sia la lingua della didattica. Si tratta di coloro che vengono formati per essere i futuri professionisti del sapere, che saranno attivi nella penisola oltre che nel resto del mondo: dovranno padroneggiare pienamente il nostro idioma in modo da esercitare la loro professione in Italia prima ancora che in altri paesi. Il plurilinguismo è il punto di arrivo, e la partenza è la lingua italiana, che la sentenza definisce “patrimonio culturale da preservare e valorizzare”.

Un ulteriore aspetto da considerare, come specifica Cabiddu nel volume “L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione”(2017), è che la lingua che si sta affermando come codice del progresso scientifico in realtà non è l’inglese, bensì il cosiddetto “basic english”: un mezzo linguistico meramente tecnico, che ha poco a vedere con la cultura intesa nel senso più complesso del termine. E cui manca un aspetto fondamentale della lingua, quello di strumento per l’elaborazione del pensiero e per la trasmissione dei valori.

A cura di Barbara Miladinovic