Attualità

Rappresentare il potere femminile: linguaggio, percezioni e narrazioni pubbliche

“Abbiamo qui una giovane donna. Non mi sarebbe permesso dirlo negli Stati Uniti, di solito, lì è la fine della carriera se lo fai, ma correrò il rischio: è una donna giovane e bella. Voleva essere qui, è incredibile. In Italia è una politica rispettata e di grande successo. Non ti dispiace se dico che sei bellissima? Perché lo sei davvero”.

Così il presidente americano Donald Trump, dal palco del summit di pace di Sharm el-Sheikh, ha elogiato la premier italiana Giorgia Meloni, unica donna tra oltre trenta leader mondiali.

Un apprezzamento espresso in forma cortese, che tuttavia solleva alcune riflessioni. In un contesto istituzionale, risulta interessante osservare come, nel descrivere una figura di leadership femminile, l’attenzione si concentri talvolta su aspetti legati all’aspetto fisico o alla giovinezza, elementi che, nel caso di un uomo, raramente vengono messi in evidenza. Eppure per le donne, ancora oggi, la legittimazione pubblica passa attraverso il filtro dell’apparenza, come se competenza e autorevolezza avessero bisogno di essere compensate da grazia e gradevolezza.

Questo tipo di linguaggio non rappresenta un caso isolato, ma riflette una cultura politica che fatica a riconoscere il potere femminile come fatto ordinario. Alma Sabatini, che è stata una delle figure più importanti del femminismo contemporaneo, nel volume Il sessismo nella lingua italiana, ha denunciato come la lingua stessa contribuisca a perpetuare la subordinazione di genere: le parole con cui si parla delle donne riflettono un ordine simbolico maschile.

Il sociologo francese Pierre Bourdieu, l’avrebbe definita una forma di violenza simbolica, che agisce senza clamore ma incide nel profondo, trasformando la donna in oggetto di sguardo più che di ascolto.

Il potere femminile, anche quando si manifesta ai vertici dello Stato, continua a essere filtrato da un linguaggio che tende a “normalizzarlo” attraverso categorie maschili.

Analizzando la comunicazione di genere nella politica italiana attraverso i commenti alle dichiarazioni dei leader sulle principali piattaforme digitali, emerge con chiarezza come il sessismo risulti ancora profondamente radicato nei meccanismi discorsivi delle community online.

Le donne in politica non vengono giudicate solo per ciò che dicono, ma per come appaiono: il tono della voce, l’abbigliamento, la gestualità. Nei social network, dove la visibilità è potere, questo controllo collettivo si moltiplica e si fa pubblico.

L’analisi linguistica evidenzia che, rispetto ai leader maschi, le leader donne ricevono oltre il doppio dei commenti offensivi, e nella pluralità dei casi gli insulti contengono riferimenti all’aspetto fisico, alla moralità o alla vita privata. Il corpo femminile diventa così il bersaglio privilegiato dell’odio, un territorio simbolico su cui riaffermare gerarchie di genere.

Nel caso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la forte esposizione mediatica e la rilevante presenza digitale contribuiscono ad amplificare la risonanza di ogni intervento pubblico. L’analisi dei commenti sui suoi account social in occasione delle sue dichiarazioni sull’accordo di pace israelo-palestinese, mostra come, accanto a numerosi messaggi di sostegno e apprezzamento, compaiano anche alcuni commenti caratterizzati da toni o espressioni che ripropongono stereotipi di genere. In questi casi, il dissenso politico tende a tradursi in forme di linguaggio che, più che confrontarsi con le idee espresse, finiscono per concentrarsi sulla persona, riducendo la dimensione politica a quella personale.

Un quadro analogo, seppure con sfumature diverse, emerge nei confronti della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein. Nei commenti ai suoi interventi sui social, in particolare su temi internazionali e sui diritti civili, si riscontrano talvolta formulazioni di tono paternalistico o svalutativo, che si traducono in giudizi semplificati o ironici. Un approccio che tende a ridimensionare il contenuto politico a favore di interpretazioni basate su categorie tradizionali di genere.

L’analisi dei commenti alle dichiarazioni sui social media delle due leader mostra una costante significativa: la leadership femminile, più di quella maschile, tende a generare reazioni polarizzate. Il dibattito digitale si sposta facilmente su registri ironici o svalutativi, in alcuni casi con espressioni che richiamano stereotipi di genere.

Le piattaforme, dal canto loro, premiano i contenuti polarizzanti: gli algoritmi favoriscono la viralità dell’indignazione e dell’offesa. Il Digital Services Act europeo impone alle piattaforme digitali obblighi di moderazione dei contenuti d’odio, ma la realtà mostra che gli insulti sessisti sopravvivono per giorni, diventando normalità comunicativa. Eppure, la responsabilità non è solo degli algoritmi: è di una cultura che tollera l’offesa come “opinione”, e il complimento paternalista come “cortesia”.

Ogni volta che una donna viene presentata come bella invece che capace, si riafferma un modello di potere che separa competenza e femminilità.

Finché la politica continuerà a usare parole che definiscono le donne attraverso il corpo, la parità resterà un obiettivo linguistico prima ancora che sociale.

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Pubblicato da
Franca Terra

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