Cultura

Una vita alla prova del Novecento: Elena e il peso di ciò che accade

Per Giovanna De Vita la Prima guerra mondiale non è soltanto un capitolo di manuale, ma un’esperienza che scava nelle biografie e lascia tracce nelle generazioni successive. Nel suo secondo romanzo, pubblicato a novembre 2025 dall’editore LFA “La storia non chiede il permesso – Elena tra la prima guerra mondiale e l’Italia che cambia” questa idea prende corpo nella voce singolare di Elena Perbellini, maestra milanese che ripercorre la propria esistenza alla luce di ciò che il Novecento le ha imposto, tra guerra, lutti, migrazioni, trasformazioni politiche e morali.

Tutta la vicenda esordisce da un gesto minimale e domesticissimo: aprire un armadio dopo anni, tirar fuori una scatola di cartone, scioglierne il nastro e ritrovare un pacchetto di lettere. È quello che capito a Elena: siamo nel 1935, nella casa di famiglia in via Torino, a Milano; il tempo della narrazione è quello di un ritorno, fisico e mentale, su luoghi e parole che sembravano archiviati. Da qui si origina il lungo movimento della memoria che porta naturalmente all’evoluzione del romanzo: non una semplice sequenza di ricordi, ma un vero e proprio riavvolgimento del filo narrativo, in cui ogni lettera, ogni dettaglio d’arredo, ogni fotografia riaccende un frammento di vita.

Il legame con Gaetano, ufficiale al fronte, è il primo fuoco emotivo. Attraverso le sue lettere, Elena conosce il volto concreto della guerra: il freddo delle trincee, la stanchezza dei compagni, la disciplina, ma anche il bisogno di bellezza, l’ironia, la tenerezza che resiste. De Vita evita costruirlo secondo la figura del “grande eroe” e preferisce restituire un giovane uomo, umano soprattutto, e perennemente diviso tra il dovere militare e il desiderio di tornare a suonare il pianoforte, a insegnare, a vivere una vita semplice accanto alla donna che ama. Eppure, la trama non si esaurisce nella parabola dell’amore interrotto. Una delle scelte più significative di De Vita è proprio quella di spostare l’attenzione dagli spazi ufficiali della Storia – il fronte, le decisioni politiche – agli “ambienti collaterali”: le aule scolastiche, gli appartamenti borghesi, i corridoi degli ospedali, i paesi del Sud dove arrivano le notizie dei caduti. La guerra, così, entra nelle case per via indiretta e diventa lo scenario perfetto per una narrazione che procede senza fronzoli, cruda ma commovente in tutta la sua onestà: con i telegrammi consegnati sull’uscio, con le liste dei morti sui giornali, con le sedie che improvvisamente restano vuote.

La scuola, in particolare, è l’osservatorio privilegiato e indagato con estrema cura nel romanzo. Elena registra la trasformazione dei programmi, l’invasione del linguaggio patriottico nei quaderni, le copertine illustrate che mostrano soldati, bandiere, infermiere. Le maestre – quasi tutte donne che fronteggiano l’assenza di uomini e maestri – diventano colonne di un sistema che pretende di educare alla “virtù del sacrificio” i bambini che hanno appena imparato a scrivere. Qui la scrittura di De Vita è molto attenta alle sfumature: tanto che in modo quasi naturale si crea un contrasto evidente tra il tono freddo delle circolari, l’ideale di “cittadino obbediente alla Patria”, con le preoccupazioni concrete di chi tutti i giorni, nelle proprie classi, incontra giovani orfani privati del loro presente, figli di reduci, bambini che giocano alla guerra senza capirne il prezzo.
Attorno alla figura centrale di Elena, De Vita ha cura di disegnare una costellazione di figure femminili che sostengono, ciascuna a modo suo, l’urto della storia: le colleghe insegnanti, le donne che lavorano in fabbrica o nei campi durante il conflitto, le crocerossine impegnate accanto ai feriti, le madri in attesa di notizie. La sorella di Gaetano, per esempio, Giovanna, offre uno sguardo meridionale e familiare sulla guerra e sul lutto; dall’altra parte, la nonna pugliese, con la casa sotto gli ulivi e il telaio, incarna una continuità possibile, un radicamento che accoglie anche chi arriva da fuori. Ciononostante, il femminile che fa da sfondo e da tema non è mai idealizzato: alla solidarietà si affianca il peso del giudizio, delle convenzioni che impongono matrimoni riparatori e silenzi forzati. In questo quadro sincero, il corpo di Elena diventa il punto in cui la Storia incide con maggior violenza: la gravidanza non cercata, conseguenza di un atto di sopraffazione, è narrata attraverso lo sguardo della protagonista, concentrato più sulle conseguenze che sul fatto in sé.

La vergogna, la paura di non essere creduta, l’ansia per il futuro del bambino, il compromesso matrimoniale vissuto come necessità più che come scelta sono sentimenti che tutt’oggi è facile condividere con la protagonista. De Vita non indulge nel compiacimento del dettaglio traumatico, ma segue il modo in cui quell’esperienza ridisegna i confini dell’identità della protagonista: da vittima passiva a donna che, pur costretta, prova a trasformare la ferita in responsabilità verso il figlio.
Il romanzo si muove lungo un arco temporale ampio, toccando l’epidemia influenzale, il difficile dopoguerra e l’avanzata del fascismo. Le camicie nere, i discorsi radiofonici, le nuove parole d’ordine entrano quasi di sbieco nella narrazione, attraverso gli annunci, i giornali, i cambiamenti nelle regole scolastiche.

Più che raccontare la storia del regime, la seconda fatica di Giovanna De Vita mostra come il linguaggio del potere si insinui lentamente nel quotidiano, cambiando il modo di parlare, di giudicare, di educare. L’idea di un’altra guerra in arrivo è percepita come un rumore di fondo, un temporale che si prepara e che getta un’ombra sulle aspirazioni di Elena per il figlio.

Il titolo, La storia non chiede il permesso, non è una formula ad effetto, ma la sintesi di una consapevolezza che matura pagina dopo pagina. Niente di ciò che accade a Elena è davvero “scelto” in senso pieno: la guerra, le perdite, la violenza, le opportunità mancate le arrivano addosso, spesso all’improvviso. E tuttavia il romanzo si rifiuta di fermarsi a questa constatazione amara. Ciò che resta nelle mani della protagonista – e, per estensione, di chiunque – è la possibilità di raccontare, di tenere insieme gli eventi in una storia che dia loro un significato. È questa operazione di memoria, più che una improbabile vittoria contro la Storia, a costituire il nucleo più convincente del libro. La storia non chiede il permesso non punta sui grandi colpi di scena né sulle rivelazioni finali: costruisce invece, passo dopo passo, il ritratto di una vita ordinaria sottoposta a tensioni straordinarie. Proprio per questo la figura di Elena resta a lungo nella mente del lettore: non come eroina esemplare, ma come presenza umana, fragile, tenace, che cerca un modo per restare fedele a sé stessa in un mondo che cambia senza chiederle mai cosa ne pensa.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: La storia non chiede il permesso (Elena tra la prima guerra mondiale e l’Italia che cambia)
Autrice: Giovanna De Vita
Pagine: 189
Editore: LFA Publisher, 2025
Genere: Romanzo storico / narrativa di memoria
ISBN: 978-88-3343-898-6

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Pubblicato da
Redazione L'Opinionista
Argomenti: libri

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