Violenza digitale, l’altra faccia del patriarcato online

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Dalla chiusura di “Mia Moglie” e Phica, all’urgenza di una risposta istituzionale e culturale

Nelle ultime settimane la cronaca ha riportato in primo piano una delle forme più insidiose di violenza contemporanea: quella digitale. La chiusura del portale Phica, attivo dal 2005, e del gruppo facebook “Mia Moglie” ha segnato uno spartiacque. Non si tratta di episodi isolati, ma del segnale di un fenomeno che affonda le radici in un contesto sociale dove sessismo e patriarcato trovano terreno fertile anche online.

Phica consentiva lo scambio di immagini e commenti su donne, spesso figure note, accompagnati da insulti sessisti e volgarità. Dopo vent’anni di attività e molte denunce, i gestori hanno annunciato in un comunicato ufficiale la chiusura del sito, cancellando tutti i contenuti e dichiarando di non essere più in grado di contenere i “comportamenti tossici” che ne avevano snaturato la missione originaria.

Questi episodi hanno rivelato l’esistenza di una comunità vastissima: sul portale Phica si sarebbero registrati circa 800 mila utenti in vent’anni, un dato che se confermato, testimonia come la violenza digitale non sia un fenomeno marginale, ma strutturale.

Pochi giorni prima, anche il gruppo facebook “Mia Moglie” — una comunità virtuale di oltre 32 mila iscritti, attiva da circa sei anni — era stato chiuso da Meta su indicazione della Polizia postale. Al suo interno mariti e fidanzati condividevano, senza consenso, immagini private delle proprie compagne o di donne inconsapevoli, esponendole così alla violenza digitale degli utenti del gruppo.

La diffusione non consensuale di immagini intime, conosciuta come revenge porn, rappresenta una delle espressioni più note della violenza digitale. Accanto ad essa si collocano altre pratiche, ugualmente gravi: il doxing, ovvero la diffusione pubblica di dati personali e sensibili con intenti persecutori; il cyberstalking, cioè la persecuzione reiterata attraverso strumenti informatici, che può configurare il reato di atti persecutori previsto dall’art. 612-bis del codice penale e la sextortion, un ricatto a distanza basato su immagini intime utilizzate per estorcere denaro, ulteriori contenuti o prestazioni sessuali e le molestie nei gruppi online, dove insulti e contenuti denigratori diventano forme di violenza collettiva.

In Italia il revenge porn – cioè la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti – è punito dall’art. 612-ter del codice penale, introdotto con la legge n. 69/2019 (Codice Rosso). La norma prevede pene fino a sei anni di reclusione e multe fino a 15 mila euro. La Cassazione ha inoltre chiarito che non solo chi pubblica, ma anche chi condivide materiale ricevuto può essere perseguito penalmente. Altre pratiche, come doxing e cyberstalking, possono configurare violazioni del Codice della Privacy e del GDPR, oltre a integrare i reati di diffamazione e atti persecutori.

Sul piano europeo, il Digital Services Act (DSA) – in vigore dal 2024 – ha ribadito un principio fondamentale: ciò che è illegale offline lo è anche online. Il regolamento impone alle piattaforme digitali di rimuovere tempestivamente i contenuti illeciti, collaborare con le autorità competenti e nominare referenti dedicati alla gestione delle segnalazioni. Per i grandi operatori, con oltre 45 milioni di utenti mensili – le cosiddette very large online platforms – sono previsti ulteriori obblighi, come la valutazione dei rischi sistemici e la pubblicazione di rapporti di trasparenza. In Italia, l’Agcom, in qualità di Digital Services Coordinator Dsc, ha il compito di ricomporre questo mosaico e portare la questione anche a livello europeo, affinché vi sia una reazione convinta e coordinata di tutte le Istituzioni.

La chiusura di “Mia Moglie” da parte di Meta è avvenuta proprio in virtù del DSA, ma la sopravvivenza del gruppo per anni dimostra le difficoltà nel prevenire e contrastare tempestivamente questi fenomeni. Diverso il caso di Phica che, ospitato su server esteri e privo di moderazione, ha beneficiato della protezione garantita dall’anonimato, rendendo complesso l’intervento delle autorità italiane. In tali circostanze può comunque configurarsi una responsabilità civile per omessa rimozione dei contenuti illeciti.

Il giornalista e scrittore Maurizio Di Fazio, tra i primi a rivelare già nel 2017 l’esistenza di tali gruppi su facebook, ha recentemente sottolineato come la chiusura di una comunità online venga spesso seguita dalla nascita di molte altre: “Ci si sposta da un social all’altro”. Questa dinamica, alimentata dal continuo rinnovarsi delle piattaforme, evidenzia la necessità di strumenti più incisivi, di una collaborazione internazionale e di un ruolo più attivo delle stesse piattaforme nella moderazione dei contenuti.

Le norme, per quanto necessarie, non bastano. La violenza digitale si alimenta in un humus culturale che normalizza l’oggettivazione femminile. Queste comunità online rafforzano modelli di mascolinità tossica, dove la partner viene ridotta a trofeo e la violenza diventa dinamica di branco.

Questa vicenda conferma, ancora una volta, quanto sia urgente un intervento multilivello. L’azione della Polizia postale è un segnale concreto, ma restano sul tavolo questioni rilevanti: la tutela del diritto d’autore, la protezione dei minori, la responsabilità delle piattaforme che lucrano sulla condivisione di contenuti illeciti.

Per invertire la rotta è indispensabile un impegno collettivo: educazione digitale nelle scuole, campagne di sensibilizzazione, sostegno alle vittime. La denuncia resta fondamentale, così come il ruolo del Garante Privacy, che può ordinare la rimozione immediata dei contenuti. Anche i cittadini sono chiamati a non restare spettatori passivi: la responsabilità sociale è condivisa.

La chiusura di Phica e del gruppo “Mia Moglie” non deve essere considerata come punto di arrivo, ma come punto di partenza. L’indignazione collettiva potrà tradursi in cambiamento solo se accompagnata da un’applicazione rigorosa delle leggi, da una maggiore responsabilità delle piattaforme e da una trasformazione culturale che restituisca centralità alla dignità umana, che non può e non deve essere negoziabile. In gioco non c’è solo la sicurezza digitale delle donne, ma la qualità stessa della convivenza democratica: la libertà online deve restare un presidio di diritti e non un terreno fertile per nuove forme di abuso.