Molto spesso il significato del fare arte si mescola con l’attitudine a sovvertire il concetto stesso così come concepito secondo il pensiero tradizionale, facendo emergere una contestazione, una controtendenza che da un lato oltrepassa la pittura e la scultura indicando nuovi e inediti percorsi, ma dall’altro in fondo non fa che consolidare l’attitudine a voler restare all’interno di un panorama artistico che, nella contemporaneità, non può che accogliere e accettare ogni tipo di forma espressiva. Questo percorso era stato affrontato già nei primi decenni del secolo scorso, poi ampliato e rivisitato qualche anno dopo attraverso i movimenti popolari e riproposto nella contemporaneità, con un approccio e motivazioni diverse, da alcuni autori tra cui la protagonista di oggi.
A partire dai primi decenni del Novecento emerse in alcuni artisti un atteggiamento contestatorio nei confronti del sistema dell’arte che sfociò in un vero e proprio movimento, il Dadaismo, dove ogni oggetto, anche quelli appartenenti alla vita quotidiana, venivano trasformati ironicamente in opera d’arte per mostrare quanto il mondo culturale dell’epoca fosse orientato prevalentemente al mercato, al concetto di compravendita più che alla vera bellezza di un’opera. Dall’Orinatoio di Marcel Duchamp si sviluppò un filo conduttore dell’anti-arte che trovò nuova linfa negli anni Sessanta, dunque dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel Neo-Dada che ebbe tra i maggiori interpreti l’italiano Piero Manzoni, dissacratorio al punto di creare una Merde d’Artiste a tutt’oggi la sua opera più nota, Pino Pascali, ma anche tutti quegli autori americani ed europei che si avvicinarono ad altri stili pur partendo dal concetto neodadaista. Tra questi vi erano i collage di Robert Rauschenberg e Jasper Johns, vicini alla Pop Art senza però mai farne parte completamente, le polveri monocrome di Yves Klein e le lettere colorate dell’Arte Povera di Alighiero Boetti, per il quale il messaggio di un’opera doveva essere semplicemente letto e solo in un secondo momento approfondito e interiorizzato.
Contemporaneamente alla cultura Pop, che sottolineò l’importanza di un linguaggio visivo chiaro, diretto e immediatamente comprensibile, in contrasto con tutta l’Arte Informale di quel periodo, e di una gamma cromatica vivace e accesa, qualche anno dopo iniziò a delinearsi un nuovo movimento, forse persino più popolare almeno nel senso di parlare e arrivare alle grandi masse che ogni giorno si spostavano per raggiungere i luoghi di lavoro. Questo obiettivo poteva essere raggiunto solo e unicamente urlando le proprie emozioni sui muri, sotto i ponti, nelle carrozze delle metropolitane, dando all’arte una nuova accezione, quella di andare verso le persone, di uscire dalle gallerie per trovare una nuova dimensione espressiva. Questo fu il motivo per il quale la Street Art amava, e ama tutt’ora, utilizzare le parole, i segni, le frasi lasciate in sospeso che a volte erano semplicemente i tag, o firme, degli autori, mentre altre erano frammenti di pensieri, ritagli ermetici di concetti che non potevano, o non volevano, essere esplicitati nella loro completezza.
Ma gli anni Sessanta del Ventesimo secolo videro anche la nascita di un altro movimento pittorico, l’Op Art, che poco dopo si legò alla cultura psichedelica del decennio successivo, dove a predominare sulle opere non erano più le parole bensì le forme e, soprattutto, l’illusione ottica determinata dal sapiente accostamento e deformazione di linee e figure geometriche attraverso cui gli autori, una fra tutti Bridget Riley, volevano colpire, impressionare l’occhio umano distaccandolo dalla parte razionale per farlo entrare nella dimensione del percepito, delle fluttuazioni visive e della mente che in quell’epoca stavano predominando nel mondo giovanile. Tutto questo vivace movimento che partì agli inizi del secolo scorso e si diffuse, evolvendosi secondo il modificarsi della società, ai decenni successivi, sottolineò una forte spinta dell’arte a parlare il linguaggio delle persone, a perdere l’intellettualismo o la mera ricerca estetica per divenire qualcosa che potesse arrivare in modo diretto alle persone senza alcun tipo di filtro concettuale.
L’artista londinese con origini ugandesi Lakawena Maciver, racchiude in sé le esperienze dei movimenti citati finora per dare vita a un tipo di arte in cui le lettere, quelle tanto care ad Alighiero Boetti, formano delle frasi ipnotiche, incisive, quasi psichedeliche sia per la scelta cromatica, sia per la rifrazione delle parole, quasi si trovassero davanti a uno specchio che ne amplifica il senso. L’effetto ottico ricorda quello dell’Op Art che tuttavia in questo caso perde il grafismo privo di immagine conosciuta e si sposta verso un ascolto ipnotico, dando la sensazione di osservare la realtà attraverso la lente di un caleidoscopio dove le figure e i colori cambiano forma a seconda della rotazione.

In qualche modo Lakawena si avvicina all’intento espressivo della Street Art, poiché i suoi pensieri diventano opere in modo esplicito, palese, non ha bisogno di creare una simbologia, di scegliere un’immagine per esprimere un concetto, al contrario con lei tutto è facilmente leggibile esattamente come nelle insegne pubblicitarie che dominano la società attuale condizionando le scelte del consumatore. Nelle sue grandi opere il consumatore non è coinvolto, o meglio ciò su cui l’autrice richiama l’attenzione è la riflessione, è l’occasione di prendere uno spunto per ascoltare un’opinione diversa che si manifesta in maniera amplificata proprio per attrarre su di sé l’attenzione.

Dal punto di vista cromatico, le tonalità acide, fluo e accostate tra loro in maniera contrastante, contribuiscono a sottolineare il riferimento alla Pop Art, quasi attraverso i colori Lakawena volesse confermare il suo desiderio di coinvolgere il pubblico, inteso come varietà di persone che non necessariamente devono essere competenti nel campo dell’arte, di attrarle attraverso l’immediatezza di un’immagine che può affascinare proprio per quel suo colpire l’interiorità con una singola parola. Le dimensioni differenti delle lettere, digradanti in alcune opere, infondono alle opere un senso di movimento, quasi alcune parole volessero andare verso il fruitore mentre altre se ne allontanassero attraendolo all’interno della dimensione inconsueta della tela, quel mondo concavo e convesso che si ispira agli specchi deformanti del luna park. Al di là della frase principale, coincidente con il titolo dell’opera, Lakawena talvolta inserisce anche altri concetti che la completano, che raccontano una sottile storia stimolando la fantasia del lettore, è proprio il caso di dirlo, ad andare avanti immaginando la narrazione completa.

Dunque l’autrice si apre, rivela i suoi segreti, forse i dipinti sono frammenti di un suo vissuto che ha bisogno di esternare e di comunicare in maniera diversa da quella verbale, perché spesso parlando si perde quell’incisività che invece in virtù dell’arte visiva resta, si amplifica, si concretizza divenendo eco dell’interiorità.

In altri casi invece le opere sembrano un’esortazione che Lakawena fa a se stessa, esortandosi a oltrepassare i propri limiti, a evolvere, a ricordarsi di continuare a compiere quei piccoli gesti che l’hanno aiutata a raggiungere i suoi obiettivi. In tal modo, sollecitando se stessa, l’autrice sposta quei messaggi verso l’esterno, esplicitandoli su una tela li trasforma in incitazioni verso l’osservatore che si sente colpito, che medita su quanto quell’invito inaspettato possa essere funzionale al suo percorso, alla sua personalità, alla sua esistenza personale o professionale.

Questo è il caso della tela Do better, che può essere interpretato sia come una possibilità, come la consapevolezza che è possibile fare meglio di quanto fatto in precedenza, oppure come un imperativo, un memorandum per ricordare che scegliere la via più facile o la modalità già sperimentata, non sempre conduce verso gli obiettivi principali che si desiderano raggiungere.

Crowned with glory invece è costituita da un messaggio predominante, l’eco che ruota nella mente di Lakawena e che cattura a primo impatto l’attenzione dell’osservatore, e poi da altri piccoli indizi, da sottotitoli in grado di fornire nuovi elementi, quasi il desiderio dell’autrice fosse quello di indurre a chiedersi quale possa essere il segreto di quella storia che si cela dietro la vivacità cromatica imprescindibile e caratteristica delle opere di questa variopinta autrice.

In I’m in your hands sembra focalizzare l’attenzione sulla religione, sulla fede nell’affidarsi a qualcuno di superiore che possa proteggere l’essere umano, il singolo che sa di aver bisogno di aggrapparsi a qualcosa nel momento in cui affronta le incognite, dell’esistenza; è proprio a quell’essere supremo che si rivolge la frase, quasi una celebrazione di gratitudine e al contempo una mutua richiesta di continuare a far sentire la sua presenza nella vita dell’uomo in generale e dell’autrice in particolare. Lakawena ha realizzato molti murales dipinti a livello internazionale, ha esposto lavori in città tra cui Londra, Miami, Los Angeles, Las Vegas, New York e Vienna, sia all’interno di gallerie che negli spazi pubblici.
LAKAWENA-CONTATTI
Sito web: www.lakwena.com/
Instagram: www.instagram.com/lakwena/
Lakwena Maciver’s kaleidoscopic phrases, between Neo-Dadaism, Pop culture, and Street Art inspirations
Very often the meaning of making art is mixed with the attitude of subverting the very concept as conceived according to traditional thinking, giving rise to a protest, a countertrend that, on the one hand, goes beyond painting and sculpture pointing to new and unprecedented paths, but on the other ultimately only consolidates the attitude of wanting to remain within an artistic landscape that, in contemporary times, can only welcome and accept all types of expression. This path had already been taken in the early decades of the last century, then expanded and revisited a few years later through popular movements and re-proposed in the contemporary world, with a different approach and motivations, by some authors, including today’s protagonist.
Starting in the early decades of the 20th century, some artists developed a rebellious attitude towards the art system, which led to a real movement, Dadaism, where every object, even those belonging to everyday life, was ironically transformed into a work of art to show how the cultural world of the time was mainly oriented towards the market and the concept of buying and selling rather than towards the true beauty of a work. Marcel Duchamp‘s Urinal developed a common thread of anti-art that found new life in the 1960s, after the end of World War II, in Neo-Dadaism, whose leading exponents included the Italian Piero Manzoni, who was so irreverent that he created Merde d’Artiste, still his best-known work today, Pino Pascali, but also all those American and European artists who approached other styles while starting from the Neo-Dadaist concept. These included the collages of Robert Rauschenberg and Jasper Johns, close to Pop Art but never completely part of it, the monochrome powders of Yves Klein, and the colored letters of Alighiero Boetti‘s Arte Povera, for whom the message of a work had to be simply read and only later explored and internalized.
At the same time as Pop culture, which emphasized the importance of a clear, direct, and immediately understandable visual language, in contrast to all the Informal Art of that period, and a lively and bright color palette, a few years later a new movement began to take shape, perhaps even more popular, at least in the sense of speaking to and reaching the masses who traveled every day to get to work. This goal could only be achieved by shouting one’s emotions on walls, under bridges, in subway cars, giving art a new meaning, that of reaching out to people, of leaving galleries to find a new dimension of expression. This was the reason why Street Art loved, and still loves, to use words, signs, and phrases left hanging, which were sometimes simply the tags, or signatures, of the authors, while others were fragments of thoughts, hermetic snippets of concepts that could not, or did not want to, be explained in their entirety.
But the 1960s also saw the birth of another pictorial movement, Op Art, which shortly afterwards became linked to the psychedelic culture of the following decade, where it was no longer words that predominated in the works but shapes and, above all, the optical illusion created by the skilful combination and deformation of lines and geometric figures through which the authors, Bridget Riley among them, wanted to strike and impress the human eye, detaching it from the rational part of the mind and drawing it into the dimension of perception, visual fluctuations, and the mind, which were predominant in the youth culture of that era. All this lively movement, which began at the start of the last century and spread, evolving in line with changes in society over the following decades, highlighted art’s strong drive to speak the language of the people, to abandon intellectualism or mere aesthetic research in order to become something that could reach people directly, without any kind of conceptual filter. London-based artist Lakawena Maciver, who has Ugandan roots, embodies the experiences of the movements mentioned above to create a type of art in which letters, so dear to Alighiero Boetti, form hypnotic, incisive, almost psychedelic phrases, both in terms of color choice and the refraction of words, as if they were in front of a mirror that amplifies their meaning. The optical effect is reminiscent of Op Art, which in this case, however, loses the graphics without a known image and moves towards a hypnotic listening, giving the sensation of observing reality through the lens of a kaleidoscope where shapes and colors change depending on the rotation.
In some ways, Lakawena‘s work is similar to Street Art in its expressive intent, as her thoughts become works of art in an explicit, obvious way, she does not need to create symbols or choose images to express a concept, on the contrary with her everything is easily readable, just like the advertising signs that dominate today’s society and influence consumer choices. The consumer is not involved in her large artworks, rather what the artist draws attention to is reflection, an opportunity to listen to a different opinion that is amplified in order to attract attention. From a chromatic point of view, the acid tones, fluorescent and juxtaposed in a contrasting manner, contribute to emphasizing the reference to Pop Art, as if through colors Lakawena wanted to confirm her desire to involve the public, understood as a variety of people who do not necessarily have to be competent in the field of art, to attract them through the immediacy of an image that can fascinate precisely because it strikes the inner self with a single word. The different sizes of the letters, which slope downwards in some works, give the pieces a sense of movement, as if some words wanted to move towards the viewer while others moved away, drawing them into the unusual dimension of the canvas, that concave and convex world inspired by the distorting mirrors of a funfair.
Beyond the main phrase, which coincides with the title of the work, Lakawena sometimes inserts other concepts that complement it, telling a subtle story that stimulates the reader’s imagination, encouraging them to imagine the complete narrative. So the artist opens up, revealing her secrets, perhaps the paintings are fragments of her life that she needs to express and communicate in a way other than verbally, because often when we speak we lose that incisiveness that, thanks to visual art, remains, amplifies, and becomes concrete, echoing our innermost feelings. In other cases, however, the works seem to be an exhortation that Lakawena makes to herself, urging herself to go beyond her limits, to evolve, to remember to continue to perform those small gestures that have helped her achieve her goals. In this way, by urging herself on, the author shifts those messages outward, making them explicit on canvas and transforming them into incitements to the observer, who feels struck by them and meditates on how that unexpected invitation might be functional to their path, their personality, their personal or professional existence.
This is the case with the canvas Do better, which can be interpreted either as a possibility, as the awareness that it is possible to do better than before, or as an imperative, a reminder that choosing the easiest path or the tried and tested method does not always lead to the main goals one wishes to achieve. Crowned with glory, on the other hand, consists of a predominant message, the echo that revolves in Lakawena‘s mind and immediately captures the viewer’s attention, followed by other small clues, subtitles that provide new elements, almost as if the author wanted to make wonder what the secret behind the story might be, hidden in the essential and characteristic chromatic vivacity of this colorful author’s works. In I’m in your hands, the focus seems to be on religion, on faith in entrusting oneself to someone superior who can protect human beings, individuals who know they need to cling to something when faced with the unknowns of existence; it is precisely to that supreme being that the phrase is addressed, almost a celebration of gratitude and at the same time a mutual request to continue to make his presence felt in the life of man in general and the artist in particular. Lakawena has created many murals internationally and has exhibited her work in cities including London, Miami, Los Angeles, Las Vegas, New York, and Vienna, both in galleries and public spaces.











