La forma molto spesso viene messo in secondo piano rispetto all’essenza, sebbene quest’ultima tenda a emergere a dispetto dei tentativi di metterla a tacere; questo sembra essere il messaggio subliminale di tutti quegli autori che scelgono l’analisi sagace e critica di una società in cui il contatto con il lato più profondo è andato perduto e pertanto ciò che resta è solo una patina superficiale. L’avere prevale sull’essere dunque, eppure non riesce a mettere completamente in ombra tutta quella sostanza che, grazie alla capacità di approfondimento di alcuni interpreti della creatività attuale, affiora, fa sentire la sua presenza, fuoriesce in varie sfumature narrative inducendo il fruitore a porsi domande, a riflettere sul contesto del vivere moderno e sulla direzione che la società potrà prendere se continuerà a soffermarsi sull’effimero. Questo è il punto di vista da cui parte la ricerca artistica di Giuseppe Beppe Farina che fonde gli ideali espressivi di correnti pittoriche del secolo scorso riattualizzandole al suo atteggiamento più morbido e moderato ma non per questo meno incisivo.
Alcuni movimenti in cui il concetto alla base dell’espressività era stato più forte del risultato visivo che ne derivava, sono stati capaci di determinare un sostanziale giro di boa all’interno di un sistema arte che aveva sempre vissuto di linee guida, di regole predefinite e di dinamiche consolidate le quali sembravano impossibili da scalfire. La prima corrente di forte rottura e di feroce critica alla mercificazione dell’arte fu il Dadaismo i cui interpreti scelsero volutamente un atteggiamento sarcastico attraverso il quale trasformarono in opere oggetti di uso comune fino a giungere al paradosso della Fontana di Marcel Duchamp. Al loro tracciato attinsero qualche anno dopo gli artisti aderenti al Surrealismo che però diedero un’interpretazione più psicologica e onirica dell’arte pur mantenendo l’attitudine ad ampliare la ricerca non solo alle più tradizionali pittura e scultura bensì ampliandole ad altri ambiti culturali come la fotografia e la filmografia. Fu tuttavia il periodo che seguì le due guerre mondiali a generare una rivisitazione delle poetiche dadaiste declinate sulla base dei diversi movimenti che attinsero allo stesso spirito critico e analitico della nuova società che si andava formando.
La Pop Art statunitense e inglese degli anni Cinquanta, con quella capacità di affascinare lo sguardo in virtù delle immagini accattivanti e delle icone raccontate con colori vivaci ed effervescenti da cui emergeva la superficiale spensiertezza della corsa al consumismo e all’esaltazione massima dei momenti di svago come il cinema e i fumetti; il Nouveau Réalisme francese degli anni Sessanta che si soffermò invece sul cambiamento dell’approccio a una vita quotidiana che cominciava ad andare di corsa e che considerava l’effimero come una base irrinunciabile dimenticando o rendendo desueto persino ciò che era accaduto poco prima e che ebbe la massima espressione con gli affichistes di cui Mimmo Rotella fu uno dei massimi esponenti; e infine il Situazionismo nato in Italia ma poi diffusosi in Belgio, in Inghilterra, in Scandivania, che sottolineava l’avanzare di una società basata sull’immagine dove l’acquisto era divenuto la nuova religione e così i suoi interpreti vollero alzare la voce contro il capitalismo e l’imperialismo, andandosi a fondere alla politica e ai movimenti studenteschi del Sessantotto in cui i giovani chiedevano la fine delle guerre e il ritorno ai valori dell’amore, della libertà e della pace.
Dal punto di vista puramente artistico questa corrente si manifestò con opere irriverenti, tanto quanto lo erano state quelle dadaiste, sebbene rimanendo maggiormente legate alla bidimensionalità della tela che doveva avere un’accezione sociale, doveva essere una sintesi visiva delle idee degli autori appartenenti al gruppo, anche se attraverso una rappresentazione soggettivamente grottesca o dissacrante della realtà. L’artista di origini torinesi Beppe Farina, figlio d’arte poiché cresciuto nella bottega del padre, il pittore Armando Farina, appartiene a un NeoSituazionismo in cui gli estremi del movimento originario sono attenuati, affievoliti perché raccontati in un periodo storico in cui l’opposizione al consumismo e al capitalismo è stata superata, ritenuta ormai una realtà acquisita e facente parte di un mondo contemporaneo in cui l’attenzione all’immagine ha preso sempre più piede fino a diventare quasi un dogma da seguire per non rischiare di sentirsi esclusi.

La sua analisi non è più ferocemente critica come nel Situazionismo bensì viene stemperata da uno sguardo più esistenzialista, più introspettivo sulle sfumature che inevitabilmente sono state integrate in un vivere dove la corsa al possedere ha quasi sostituito la spontaneità dell’essere; Beppe Farina non giudica bensì osserva, non critica piuttosto lascia spunti di riflessione, non sottolinea, al contrario permette all’osservatore di intendere e di interpretare le sue opere sulla base del suo personale pensiero e anche della sua sensibilità.

Dal punto di vista formale non si può non cogliere il riferimento a quel Nouveau Réalisme degli affichistes dove però nel suo caso il collage e il décollage non sono protagonisti assoluti bensì mescolati a tocchi pittorici che infondono una sensazione di dissoluzione, di sovrapposizione di sensazioni – inserendovi dunque anche l’emotività -, che ricordano la scomposizione pittorica dell’Impressionismo, seppur ingrandita a campiture di immagini e non solo a macchie di colore. Dal Dadaismo invece prende l’attitudine a sperimentare, a mescolare sulla tela anche i metodi più innovativi, introduce l’Arte Digitale, la modifica, agisce su di essa, la fonde al collage, tutto è funzionale a lasciar intravedere quel riferimento al consumo, ai marchi di moda e ai prodotti di massa, o a parole che costituiscono un ulteriore spunto di riflessione, che stimolano quesiti e domande sul senso di quelle lettere o dei frammenti di frasi che fanno parte integrante dell’opera.

Nelle sue pennellate che a volte creano mentre altre semplicemente ritoccano ed enfatizzano, è impossibile non scorgere anche una parte Informale, quella non forma che subentra nella narrazione sottolineando, dal punto di vista filosofico, l’impossibilità di definire un concetto che sfugge e si conforma al pensiero e all’emozione del singolo, mettendo in risalto dunque una soggettività ben diversa dal Situazionismo degli anni Sessanta del secolo scorso dove a predominare era il concetto di comunità. Beppe Farina, artista del suo tempo, comprende e accoglie l’individualismo attuale, trasformandolo in opportunità per mostrare all’osservatore uno spunto di analisi verso ciò che trova davanti allo sguardo in un modo inedito perché filtrato dal racconto dell’autore che al contempo lo guida verso l’argomento che era focale quando si è apprestato a eseguire l’opera, generando così un dialogo corale in cui il visibile è un pretesto per cercare l’intuibile.

Non solo moda e prodotti di massa ma anche lo sport diviene sfaccettatura popolare, elemento aggregante e al contempo divisivo e tuttavia a sua volta parte di quella distrazione costante a cui l’essere umano attuale è sottoposto, quasi come se tutto fosse funzionale ad allontanare l’uomo dal vero sé, quello più semplice e autentico che potrebbe sopravvivere anche senza tutta quella patina di superficie che è invece imperativo della società contemporanea.

Ecco, Beppe Farina riporta l’individuo verso una sostanza troppo spesso dimenticata, lo costringe a considerare l’essenza proprio in virtù di un dissolvimento del visibile in virtù del quale a emergere non può che essere la consapevolezza di poter avere entrambe le sfaccettature della natura umana, quella più effimera che insegue le mode e quella più introspettiva che viene stimolata dalla mancanza di riferimenti specifici ed esaltata proprio dall’indefinitezza, da quella scomposizione di un’immagine che consente all’imaginazione e alla memoria emotiva di emergere.

Il Dripping spesso interviene per rendere persino meno nitida l’intuizione della realtà, e contestualmente rende le tele più metropolitane, ne sottolinea l’esigenza di comunicare alle persone assumendo in questo senso un’accezione Pop, inteso nell’accezione di aver bisogno di parlare al popolo, che si era concretizzata negli anni Ottanta del secolo scorso sfociando in quel Graffitismo con cui gli autori necessitavano mostrare e al contempo rendere ermetici i pensieri, le problematiche e i disagi interiori che vivevano in una società in trasformazione. Nel caso di Beppe Farina invece il disagio è trasformato in adattamento a un modo di vivere, a un aspetto delle città, delle strade e persino degli eventi sportivi, in cui la realtà può essere intesa e interpretata su più livelli, sulla base della sensibilità, dell’approccio esistenziale e della capacità di approfondimento di ciascun individuo, a prescindere da ciò che si potrebbe vedere soffermandosi sullo strato più superficiale.

Giuseppe Beppe Farina, artista, regista teatrale e fondatore di una scuola di teatro, ha al suo attivo la partecipazione a mostre collettive e a premi d’arte a Milano, Cosenza e a Salerno.
GIUSEPPE FARINA-CONTATTI
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Balancing between a critique of contemporary consumer society and an aesthetic acceptance of its facets in Beppe Farina’s Neo-Situationism
Form is very often relegated to the background in favor of essence, although the latter tends to emerge despite attempts to silence it; his seems to be the subliminal message of all those authors who choose the astute and critical analysis of a society in which contact with the deeper side has been lost and therefore what remains is only a superficial veneer. Having prevails over being, yet it fails to completely overshadow all that substance which, thanks to the depth of insight of certain interpreters of contemporary creativity, surfaces, makes its presence felt, and emerges in various narrative nuances, prompting the viewer to ask questions, to reflect on the context of modern life, and on the direction society may take if it continues to dwell on the ephemeral. This is the starting point for Giuseppe Beppe Farina’s artistic exploration, which blends the expressive ideals of last century’s painterly movements, reinterpreting them through his own softer, more moderate, yet no less incisive, approach.
Some movements, in which the underlying concept of expression was stronger than the resulting visual outcome, were able to bring about a major turning point within an art system that had always relied on guidelines, predefined rules, and established dynamics that seemed impossible to shake. The first movement to mark a sharp break and offer fierce criticism of the commodification of art was Dadaism, whose practitioners deliberately adopted a sarcastic stance through which they transformed everyday objects into artworks, culminating in the paradox of Marcel Duchamp’s Fountain. A few years later, artists adhering to Surrealism drew upon this path, though they offered a more psychological and dreamlike interpretation of art while maintaining the tendency to expand their exploration not only to the more traditional fields of painting and sculpture but also to other cultural realms such as photography and film.
It was, however, the period following the two world wars that sparked a reinterpretation of Dadaist poetics, expressed through various movements that drew upon the same critical and analytical spirit of the new society that was taking shape. American and British Pop Art of the 1950s, with its ability to fascinate the eye through captivating images and icons rendered in vivid, effervescent colors that highlighted the superficial carefreeness of the rush toward consumerism and the glorification of leisure activities such as movies and comic books; French Nouveau Réalisme of the 1960s, which instead focused on the changing approach to a daily life that was beginning to race by and which regarded the ephemeral as an indispensable foundation, forgetting or rendering obsolete even what had happened just moments before, and which found its highest expression in the affichistes, of whom Mimmo Rotella was one of the leading exponents; and finally Situationism, that originated in Italy but then spread to Belgium, England, and Scandinavia, which highlighted the rise of an image-based society where consumption had become the new religion and so its interpreters sought to raise their voices against capitalism and imperialism, merging with the politics and student movements of 1968, in which young people demanded an end to wars and a return to the values of love, freedom, and peace.
From a purely artistic standpoint, this movement manifested itself in works as irreverent as those of the Dadaists, though they remained more closely tied to the two-dimensionality of the canvas, which was meant to carry social significance, was intended to be a visual synthesis of the ideas of the group’s members, albeit through a subjectively grotesque or irreverent representation of reality. The artist from Turin Beppe Farina, son of art because he grew up in the studio of his father, the painter Armando Farina, belongs to a Neo-Situationism in which the extremes of the original movement are softened, diminished because they are recounted in a historical period in which opposition to consumerism and capitalism has been overcome, now considered an established reality and part of a contemporary world where attention to image has gained ever more ground until it has become almost a dogma to follow not to risk feeling excluded. His analysis is no longer as fiercely critical as in Situationism but is tempered by a more existentialist, more introspective gaze on the nuances that have inevitably been integrated into a way of life where the race to possess has almost replaced the spontaneity of being; Beppe Farina does not judge but observes, he does not criticize but rather offers food for thought, he does not emphasize on the contrary allows the viewer to understand and interpret his works basing on his personal thoughts and sensibilities.
From a formal point of view, one cannot help but notice the reference to the Nouveau Réalisme of the affichistes, yet in his case, collage and décollage are not the sole protagonists but are blended with painterly touches that evoke a sense of dissolution and the overlapping of sensations, thus also incorporating emotionality, reminiscent of Impressionism’s pictorial decomposition, albeit expanded to fields of imagery rather than mere patches of color. From Dadaism, on the other hand, he draws the attitude of experimentation, of blending even the most innovative methods onto the canvas, he introduces Digital Art, modifies it, acts upon it, fuses it with collage, all of which serves to hint at that reference to consumerism, fashion brands, and mass-produced goods, or to words that provide further food for thought, stimulating questions and inquiries about the meaning of those letters or fragments of sentences that are an integral part of the work. In his brushstrokes, which at times create while at others simply retouch and emphasize, it is impossible not to discern an Informal element as well, that formless quality that takes over the narrative, underscoring, from a philosophical standpoint, the impossibility of defining a concept that eludes definition and conforms to the thought and emotion of the individual, thus highlighting a subjectivity quite different from the Situationism of the 1960s, where predominated the concept of community.
Beppe Farina, an artist of his time, understands and embraces contemporary individualism, transforming it into an opportunity to offer the observer a starting point for analyzing what lies before his eyes in a inedited way because filtered through the artist’s tale which simultaneously guides him toward the central theme that inspired the work’s creation, thus generating a collective dialogue in which the visible serves as a pretext for seeking the intuitive. Not only fashion and mass-produced goods but also sports become a popular facet, a unifying yet divisive element, and yet in turn part of that constant distraction to which modern humans are subjected, almost as if everything were designed to distance people from their true selves, the simpler, more authentic self that could survive even without all that superficial veneer that is, instead, imperative in contemporary society. Beppe Farina brings the individual back to a substance too often forgotten, forcing him to consider the essence precisely through a dissolution of the visible, by virtue of which what can emerge is only the awareness of being able to possess both facets of human nature, the more ephemeral one that chases fashions and the more introspective one that is stimulated by the lack of specific references and exalted precisely by indefiniteness, by that decomposition of an image that allows to emerge imagination and emotional memory.
Dripping often intervenes to make the intuition of reality even less clear, and at the same time makes the canvases more metropolitan, underlining the need to communicate to people, taking on in this sense a Pop meaning, understood in the meaning of needing to speak to the people, which had materialized in the 1980s of the last century, resulting in that Graffitism with which the authors needed to show and at the same time make hermetic the thoughts, problems and internal discomforts that lived in a society in transformation. In the case of Beppe Farina however, this unease is transformed into an adaptation to a way of life, to an aspect of cities, streets, and even sporting events, where reality can be understood and interpreted on multiple levels, based on each individual’s sensitivity, existential approach, and capacity for deeper reflection, regardless of what might be seen by focusing solely on the most superficial layer. Giuseppe Beppe Farina, an artist, theater director, and founder of a theater school, has participated in group exhibitions and art awards in Milan, Cosenza, and Salerno.












