Al primo posto gli U2 con “Song Of The Future” che è il cuore pulsante del nuovo EP “Days Of Ash” degli U2, un brano che trasforma in musica il coraggio di una ragazza iraniana di sedici anni, Sarina Esmailzadeh, uccisa mentre lottava per la libertà durante le proteste nel suo Paese. La canzone immagina Sarina come una specie di faro, “la canzone del futuro” che risuona nella testa del protagonista e rappresenta tutte le voci giovani che non accettano più di vivere a testa bassa.
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Bono canta di un futuro che non è chiuso, ma che si apre proprio negli occhi di queste ragazze che scendono in piazza con un cartello in mano, sole e allo stesso tempo mai davvero sole, perché dietro di loro c’è un intero mondo che guarda. Nel video ufficiale, il volto di Sarina e il riferimento a Mahsa Amini compaiono in chiusura, come un promemoria visivo che rende ancora più concreto ciò che il testo racconta: non è un inno generico alla speranza, ma un omaggio preciso a chi ha perso la vita invocando diritti elementari. Le immagini alternano scritte, simboli e dettagli che ricordano la cultura visiva dei movimenti di protesta: cartelli, slogan, colori che emergono dal buio, come se la musica stesse letteralmente dando nuova voce a chi è stato messo a tacere troppo presto.
Secondo posto per Taylor Swift con “Opalite”, una canzone in cui l’artista racconta cosa significa trovare finalmente una relazione che non fa più male dopo anni di storie complicate e amori che hanno lasciato cicatrici profonde. Il titolo riprende una pietra artificiale, l’opalite, e diventa una metafora della felicità “costruita”: non qualcosa che cade dall’alto, ma una luce che ci si conquista dopo aver attraversato tante “notti onice”, cioè periodi bui, pesanti, in cui sembrava impossibile stare bene. Nel testo, Taylor parla di sé e del suo compagno come di due persone che arrivano da passati problematici, abituate a guardare indietro, a rivivere ex, delusioni e rancori, e che per la prima volta trovano qualcuno con cui smettere di sopravvivere e ricominciare a respirare. La madre, nelle parole della canzone, diventa una figura di saggezza che le dice di non spaventarsi se la vita sembra una tempesta: “stavi ballando tra i fulmini, ma ora il cielo è opalite”, come se dopo il temporale arrivasse davvero quel cielo chiaro e iridescente che dà il titolo al pezzo. Nel video ufficiale, Taylor gioca spesso con colori pastello, riflessi e piccoli rituali quotidiani, creando un immaginario a metà tra la pubblicità di un profumo e un film romantico, ma con una base emotiva molto concreta: la sensazione che, dopo anni di drammi, ci si possa permettere un amore più semplice, senza perdere profondità.
Terzo posto per le Blackpink con “GO” M/V. Le Blackpink aprono una nuova era ancora più spettacolare e “galattica” del solito: nel video le vediamo pronte a un viaggio che attraversa mare, terra, cielo e poi si spinge letteralmente nello spazio. Il brano è costruito come un comando: “GO” non è solo un titolo, ma un ordine a muoversi, a non restare fermi, a prendere in mano il proprio destino, come conferma la frase che è già diventata un mantra tra i fan: “you’re only moving when I say so”. A livello di suono, il pezzo alterna strofe più sospese a un drop durissimo, quasi “da fine del mondo”, che sottolinea quanto questo ritorno del gruppo abbia l’ambizione di lasciare un segno netto nell’attuale stagione del Kpop. Nel video ufficiale, la cura per le scenografie è maniacale: dune di sabbia che esplodono in simboli, luci futuristiche, costumi che sembrano usciti da un film di fantascienza e movimenti di macchina che danno la sensazione di non avere mai i piedi del tutto per terra. I set richiamano l’idea di una missione ad altissima quota, dove le quattro artiste non sono più solo star del pop, ma quasi eroine di un viaggio iniziatico, pronte a “spostare” letteralmente il pianeta con musica, coreografie e presenza scenica.
Quarto posto per Bruno Mars con “Dance With Me”. Questo brano è Bruno Mars nella sua versione più romantica e calda: una slow jam piena di soul, in cui chiede alla persona amata una cosa in apparenza semplice – “balla con me, solo un’altra volta” – ma in realtà chiede una seconda possibilità per rimettere a posto una storia incrinata. La canzone parla di una coppia che si è un po’ persa per strada: non si tiene più stretta come una volta, ha accumulato silenzi e incomprensioni, ma prova a ritrovarsi tornando al gesto più antico del mondo, ballare insieme fino a quando la musica non finisce. Bruno canta sperando che, al termine di quella danza, i due possano “innamorarsi di nuovo”, lasciando alle spalle orgoglio, malintesi e prove non riuscite, perché “è l’unica cosa che non abbiamo ancora provato davvero”. Il video, giocato su luci calde, atmosfere da pista da ballo retrò e sguardi ravvicinati, rende benissimo l’idea: più che una coreografia complessa, vediamo due persone che si stringono e si lasciano guidare dal ritmo, come se quell’abbraccio fosse un ultimo tentativo di non far crollare tutto. Lo stile di Bruno è quello che conosciamo: elegante, nostalgico ma mai stucchevole, con un’attitudine da crooner moderno che riesce a far sembrare universale un momento in realtà molto intimo.
Al quinto posto XG con “Rock The Boat”, un brano che mescola R&B, pop e vibrazioni da club, costruendo una metafora marina per parlare di attrazione e di desiderio di cambiare le regole del gioco. Nel testo, “rock the boat” è sia “far dondolare la barca” che “scuotere le acque”: la protagonista racconta di qualcuno che arriva nella sua vita e la scombina in meglio, la fa uscire dalla comfort zone e la trascina in acque più profonde, ma anche molto più vive. C’è un omaggio dichiarato ad Aaliyah e alla sua storica “Rock The Boat”, ma riletto in chiave contemporanea: le XG citano la cantante e giocano con l’immagine delle onde per dire che non hanno paura di rischiare, né artisticamente né emotivamente. Nel video e nelle performance, questo si traduce in scenografie liquide, luci blu, movimenti fluidi e outfit che ricordano l’estetica Y2K, ma ripensata con una produzione sonora ultra moderna, piena di bassi e dettagli elettronici che spingono verso la pista da ballo.
Sesto posto per Ella Langley con “Be Her”, ballata country che sa di confessione, in cui l’artista ammette senza filtri quanto vorrebbe essere come quella donna che, almeno in apparenza, ha tutto sotto controllo. Nel testo descrive questa figura ideale: beve il vino a piccoli sorsi, non si attacca al passato, non vive rovinandosi il presente con l’ansia per il futuro, è una credente radicata nella fede, una compagna e madre stabile, che la mattina si sveglia accanto all’amore della sua vita. La protagonista, al contrario, sente di essere piena di drammi, di scelte sbagliate e di eccessi, e il ritornello ruota proprio intorno a quella frase che fa male: “I just wanna be her so bad, it hurts so bad” – voglio essere lei così tanto che fa male. “Be Her” parla quindi di invidia buona e cattiva insieme, del desiderio di semplicità in un mondo complicato, e della fatica di accettarsi quando ti sembra che qualcun altro stia vivendo la vita “giusta” al posto tuo. Nel video, Ella canta circondata da ambienti che sembrano usciti da un’America rurale, tra case di legno, chiese, strade di campagna, come se il contesto fosse perfetto per quella donna ideale… ma la telecamera insiste sul volto di chi sente di non essere mai abbastanza, dando al brano un sapore ancora più umano.
Settimo posto per Hearts2Hearts con “RUDE!” MV. Un inno popdance alla libertà di essere sé stessi anche quando il mondo ti trova “troppo”: troppo rumoroso, troppo vistoso, troppo fuori dagli schemi. Il testo racconta di una protagonista che entra in una stanza e attira subito tutte le attenzioni, lanciando “ciao” in ogni direzione senza chiedere permesso e rivendicando il diritto di non adeguarsi alle regole non scritte di chi vorrebbe vederla più composta, più discreta, più “educata”. Quando canta “I shine the brightest when I’m myself, I’ve been actin’ too RUDE!”, non sta chiedendo scusa: sta dicendo che se “ruvida” vuol dire autentica, allora va benissimo così. Il video è una piccola esplosione di estetica internet anni Duemila: si apre su un desktop pieno di icone e finestre che si aprono a cascata, per poi trasformarsi in una specie di fabbrica di contenuti social dove le ragazze producono cuori, like e visualizzazioni. È una critica leggera ma lucidissima alla pressione delle piattaforme: loro giocano con l’idea di dover piacere a tutti, ma alla fine la morale è chiara – la luce vera arriva quando smetti di fingere e ti permetti di essere “troppo” per qualcuno, esattamente come sei.
Ottavo posto per Hilary Duff con “Weather For Tennis” che segna il ritorno di Hilary Duff con una canzone pop dal testo sorprendentemente adulto: dietro il titolo curioso c’è il racconto di una relazione logorata da litigi continui, sarcasmo e incomprensioni. Lei si descrive come “una veterana delle scuse” e “una psicologa dilettante”, cresciuta in una famiglia divorziata che l’ha abituata a tenere la pace a tutti i costi, mentre lui è “lo starter di guerre”, uno che attacca per difendersi e non regge il confronto senza trasformarlo in battaglia. Il ritornello usa l’immagine del tennis per parlare dei loro scontri verbali: “se non è tempo da tennis, allora possiamo litigare fino all’ora di cena”, come se ogni discussione fosse una partita senza vincitori, solo con tanta stanchezza in più. La canzone racconta la frustrazione di sentirsi continuamente invalidata – “mi dai della pazza e quella è la tua medicina più veloce” – ma anche la presa di coscienza che è arrivato il momento di “togliere il cerotto” e smettere di sperare che “il meglio arriverà più avanti” se nel presente non cambia nulla. Nel video, Hilary gioca con immagini domestiche e piccoli rituali di coppia: tavole imbandite che diventano campi da tennis metaforici, micro gesti passivoaggressivi, vicini di casa perfettini a cui non si vuole più fare finta di assomigliare. Il tono resta leggero nel suono, ma le parole parlano a chi si è trovato intrappolato in una relazione dove si discute più di quanto ci si ascolti.
Nono posto per Jessica Lowndes con “Praying For Me”. Un pezzo che è lo sfogo lucido di una donna che ha capito di essere stata ingannata da una persona che a parole prometteva il paradiso e, nei fatti, consegnava solo tradimenti e bugie. Nel brano, lei racconta una storia in cui lui le stringe la mano, la guarda negli occhi e giura che non la farà mai piangere, per poi rivelarsi una bomba a orologeria: tradimenti con l’ex, un’altra ragazza in parallelo, avventure occasionali in hotel a New York, il tutto mascherato da “fiamma gemella” e promesse spirituali. Il titolo “Praying For Me” è amaro: lui dice di “pregare per lei”, ma in realtà sta solo recitando una parte, usando la religione e le parole giuste come copertura per un comportamento che di sacro non ha nulla. La protagonista, a un certo punto, smette di credergli e prende atto che quelle preghiere non erano mai per il suo bene: erano solo parte di un copione per non perdere il controllo su di lei. Nel video ufficiale, Jessica mette in scena questa presa di coscienza con una performance molto fisica: sul palco con la band, alterna primi piani intensi a immagini simboliche di stanze d’albergo, luci rosse e dettagli che richiamano la doppia vita del partner. È una liberazione messa in musica: un modo per dire “non mi freghi più”, senza perdere la propria vulnerabilità.
Al decimo posto T.I con “The Right One”, brano recente che lo riporta sotto i riflettori hiphop dopo anni di alti e bassi e ruota attorno a una domanda che attraversa gran parte della sua discografia: in mezzo a caos, tentazioni e strada, esiste davvero “quella giusta” che resta quando il fumo si dirada? Pur muovendosi nella sua cifra classica – rap autobiografico, riferimenti alla strada, alla lealtà, alla voglia di riscatto – qui il focus è più intimo: parla di una donna che non scappa quando le cose si mettono male, che non è solo attratta dal successo, ma resta anche quando i riflettori sono spenti. Il brano contrasta questo tipo di presenza con un passato pieno di conoscenze superficiali, relazioni costruite su interessi e promesse non mantenute, in cui la fiducia era sempre a rischio. “The Right One” suona come un ringraziamento e un avvertimento insieme: da un lato riconosce il valore di chi c’è davvero, dall’altro ricorda quanto sia facile perdere tutto se non si impara a preservare ciò che conta. Nel video, T.I alterna scene di quartiere – strade, amici, luoghi che raccontano da dove viene – a momenti più raccolti, in casa, con una figura femminile che rappresenta quella “giusta”: niente lusso esagerato, ma dettagli di vita quotidiana che raccontano un’altra idea di successo, fatta di stabilità e presenza.
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