Gli italiani riconoscono il valore dei vaccini e il 92% fa check up

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vaccino covid-19ROMA – Gli italiani over 50 anni sono più attenti alla prevenzione rispetto agli adulti di altri Paesi. Il 92% fa controlli di routine, ritengono importante la vaccinazione, vorrebbero saperne di più, ma non ne parlano abbastanza con gli operatori sanitari. Questa, in sintesi, la fotografia scattata dallo studio Global Monitor, condotto tra luglio e agosto da Kantar per conto di GlaxoSmithKline (Gsk) in 9 Paesi, tra cui il nostro, sull’atteggiamento della popolazione nei confronti della salute, dell’invecchiamento e sul ruolo degli operatori sanitari nel trasformare i vaccini in vaccinazioni.

I risultati – presentati oggi durante il global media brief in modalità virtuale ‘Immunizzazione degli adulti: diamo alle nostre vaccinazioni lo stesso valore di quelle dei nostri figli?’, promosso da Gsk – rivelano che, nel complesso, gli adulti prestano attenzione alla propria salute. Spicca in particolare il dato italiano, con il 92% degli intervistati che dichiara di aver fatto un controllo di routine negli ultimi 5 anni, rispetto a un valore globale dell’81% in un campione composto da 9.900 persone – uomini e donne di età superiore ai 50 anni – insieme a 686 operatori sanitari, con pari rappresentatività, in 9 Paesi: Giappone, Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Brasile, Stati Uniti, Canada e Italia. “Lo studio registra che le persone sono consapevoli del valore dei vaccini – spiega Gayle Davey, partner, Consulting Division, Kantar – La motivazione primaria per sottoporsi alla vaccinazione è, in tutti i Paesi, quella di voler proteggere se stessi, segue poi la volontà di proteggere i propri cari (seconda ragione per tutti i Paesi, tranne per il Giappone) e, infine, di proteggere gli altri (al secondo posto per il Giappone, al terzo per tutti gli altri Paesi).

“Tuttavia – aggiunge – nonostante un elevato tasso di adesione iniziale al vaccino contro Covid-19 a livello globale – l’88% dei pazienti intervistati ha ricevuto una vaccinazione, rispetto all’80% nel 2021 – le persone potrebbero non sottoporsi ad altre vaccinazioni con la stessa disponibilità”. Dall’analisi, infatti, emerge che mediamente solo il 56% del campione ha fatto il vaccino antinfluenzale negli ultimi 5 anni, nonostante di tratti di un vaccino raccomandato annualmente e considerato rilevante dall’82% degli operatori sanitari coinvolti nello studio per i loro pazienti con più di 50 anni. Allo stesso modo, solo il 14% si è sottoposto alla vaccinazione antipneumococcica, ritenuta importante per questa popolazione di età dal 73% degli operatori intervistati), solo il 10% si è protetto contro l’Herpes zoster (il cosiddetto Fuoco di Sant’Antonio): un vaccino considerato rilevante dal 63% dei clinici intervistati.

Sono gli operatori sanitari la principale fonte di informazioni attendibili sulle vaccinazioni. La collaborazione con loro “diventa cruciale per alzare queste percentuali di copertura – spiega Davey – Il 71% dei pazienti, infatti, cita gli operatori sanitari come fonte principale di informazioni. Raggiunti i 50 anni, 8 adulti su 10 si sentono direttamente responsabili per la propria salute, il che significa che hanno bisogno di sapere non solo cosa fare, ma anche perché dovrebbero farlo”. In particolare, una percentuale significativa di donne over 50 afferma di aver bisogno di sapere perché dovrebbero ricevere un vaccino. “Se in media questa richiesta arriva dal 35% degli intervistati italiani, il valore aumenta al 37% tra le donne tra i 50 e 60 anni. Queste hanno un peso specifico (40%) anche nella percentuale complessiva degli intervistati italiani che ritengono importante conoscere, prima, quali potrebbero essere gli effetti collaterali del vaccino, complessivamente pari al 43%”.

Sempre secondo lo studio presentato oggi, l’83% degli operatori sanitari interpellati spesso dice ai propri pazienti che i benefici del vaccino superano i possibili rischi. Il 78% comunica che un vaccino non solo aiuta a proteggere il paziente dalle malattie, ma anche dal maggior rischio di sviluppare gravi complicanze. Il 74% chiarisce inoltre che, a causa dell’età, c’è maggiore rischio di contrarre malattie infettive anche se ci si sente in buona salute e il 72% informa i pazienti che sono nella fascia di età raccomandata per il vaccino. “Tuttavia – osserva Davey – le persone non sono spesso ricettive ai suggerimenti medici basati sull’età. Un elemento, questo, emerso anche nell’edizione 2021 dello studio di Kantar da cui risultava che, sebbene i pazienti adulti siano aperti a comprendere meglio il proprio sistema immunitario e ciò di cui ha bisogno man mano che diminuisce la sua forza, sembra che sentirsi dire che si ha bisogno di un vaccino perché si sta invecchiando non li motivi, mentre viene accolto più positivamente il fatto che aiutare il proprio sistema immunitario ci restituisce il controllo. Una responsabilità, questa, che gli adulti sono pronti ad assumersi”.

“In media, le persone vivono più a lungo e scoprono di poter esplorare e realizzare di più, soprattutto se si mantengono in buona salute – commenta nel suo intervento Piyali Mukherjee, vicepresidente e capo globale Medical Affairs di Gsk Vaccines – Questa indagine ci ha mostrato che il contributo delle vaccinazioni a una buona salute è generalmente ben compreso sia dagli operatori sanitari che dai loro pazienti adulti, ma purtroppo, a parte le vaccinazioni iniziali Covid-19, i tassi di vaccinazione degli adulti rimangono cronicamente bassi. Un migliore dialogo tra i pazienti e la comunità sanitaria su quali vaccini siano necessari e perché potrebbe aiutare, insieme ad altre abitudini salutari, come una buona dieta e l’esercizio fisico. A sua volta, la riduzione dell’impatto delle epidemie di malattie prevenibili da vaccino sui nostri sistemi sanitari può contribuire a liberare tempo per le conversazioni sui vaccini – un circolo virtuoso che deve iniziare oggi”.