I Miserabili di Lady Ly, trailer e intervista al regista

i miserabili

Dal 12 marzo al cinema il film Premio della Giuria al Festival di Cannes e Premio Miglior Rivelazione agli European Film Awards

Ispirato alle sommosse di Parigi del 2005, il film “I Miserabili” di Ladj Ly ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes, il Premio Miglior Rivelazione agli European Film Awards, è stato candidato al Premio Oscar come Miglior Film Straniero e ha trionfato ai César ottenendo numerosi riconoscimenti tra cui Miglior Film.

Un affresco sincero e autentico delle periferie parigine e dei miserabili del nuovo millennio, un thriller dal ritmo avvincente e adrenalinico, che non si abbandona a facili condanne e non cade nelle trappole della faziosità o del vittimismo, dove il confine tra bene e male si fa assolutamente labile, mentre tutti i personaggi diventano vittime alla ricerca di un personale riscatto o, più semplicemente, di sopravvivenza. Perché, proprio come affermava Victor Hugo nel suo celebre romanzo, “non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”.

TRAILER

SINOSSI

Girato esattamente dove Victor Hugo aveva ambientato il suo romanzo, a Montfermeil, nella periferia a un’ora dal cuore di Parigi si consuma un thriller dal ritmo avvincente e adrenalinico. Stéphane, insieme a due colleghi veterani di una squadra anticrimine, si trova a fronteggiare una guerra tra bande, membri di un ordine religioso, ragazzini in rivolta. Un semplice episodio di cronaca diventerà il pretesto per una deflagrante battaglia per il controllo del territorio, in un tutti contro tutti senza pietà.

INTERVISTA AL REGISTA LADY LY

I MISERABILI è il suo primo lungometraggio, ma lei lavora nel cinema da una quindicina d’anni. Qual è stato il suo percorso a partire dall’esperienza nel collettivo Kourtrajmé?
Quando avevo 8/9 anni ero amico di Kim Chapiron. Durante le vacanze, veniva al centro
ricreativo di Montfermeil ed è lì che ci siamo conosciuti. A 15 anni, insieme a Romain Gavras e Toumani Sangaré, aveva creato il collettivo Kourtrajmé. Io allora avevo 17 anni ed era l’epoca in cui nasceva il digitale: ho comprato la mia prima videocamera e da quel momento in poi non ho più smesso di girare. Filmavo ogni cosa, il mio quartiere e tutto quello che faceva Kourtrajmé…

La sua scuola di cinema è stata lavorare dunque?
Esatto, abbiamo imparato tutto sul campo. Partivamo dal principio che volevamo fare dei
film tra di noi, senza l’aiuto di nessuno, eravamo giovani e matti, ci buttavamo senza porci molte domande, con tutta la nostra energia. Forse oggi siamo un po’ meno pazzi, ma bisogna sempre preservare un pizzico di follia. Non vogliamo trovarci rinchiusi in una scatola, come purtroppo a volte capita nell’ambiente del cinema.

Ha realizzato dei documentari web che non sono passati inosservati, come 365 JOURS À CLICHY MONTFERMEIL e 365 JOURS AU MALI. Può descriverci quelle esperienze?
Nel giro di poco tempo mi sono specializzato nel documentario con 365 JOURS À CLICHY
MONTFERMEIL, girato durante i tumulti del 2005, che sono scoppiati sotto casa mia e che io ho sempre filmato interamente. È un film che si è fatto in modo naturale. All’inizio non avevo in mente di fare un documentario, pensavo che le mie riprese potessero servire per una clip o un cortometraggio. Poi ho iniziato a filmare un giorno, due giorni, una settimana e alla fine un anno intero! Avevo un centinaio di ore di girato, tutti i giornalisti volevano comprare le mie immagini perché erano il solo punto di vista dall’interno. Ho deciso di non venderne alcuna e di fare il mio documentario. Tutti i film del nostro collettivo Kourtrajmé venivano diffusi gratuitamente su internet, abbiamo iniziato a farlo prima di Youtube o Dailymotion. Qualche anno dopo, ho girato 365 JOURS AU MALI con gli stessi principi. Leggevo sui giornali che il Mali era diventato il posto più pericoloso del mondo per via di Al Qaïda, di Daesh… Io conoscevo bene il paese dal momento che i miei sono originari di lì e non corrispondeva all’immagine veicolata dai mezzi di informazione. Ho deciso di prendere la mia videocamera e di andare là a filmare a casaccio. Mi sono immerso in quella realtà per un anno, ho incontrato tutti: i tuareg, gli islamisti, le milizie, l’esercito… Poi sono rientrato in Francia, l’ho proposto a delle emittenti televisive, nessuna voleva mostrarlo così come era e io l’ho messo direttamente in rete.

Ci sono anche state le tappe di GO FAST CONNEXION e poi di À VOIX HAUTE, che è stato molto notato e che ha realizzato insieme a Stéphane De Freitas…
GO FAST CONNEXION è un docu-fiction realizzato tre anni dopo le sommosse in cui affronto il tema del trattamento mediatico delle periferie. È presentato da Charles Villeneuve, che si è prestato al gioco del pastiche delle trasmissioni-reportage sensazionalistiche che presentava all’epoca su TF1! À VOIX HAUTE all’inizio era un progetto indipendente, poi è entrata France Télévision. Ci hanno lasciato libertà assoluta, abbiamo girato, le riprese sono piaciute al punto che hanno proposto di fare uscire il film in sala. È una storia che dimostra che, malgrado i tanti problemi, nella banlieue c’è comunque una speranza, gli abitanti del quartiere hanno dei talenti e non sempre assomigliano agli stereotipi che vengono proposti di loro. È sempre stata questa la mia scelta: mostrare la realtà.

I MISERABILI è il suo lungometraggio di esordio nel cinema narrativo ed è prodotto con un impianto classico. È un primo risultato di tutte le esperienze che ha accumulato?
Risultato non lo so, visto che io spero che sia più un nuovo punto di partenza che un punto di arrivo. Ma è vero che in questo film racconto un po’ la mia vita, le mie esperienze, quelle delle persone che mi sono vicine… Tutti gli elementi della storia si basano su cose realmente vissute: i festeggiamenti per la vittoria della Coppa del mondo di calcio, ovviamente, l’arrivo del nuovo poliziotto nel quartiere, la storia del drone… Per cinque anni, ho filmato con la mia videocamera tutto quello che avveniva nel quartiere e soprattutto quello che facevano i poliziotti, non li perdevo d’occhio. Appena arrivavano, prendevo la videocamera e li filmavo, fino al giorno in cui ho immortalato un loro vero e proprio abuso. Anche la storia del furto del leoncino che scatena la collera dei gitani proprietari del circo che c’è nel film è reale… Ho voluto mostrare tutta l’incredibile diversità che costituisce la vita nei quartieri popolari. Abito ancora lì, sono la mia vita e mi piace filmarli. Sono il mio set cinematografico!

Ha evitato il manicheismo. Non ha mostrato giovani buoni contro poliziotti cattivi, né viceversa. Il suo sguardo verso i protagonisti è privo di pregiudizi o di caratterizzazioni sommarie.
È ovvio, perché la realtà è sempre complessa. Ci sono buoni e cattivi da entrambe le parti… Cerco di filmare ogni personaggio senza formulare alcun giudizio. «Il sindaco» ha un lato educatore e allo stesso tempo è un po’ sordido, i poliziotti lo stesso, sono via via simpatici, disgustosi, umani… Navighiamo in un mondo talmente complicato che è difficile esprimere giudizi rapidi e definitivi. I quartieri sono delle polveriere. Ci sono i clan e, ciò nonostante, cerchiamo di vivere tutti insieme e facciamo in modo di evitare che le situazioni sfuggano di mano. È questo che mostro nel film, i piccoli aggiustamenti quotidiani che ciascuno compie per restare a galla.

La storia si svolge in un contesto di disoccupazione e di povertà, che sono la causa primaria di tutti i problemi…
Quando si hanno i soldi, è facile vivere con gli altri, quando si vive in miseria, è più complicato: bisogna ricorrere a compromessi, arrangiamenti, piccoli traffici… è una questione di sopravvivenza. Anche i poliziotti sono in modalità di sopravvivenza, anche loro vivono la miseria. I MISERABILI non è né «pro-delinquenti» né «pro-sbirri». Ho cercato di essere più giusto possibile. La prima volta che mi hanno fatto un controllo, avevo 10 anni, per dire quanto conosco bene la polizia: ci ho vissuto fianco a fianco, ho subito un numero incalcolabile di fermi e di provocazioni. Mi sono reso conto che potevo permettermi di calarmi nei panni di uno sbirro e di raccontare un pezzo di film dal loro punto di vista. La maggior parte di questi poliziotti non ha fatto gli studi, vive anch’essa in condizioni difficili, con stipendi da fame e negli stessi nostri quartieri. Stanno più spesso di noi nelle periferie perché noi ci muoviamo, ci spostiamo in città, mentre loro lavorano tutto il giorno nel quartiere, girando in tondo, rompendosi le palle. Per avere un po’ di azione, decidono di fare dei controlli di identità ed è un circolo vizioso. Conoscono a memoria gli abitanti, la vita che fanno, le loro abitudini, eppure li vessano tutti i giorni facendo i controlli. È inevitabile che certi giorni scoppi la scintilla.

Possiamo dire che I MISERABILI sia un film umanista e politico nel senso che lei non giudica gli individui, ma denuncia implicitamente un sistema di cui tutti finiscono con l’essere vittime, residenti e poliziotti?
È esattamente questo e la responsabilità primaria ricade sui politici. Negli ultimi trenta o quarant’anni hanno lasciato degenerare la situazione, ci hanno abbindolati con decine di parole e piani – piano periferia, piano politico per la città, piano a destra e piano a sinistra – e il risultato è che non ho mai visto cambiare qualcosa da trent’anni a questa parte. L’unica piccola eccezione è il piano Borloo: il rinnovamento dell’habitat è il solo risultato concreto che ho visto. Ha migliorato la nostra vita quotidiana, dunque grazie a Jean-Louis Borloo. Ma, a parte questo, non ho mai notato alcun progresso reale anzi, a dire il vero, si va di male in peggio. E ciò nonostante abbiamo imparato a vivere insieme in quartieri dove coesistono trenta nazionalità diverse. Io dico sempre che la società mista esiste solo nelle periferie, invece nel centro di Parigi c’è l’esatto contrario. Ogni volta che attraverso la tangenziale entro in un altro universo, prevalentemente bianco. La differenza è flagrante quando questi due mondi sono affiancati. Quando un parigino si reca in periferia ha l’impressione di avventurarsi in Africa o in Iraq, quando in realtà è a cinque minuti di metropolitana o macchina! È un peccato perché i quartieri della banlieue sono in movimento, sono pieni di vita, c’è un’energia incredibile. Non ci sono solo droga e violenza, che peraltro esistono anche nel centro di Parigi… La vita nelle periferie è lontana anni luce dall’immagine che offrono quasi tutti i media. C’è un baratro tra la realtà e l’immagine mediatica. Come potrebbero i politici risolvere i nostri problemi quando non ci conoscono, non sanno come viviamo né quali sono i nostri codici?

Un’altra realtà mostrata nel film che contrasta con i consueti stereotipi è la questione etnica: non ci sono giovani neri che si scontrano con poliziotti bianchi. Neri, bianchi e magrebini si mescolano da entrambe le parti…
Sì, perché questa è la realtà. C’è di tutto, persone che si frequentano tutte insieme, clan in cui dominano i magrebini, i gitani sono presenti ma non si mescolano. Ci sono anche taciti accordi in base ai quali non bisogna frequentare gli zingari. Anche tra i poliziotti c’è di tutto, compresa gente di origine africana che noi soprannominiamo «guada»… Nei nostri codici i «guada» sono quelli delle isole. I primi poliziotti neri venivano tutti dalle Antille e il nome è rimasto, anche per coloro che oggi sono originari dell’Africa. Il «guada» del film probabilmente è cresciuto in questo quartiere, ma è diventato poliziotto quindi è considerato un traditore e questo complica ulteriormente la situazione. Anche i rapporti tra Chris, il poliziotto bianco razzista, e Il Sindaco, il personaggio nero del quartiere, sono complicati: si detestano, ma hanno anche stipulato dei piccoli accordi perché in fondo ciascuno ha un po’ bisogno dell’altro… La polizia è costretta a fare qualche piccolo compromesso a volte, altrimenti sarebbe la guerra permanente.

Anche la sua regia va contro alle aspettative, evitando il montaggio in stile videoclip, il cliché del rap/hip-hop… Era importante per lei lasciarsi ispirare dal racconto e dalle inquadrature?
Ci tenevo che i primi 40 minuti del film fossero un’immersione tranquilla nel quartiere. Volevo innanzitutto accompagnare lo spettatore nel mio universo e solo in seguito entrare nell’azione. Ma prima facciamo una passeggiata, seguiamo la cronaca, familiarizziamo con i personaggi e il tessuto del quartiere… Ho eliminato gli stereotipi come la droga e le armi ed effettivamente la musica è più elettronica che rap. Anche nel modo di parlare, ho voluto evitare i luoghi comuni del film-banlieue.

Il film comprende delle scene in cui la tensione sale ai massimi livelli… Come si fa a girare quel genere di sequenze in cui si fatica a distinguere la rabbia vera dall’interpretazione degli attori?
Se prendiamo come esempio la scena finale, io ho vissuto quel genere di situazioni, le conosco a memoria, quindi ci eravamo preparati in modo molto preciso, conoscevo in anticipo la scansione di ciascuna inquadratura, sapevo come realizzarla, avevo la sequenza in testa…

Parliamo degli attori. Da dove viene Djebril Zonga?
Innanzitutto è un amico di Clichy-sous-Bois. Aveva una carriera come modello e non sapevo che facesse anche l’attore. Cercavo un «nero» e facevo fatica a trovarlo: non ce ne sono tanti di attori neri, eccezion fatta per Omar Sy o Jacky Ido, si contano sulle dita di una mano. Quando ha saputo che facevo un casting, Djebril mi ha telefonato. Non solo ignoravo che sapesse recitare, ma in più è di bell’aspetto mentre io cercavo uno con una brutta faccia per impersonare lo sbirro della squadra anticrimine. Gli ho comunque proposto di fare dei provini senza crederci più di tanto e invece uau!

E Alexis Manenti, che interpreta il ruolo del cattivo poliziotto, perfido e razzista?
Lo conosco da molto tempo, fa parte del gruppo Kourtrajmé. È vero che non è un ruolo facile, il suo personaggio è un vero bastardo, ma ha comunque il suo grado di umanità che abbiamo cercato di mostrare insieme al resto. Lo interpreta magnificamente e malgrado il suo lato detestabile gli spettatori si affezionano lo stesso a lui.

Damien Bonnard è il più conosciuto e interpreta impeccabilmente Stéphane, il novellino che sbarca in un nuovo mondo…
Non lo conoscevo per niente. Alexis aveva lavorato con lui in passato e mi aveva consigliato di incontrarlo. Ci siamo dati appuntamento e mi è sembrato arrivare da un altro pianeta, come nel film. Era la prima volta che veniva in periferia ed era sotto shock! E questo lo si percepisce nelle immagini, è molto giusto e toccante. Con lui avevo i miei tre poliziotti. Poi, ho scelto Steve che interpreta Il Sindaco durante le audizioni. Ha già interpretato diversi film. Gli altri li ho trovati e reclutati per la strada.

E Jeanne Balibar, totalmente sorprendente nei panni del commissario e inaspettata nel suo film?
Stava girando il suo film a Montfermeil, non la conoscevo, mi ha contattato la sua produzione perché aveva bisogno di una mano e siamo diventati amici. Le ho proposto il
ruolo e lei è stata al gioco. È stato un bell’incontro. È vero che è una sorpresa nel film, non ci si aspetta di trovarla lì.

Una parola su Julien Poupard, il direttore della fotografia. Come avete lavorato insieme?
Ha subito captato il mio universo e il modo in cui volevo filmare. Nei miei film precedenti, stavo io dietro alla macchina da presa, quindi all’inizio ero un po’ frustrato e volevo decidere io le inquadrature. Ma Julien è talmente bravo, ha capito talmente bene quello che volevo che guardando le sue immagini avevo l’impressione di averle girate io! La sua fotografia è magnifica. E al di là del suo talento, è una persona umile e adorabile. È stato davvero un incontro bellissimo.

E il montaggio? Ha dovuto organizzare una grande quantità di materiale?
Flora Volpellère è una montatrice straordinaria! Ho filmato molto, avevamo un centinaio di ore di girato. Flora lavora con Kourtrajmé da vent’anni, ha montato tutti i film di Kim. È un’esecutrice al soldo del regista, non delude mai!

Il titolo è un riferimento al romanzo di Victor Hugo, il film si apre con le immagini delle bandiere francesi che sventolano durante i festeggiamenti per la vittoria della Coppa del mondo… Ha voluto fare un film non solo sulle periferie ma anche sulla Francia?
Esattamente, dal momento che siamo tutti francesi. Noi siamo nati in Francia, abbiamo sempre vissuto lì… In certi momenti, alcuni soggetti ci hanno detto che forse non siamo francesi, ma noi ci siamo sempre sentiti tali. Io sono un po’ più vecchio dei «microbi» del film e il 12 luglio 1998 ha segnato la mia vita. Me lo ricordo ancora, avevo 18 anni, è stato magico! Il calcio era riuscito a farci sentire tutti uniti, non esistevano più il colore della pelle e le classi sociali, eravamo semplicemente tutti francesi. Abbiamo riprovato la stessa sensazione dopo la vittoria dell’ultima Coppa del mondo, come se solo il calcio avesse il potere di riunirci. È un peccato che non ci siano altri collanti per il popolo, ma al tempo stesso quei momenti sono fantastici da vivere e da filmare. Il film comincia con quell’ebbrezza, poi si ritorna alla realtà quotidiana, meno sfavillante. Ciascuno si riposiziona al suo posto in funzione del colore della sua pelle, della sua religione, del suo luogo di residenza, della sua classe sociale di appartenenza… Del resto, l’attualità richiama il film ogni giorno. Mi piacerebbe che il Presidente della repubblica lo vedesse, potrebbe aiutarlo ad assumere consapevolezza delle realtà di questo paese.