Intervista a Cristian Ferroni. Costruire una storia, pubblicarla, farla vivere

il culto del nome libroIl sangue dei Nominati. Volume I: Il culto del nome” segna l’esordio narrativo di Cristian Ferroni con un romanzo che mescola fantasy, distopia e suggestioni post-apocalittiche all’interno di un mondo rigidamente regolato. In un futuro lontano, nato dalle rovine di una civiltà tecnologica dimenticata, ogni individuo riceve fin dall’infanzia un Nome, uno spirito totem e un destino preciso da seguire. Il villaggio in cui cresce Margherita appare ordinato e protetto, governato dalle leggi dell’Oracolo e da un sistema che sembra garantire equilibrio e sicurezza. Dietro questa apparente armonia, però, si nascondono paura, controllo e segreti.

Quando Margherita e i suoi amici iniziano a intuire che qualcosa non torna, il mondo in cui sono cresciuti comincia lentamente a incrinarsi. Le sparizioni, le regole imposte soprattutto alle ragazze, la presenza di figure enigmatiche e l’arrivo di una giovane senza nome mettono in discussione tutto ciò che sembrava immutabile. Il romanzo lavora molto sul rapporto tra identità e appartenenza, sul peso delle regole e sul bisogno di sentirsi al sicuro anche a costo di rinunciare alla libertà.

Ferroni alterna scene d’azione, momenti più cupi e passaggi dedicati alla costruzione del mondo, soffermandosi sulle relazioni tra i personaggi, sui conflitti familiari e sul contrasto tra ciò che viene tramandato e ciò che resta nascosto. Il risultato è un primo volume che apre molte domande e prepara il terreno per i capitoli successivi della trilogia.

In questo dialogo con l’autore, l’attenzione si sposta sul percorso di Cristian Ferroni, sulle scelte legate alla pubblicazione e sul significato di esordire oggi con un’opera di questa natura.

Il sangue dei Nominati è il tuo primo romanzo pubblicato. Scrivere un libro è un percorso lungo e complesso, soprattutto all’inizio. Quando hai capito che questa storia poteva diventare qualcosa di più di un’idea?

È stata una necessità, fin da subito. Non è stata una scelta ragionata a tavolino, ma qualcosa che premeva dentro e doveva uscire per forza dalla mia testa. Quando un’idea ti si pianta nel cervello con quella violenza, non hai molta scelta: o la scrivi o ti consuma.

Ho capito che stava diventando qualcosa di serio quando ho visto che quella “necessità” non si esauriva in poche pagine, ma pretendeva una struttura, un mondo intero che la sorreggesse. La storia ha iniziato a prendere forma quasi per autodifesa, per dare un ordine a quell’urgenza che sentivo. In quel momento ho smesso di scrivere per me stesso e ho iniziato a costruire il romanzo, consapevole che quel materiale aveva la forza per diventare un progetto vero e proprio.

Molti autori raccontano di aver iniziato a scrivere per passione, prima ancora di pensarlo come un progetto concreto. Per te la scrittura è sempre stata presente oppure è arrivata in un momento preciso della tua vita?

È nata per pura casualità, non più di cinque o sei anni fa. Credo che la scrittura fosse rimasta dormiente dentro di me per anni, aspettando solo il momento giusto per svegliarsi. Tutto è iniziato di punto in bianco: amavo, e amo tutt’ora, un’opera animata giapponese che mi ha colpito così tanto da spingermi a scriverne.

Ho cominciato con diverse fanfiction, ed è stato un terreno fondamentale. Mi ha permesso di misurarmi con la narrazione senza filtri, seguendo solo l’entusiasmo. In quel periodo ho scoperto che mettere nero su bianco quello che avevo in testa non era solo un passatempo, ma un modo per dare corpo alle mie visioni. Quell’impulso iniziale nato per gioco è diventato poi la base su cui ho costruito il mio modo di scrivere, portandomi col tempo a sentire l’esigenza di creare qualcosa di totalmente mio, con le mie regole e il mio mondo.

Essere un autore emergente oggi significa muoversi in un panorama molto ampio, con tante possibilità ma anche molte difficoltà. Cosa significa per te oggi definirti uno scrittore esordiente? Quali sono i pericoli e le difficoltà maggiori di approcciarsi per la prima a questo mondo?

Per me essere un esordiente non è un titolo onorifico, è il coronamento di uno scopo. Significa guardare quel libro e vederci dentro tutto il tempo che mi ha strappato, i sacrifici e quella continua “spremitura di pensieri” che non ti dà tregua.

La difficoltà maggiore non è fuori, nel mercato, ma dentro il processo: è la lotta contro le idee fugaci che ti costringono ad alzarti dal letto nel cuore della notte per scarabocchiarle su un pezzo di carta, anche se sai che la sveglia suonerà presto. È la fatica di scartare decine di intuizioni per trovare quella giusta, l’ossessione per la coerenza, la caccia al pathos che regga, a un climax che non tradisca. Essere un esordiente significa aver accettato questa disciplina e averla portata fino in fondo, trasformando un’urgenza disordinata in un oggetto concreto, con i suoi turn-pagers e i suoi cliffhanger. È la prova che quel lavoro di officina notturno aveva un senso.

Hai scelto la strada dell’auto-pubblicazione, che negli ultimi anni è diventata sempre più diffusa tra gli autori. Perché hai deciso di pubblicare in questo modo e cosa ti ha convinto di questa scelta?

La scelta è nata da una necessità di pragmatismo. L’editoria tradizionale ha tempi biblici: puoi passare mesi, se non addirittura anni, ad aspettare un riscontro che spesso è un silenzio o un rifiuto prestampato. Per uno come me, che ha vissuto la scrittura come un’urgenza, restare bloccato in quel limbo era inaccettabile.

La competizione oggi è serratissima e spesso i meccanismi delle case editrici seguono logiche che poco hanno a che fare con la qualità del lavoro o con il desiderio dell’autore di veder vivere la propria opera. L’auto-pubblicazione mi ha permesso di saltare questo muro. Mi ha convinto la possibilità di avere il controllo totale sul progetto e, soprattutto, di non dover chiedere il permesso a nessuno per far arrivare la mia storia ai lettori. Volevo che il libro esistesse, e l’auto-pubblicazione era la strada più onesta e veloce per renderlo reale.

L’auto-pubblicazione richiede spesso di occuparsi non solo della scrittura, ma anche di altri aspetti come promozione e gestione del libro. Qual è stata la parte più impegnativa di questo percorso, al di là della scrittura?

Sembra un paradosso, ma la parte più impegnativa è stata ancora una volta il tempo, inteso come attesa. Anche quando il libro è finito, il percorso non è immediato: ci sono i tempi tecnici di revisione, la burocrazia delle piattaforme, le verifiche sui file. Per una persona che ha un approccio maniacale al dettaglio, ogni minuto speso ad aspettare che un sistema carichi un file o che una bozza venga approvata è un tempo sottratto alla creazione.

Gestire tutto da solo significa dover rallentare la parte creativa per occuparsi di quella esecutiva. L’attesa tra l’aver terminato l’opera e il vederla effettivamente disponibile negli Store è snervante. È una sfida di pazienza che va oltre la fatica della scrittura: devi passare dal ruolo di autore a quello di gestore, accettando che la tua urgenza di pubblicare debba scontrarsi con passaggi tecnici inevitabili che non dipendono da te.

Scrivere un romanzo così articolato richiede tempo e costanza, spesso da conciliare con altri impegni. La scrittura è oggi la tua attività principale oppure la affianchi ad altro? C’è mai stato un momento in cui hai pensato di abbandonare e se sì, come lo hai affrontato?

La scrittura per me è un affiancamento costante, qualcosa che devo far convivere con tutto il resto. Mentirei se dicessi che è stato un percorso lineare: questo primo volume è rimasto stagnante per un tempo infinito. Ci sono stati alti e bassi profondi, momenti in cui la vita prendeva il sopravvento e la storia finiva in un angolo.

C’è stato un vero e proprio abbandono, a un certo punto. Ma il punto è che non è mai stato un abbandono definitivo, perché quella storia non l’ho mai dimenticata. Era lì, in un angolo della testa, a ricordarmi che andava finita. Come ho superato lo sconforto? Semplicemente accettando che la scrittura ha i suoi tempi di maturazione. Ho smesso di combattere contro i blocchi e ho aspettato che la necessità di finire il libro diventasse più forte della fatica di scriverlo. Alla fine, la storia ha vinto lei.

Ogni autore ha un proprio metodo: c’è chi pianifica tutto e chi scopre la storia mentre la scrive. Tu che tipo di scrittore sei? Preferisci avere una struttura precisa o lasciarti guidare dalla storia? Come ti destreggi nella costruzione del romanzo e nella caratterizzazione dei personaggi?

Non sono il tipo di scrittore che si siede a tavolino con una scaletta blindata. Il mio è più un flusso di pensieri; mi lascio guidare dalla storia e lascio che le idee affiorino man mano, mentre scrivo. È un processo di scoperta continua: spesso sono gli stessi eventi a suggerirmi la direzione, come se il mondo che ho creato avesse una sua volontà a cui io devo solo prestare orecchio.

Anche per la caratterizzazione dei personaggi seguo l’istinto, ma per alcuni di loro ho voluto aggiungere un livello di analisi più profondo. Ho utilizzato il test MBTI per definire i loro profili psicologici: mi serviva una base solida per capire come avrebbero reagito sotto pressione, per assicurarmi che le loro scelte fossero coerenti con la loro natura profonda. È un equilibrio strano, lo ammetto: da una parte c’è la libertà del flusso creativo, dall’altra il bisogno di una precisione quasi scientifica per assicurarmi che ogni protagonista sia solido, reale e, soprattutto, fedele a se stesso.

Ricevere i primi riscontri dai lettori è sempre un momento importante, soprattutto con un esordio. Che tipo di feedback ti hanno colpito di più finora? Hai avuto modo di ascoltare le opinioni di chi ti ha già letto?

Finora i feedback sono stati pochi, com’è naturale che sia per un esordio autoprodotto, ma sono stati incredibilmente gratificanti. C’è un tipo di soddisfazione particolare nel vedere che qualcuno, là fuori, è entrato nel mondo che hai costruito e ne è rimasto colpito.

Anche se i numeri sono piccoli, i commenti che ho ricevuto sono stati molto positivi. Quello che mi ha fatto più piacere è stato notare che i lettori hanno percepito lo sforzo dietro la costruzione del sistema e del “Nome”. Sapere che un’idea nata da un mio flusso di pensieri solitario è riuscita a generare emozioni o riflessioni in qualcun altro è la vera vittoria. Questi primi riscontri, per quanto minimi, sono il carburante necessario per continuare a scrivere i prossimi volumi: mi confermano che la strada intrapresa ha un senso e che c’è un pubblico pronto ad ascoltare quello che ho da dire.

Il tuo romanzo è il primo di una trilogia, quindi il progetto è già pensato su più libri.
Puoi dirci qualcosa sui prossimi volumi? Hai già una direzione chiara oppure stai ancora lavorando alla loro definizione?

Sui prossimi volumi posso dire solo una cosa: non siete pronti per il Volume II. La direzione è tracciata ed è molto più profonda e oscura di quanto il primo libro lasci intendere. Se “Il culto del nome” serviva a gettare le basi e a farvi conoscere le regole del gioco, il secondo capitolo servirà a distruggerle. Sto lavorando per spingere i personaggi e il sistema oltre il limite. Quello che accadrà ribalterà molte delle certezze che i lettori si sono fatti finora. Sarà un viaggio violento, viscerale e, come ho detto, decisamente inaspettato.

Dopo aver pubblicato il tuo primo libro, cambia anche il modo in cui si guarda alla scrittura. C’è qualcosa che oggi affronteresti in modo diverso rispetto a quando hai iniziato questo progetto?

Sinceramente? No. Non cambierei nulla.

SCHEDA DEL LIBRO

Il sangue dei Nominati. Volume I: Il culto del nome
di Cristian Ferroni
Youcanprint, 2025
ISBN: 979-12-24041-39-9
Genere: Fantascienza distopica / Fantasy post-apocalittico
Primo volume di una trilogia