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L’Astrazione Geografica di Philippe Halaburda, per sottolineare l’interconnessione dell’essere umano

Nella società contemporanea l’uomo sembra essere proteso verso un individualismo che lo induce a chiudersi in se stesso, a cercare l’illusione di sentirsi parte di un insieme più grande, quello virtuale, che di fatto lo porta verso una profonda solitudine e verso una crescente incapacità di relazionarsi davvero con l’altro. Esiste però anche un altro punto di vista, quello secondo il quale a prescindere dal comportamento oggettivo, dalla distanza e dalle differenze, di fatto esiste un filo sottile che unisce gli individui e che consente loro di rimanere in contatto emozionale proprio in virtù delle caratteristiche che li rendono simili e affini, ed è proprio questo aspetto su cui si concentra l’osservazione e la ricerca artistica del protagonista di oggi. Philippe Halaburda sceglie un linguaggio pittorico fortemente razionalista e schematico per andare a esplorare quella realtà innegabile, quella connessione atavica e impulsiva che non riesce a prescindere dalla natura umana.

Gli inizi del Ventesimo secolo videro nell’arte il sorgere di una corrente di pensiero decisamente rivoluzionaria che si distaccò in maniera netta e categorica dalla rappresentazione del reale per sottolineare quanto l’atto plastico della creazione avesse una sua bellezza e perfezione intrinseca che poteva prescindere dall’immagine, dall’emozione e dall’intervento soggettivo dell’autore. La rinuncia alla narrazione di ciò che l’occhio poteva cogliere nella quotidianità si tradusse con l’essenzializzazione della gamma cromatica e con la geometricizzazione delle forme. Il Suprematismo russo diede inizio a quel tipo di ricerca artistica in cui i colori erano funzionali a esaltare e a riempire le linee e le figure geometriche, prevalentemente rettangolari e quadrate, poste in bilico sulla tela come fossero sul punto di cadere pur mantenendo una propria solidità. Nella parte opposta dell’Europa, e precisamente in Olanda, fu il De Stijl a fare da eco al Suprematismo estremizzandone ancor più la rigorosità sia dal punto di vista della scelta dei colori, che nel caso di Piet Mondrian e Theo Van Doesburg dovevano limitarsi alle tonalità primarie – dunque il nero, il bianco, il rosso, il giallo e il blu -, e sia da quello delle figure geometriche che dovevano essere limitate alla linea, al rettangolo e al quadrato, escludendo persino l’obliquità considerata ambigua.

Entrambi i movimenti, il Suprematismo e il De Stijl, affermavano l’importanza di evidenziare solo la sensibilità plastica liberando l’arte da fini pratici ed estetici e sostenendo che la pittura doveva condurre all’essenza dell’arte fine a se stessa; in tutti e due i casi pertanto ogni tipo di sensazione e di emozione era esclusa, come se la soggettivizzazione potesse in qualche modo contaminare la purezza della plasticità. D’altro canto tuttavia fu esattamente quel rigore espressivo a determinare la fine di entrambi i movimenti, soprattutto con l’irrompere dei periodi bellici che fecero emergere la necessità che l’arte si accordasse a quel mondo interiore afflitto dalle atrocità e dalle sofferenze subite dalla popolazione; dunque l’Arte Informale sopraggiunse in risposta all’Espressionismo Astratto statunitense proprio per introdurre nell’Arte Astratta quelle sensazioni escluse dai movimenti precedenti, cancellando la geometricità e la razionalità di un’immagine plasticamente perfetta per andare verso il caos della completa mancanza di forma dove i colori e l’indefinitezza si allineavano con il sentire interiore dell’esecutore dell’opera.

In questo contesto, l’introduzione della materia fungeva da enfatizzante, da concretizzazione di quelle ferite emotive che potevano trovare sfogo proprio nell’espressione artistica, come nel caso delle tele di Alberto Burri dove le bruciature e le deformazioni dei materiali erano necessarie per rendere più solida la percezione delle emozioni di un uomo che aveva perduto ogni punto di riferimento. L’artista francese Philippe Halaburda percorre la strada inizialmente segnata da Kazimir Malevich da un lato e da Piet Mondrian dall’altro, dunque ispirandosi ai due maestri dal punto di vista della geometricizzazione e del minimalismo cromatico, ma attinge allo sviluppo e all’introduzione del concetto non tanto emozionale e impulsivo come quello di Burri e dell’Espressionismo Astratto, bensì decisamente più meditato, razionale e tuttavia attento alla società contemporanea, alle sue abitudini e alle sue caratteristiche inconsce che prende in esame nelle sue opere.

1 Aligner Pellageiyia – acrilico, nastro colorato, filo e mattoncini Lego su tela, 76,2×76,2cm

Ciò che sorprende e rende i suoi lavori un’evoluzione del Suprematismo e del De Stijl, è l’introduzione della materia, alcune volte semplicemente limitata a un collage ma nella maggior parte dei casi costituita da fili e da mattoncini Lego che danno struttura al risultato finale ma soprattutto mettono in luce il concetto della connessione, del legame sottile che unisce gli individui nonostante la distanza geografica e malgrado le apparenti differenze.

2 Lillerme – acrilico, nastro colorato, filo e mattoncini Lego su tela, 91,5×91,5cm

Il termine coniato da Philippe Halaburda per descrivere il suo stile è Astrazione Geografica poiché le linee e le campiture cromatiche evocano l’idea di paesaggi immaginari, come se ogni sua tela fosse una mappa in cui i colori costituiscono le zone del mondo mentre i fili rappresentano i legami, le interconnessioni che annullano le distanze e si sviluppano anche quando ci si trova davanti a grandi distanze. I titoli sono anch’essi delle vere e proprie opere d’arte, ricordano gli improbabili nomi dei mobili dell’Ikea quasi a sottolineare quanto la lontananza linguistica possa essere annullata adottando un linguaggio onomatopeico sconosciuto dove il non senso diviene linea superiore di dialogo sul livello dell’intuizione.

3 Outro Revveckaa – acrlico, nastro colorato e filo su tela, 91,5×91,5cm

Contrariamente alle opere suprematiste e neoplasticiste inoltre, la gamma cromatica di Philippe Halaburda è tenue, sfumata, gli sfondi sono bianchi mescolati al rosa, al fucsia, al violetto, al celeste, al grigio chiaro, quasi a sottolineare la molteplicità di identità, di punti di vista e di modi di vivere che si incontrano e si incrociano ogni giorno casualmente quasi senza riuscire a vedersi. Eppure, sembra dire l’artista, quel tipo di connessioni reali, anche se fugaci, sono molto più vere e consistenti di tutta la rete virtuale che, se scelta come unica modalità di interazione e non come complemento e supporto al contatto più autentico, lascia le persone illuse in merito a una vicinanza e a un’appartenenza che di fatto non esiste.

L’essere umano costruisce la sua esistenza sulla parola, sulle emozioni, sulla condivisione di legami solidi, familiari, amicali, che si basano sugli sguardi, sull’intuizione di sapersi riconoscere, sui cinque sensi che tutti insieme lavorano per spingere gli individui simili gli uni verso gli altri ed è solo in virtù della solidità di queste percezioni che è possibile rimanere vicini, condividere esperienze ed eventi contraddistinti, nelle tele di Philippe Halaburda, da quei mattoncini Lego che rappresentano la necessità di costruire, di dare fondamenta solide ai rapporti e di avere punti di riferimento.

4 Inssipi Aankkitareem – acrilico, nastro colorato, filo e mattoncini Lego su tela, 91,5×91,5cm

La sensazione che si riceve guardando le sue opere è quella di trovarsi in un caos dove l’ordine trova il suo spazio; la moltitudine spesso evocata dall’autore riesce a trovare un senso in virtù di quei fili che sopraggiungono per unire i puntini della vita, come se nulla avesse una ragione d’essere fino a quando non la si intravede a posteriori, allontanandosi dalla contingenza del momento per avere una visione più ampia e generale. Solo a quel punto ogni circostanza, ogni singolo evento si scopre che doveva condurre a un preciso collegamento, a una specifica connessione in virtù della quale l’individuo esce da se stesso, incrocia il cammino di un altro ed evolve grazie a esso.

5 Dessanda – acrilico, nastro colorato, filo e disco di carta vetrata su tela, 76,2×76,2cm

Dunque l’interconnessione non è solo di tipo fisico o emotivo, ciò su cui punta l’accento Philippe Halaburda è il senso spirituale del cammino, quel messaggio segreto secondo il quale ogni persona incontrata ha il preciso compito di essere messaggera di un dettaglio funzionale in quell’esatto istante a generare l’impercettibile cambiamento che si verifica; ecco perché il legame costituito dal filo persiste malgrado l’immediatamente successivo allontanamento, è come se quella connessione non si rompesse più una volta che si è generata e accesa.

6 Uui Oggawaa – acrilico e nastro colorato su tela, 76,2×76,2cm

La geografia è dunque un luogo non luogo dove il mondo spirituale trova concretezza, è una mappa ideale di tutto ciò che appartiene alla vita contemporanea, alla sua caoticità che poi però diviene calma, quasi come se ogni rumore, ogni vocìo, ogni corsa verso il raggiungimento degli obiettivi trovasse il suo scopo raccontato da Philippe Halaburda attraverso una rarefazione, una riduzione brusca della massa rendendo alcune parti delle sue opere molto più minimaliste e su cui spiccano in maniera evidente solo i fili e i mattoncini Lego a cui essi si aggrappano.

7 Alpha Geeshkke – acrilico e nastro colorato su tela, 91,5×91,5cm

Lo spazio circostante l’individuo diviene così estensione del sentire, un invito a lasciarsi andare alla navigazione all’interno di una dimensione fatta di concetti, di tensione e di ritmo che fuoriesce dall’essere umano e si propaga fino a raggiungere una destinazione diversa da quella prevista. Philippe Halaburda che attualmente vive a New York, ha al suo attivo la partecipazione a mostre personali e collettive a Parigi, Basilea, New York e Santa Fe.

PHILIPPE HALABURDA-CONTATTI

Email: philippe@halaburda.com

Sito web: www.halaburda.com/

Facebook: www.facebook.com/halaburda.philippe

Instagram: www.instagram.com/halaburda/

Philippe Halaburda’s Geographic Abstraction, emphasizing the interconnectedness of human beings

In contemporary society man seem to be leaning towards individualism, which leads him to withdraw into himself and seek the illusion of feeling part of a larger whole, the virtual one, which in fact leads him toward profound loneliness and a growing inability to truly relate to others. However, there is also another point of view according to which regardless of objective behavior, distance, and differences, there is a subtle thread that unites individuals and allows them to remain in emotional contact precisely because of the characteristics that make them similar and near, and it is precisely this aspect that is the focus of the observation and artistic research of today’s protagonist. Philippe Halaburda chooses a highly rationalist and schematic pictorial language to explore that undeniable reality, that atavistic and impulsive connection that cannot be separated from human nature.

The early 20th century saw the emergence of a decidedly revolutionary current of thought in art that broke away sharply and categorically from the representation of reality to emphasize how the plastic act of creation had its own intrinsic beauty and perfection that could transcend the image, emotion, and subjective intervention of the author. The renunciation of the narration of what the eye could perceive in everyday life resulted in the essentialization of the color range and the geometrization of forms. Russian Suprematism initiated a type of artistic research in which colors were used to enhance and fill geometric lines and figures, mainly rectangular and square, poised on the canvas as if they were about to fall while maintaining their solidity. On the opposite side of Europe, in the Netherlands, was De Stijl that echoed Suprematism, further extremizing its rigor both in terms of color choice, which in the case of Piet Mondrian and Theo Van Doesburg had to be limited to primary colors—black, white, red, yellow, and blue—and in the choice of geometric shapes, which had to be limited to lines, rectangles, and squares, even excluding obliquity considered ambiguous.

Both movements, Suprematism and De Stijl, affirmed the importance of highlighting only plastic sensitivity, freeing art from practical and aesthetic purposes and arguing that painting should lead to the essence of art for its own sake; in both cases, therefore, any kind of sensation or emotion was excluded, as if subjectivity could somehow contaminate the purity of plasticity. On the other hand, however, it was precisely this expressive rigor that determined the end of both movements, especially with the onset of periods of war which brought to light the need for art to align itself with an inner world afflicted by the atrocities and suffering endured by the population.

Informal Art thus emerged in response to American Abstract Expressionism precisely to introduce into Abstract Art those sensations excluded from previous movements, erasing the geometricity and rationality of a plastically perfect image to move towards the chaos of complete formlessness, where colors and indefiniteness aligned with the inner feelings of the artist. In this context, the introduction of matter served to emphasize and concretize those emotional wounds that could find release in artistic expression, as in the case of Alberto Burri‘s canvases, where the burns and deformations of the materials were necessary to solidify the perception of the emotions of a man who had lost all points of reference. French artist Philippe Halaburda follows the path initially marked out by Kazimir Malevich on one side and Piet Mondrian on the other, taking inspiration from the two masters in terms of geometricization and chromatic minimalism, but drawing on the development and introduction of a concept that is not as emotional and impulsive as that of Burri and Abstract Expressionism, but rather more meditative, rational, and yet attentive to contemporary society, its habits, and its unconscious characteristics, which he examines in his artworks. What is surprising and makes his works an evolution of Suprematism and De Stijl is the introduction of matter, sometimes simply limited to a collage but in most cases consisting of threads and Lego bricks that give structure to the final result but above all highlight the concept of connection, the subtle bond that unites individuals despite geographical distance and apparent differences.

The term coined by Philippe Halaburda to describe his style is Geographical Abstraction, as the lines and color fields evoke the idea of imaginary landscapes, as if each of his canvases were a map in which colors represent areas of the world while threads represent the bonds, the interconnections that cancel out distances and develop even when one is faced with great distances. The titles are also true works of art, reminiscent of the improbable names of Ikea furniture, as if to emphasize how linguistic distance can be overcome by adopting an unknown onomatopoeic language where nonsense becomes the upper line of dialogue on the level of intuition. Contrary to Suprematist and Neoplasticist works, Philippe Halaburda‘s color palette is subtle and nuanced, with backgrounds that are white mixed with pink, fuchsia, violet, light blue, and light gray, as if to underline the multiplicity of identities, points of view, and ways of life that meet and intersect every day by chance, almost without seeing each other. Yet, the artist seems to say, these kinds of real connections, even if fleeting, are much more genuine and substantial than the entire virtual network which, if chosen as the only means of interaction and not as a complement and support to more authentic contact, leaves people deluded about a closeness and belonging that does not actually exist. Human beings build their existence on words, on emotions, on the sharing of solid bonds, family, and friendship, which are based on glances, on the intuition of knowing how to recognize one another, on the five senses that work together to draw similar individuals towards one another and is only by virtue of the solidity of these perceptions that it is possible to stay close, to share experiences and events characterized, in Philippe Halaburda‘s canvases, by those Lego bricks that represent the need to build, to lay solid foundations for relationships and to have points of reference.

The sensation one gets when looking at his works is that of being in chaos where order finds its place; the multitude often evoked by the author manages to find meaning thanks to those threads that come along to connect the dots of life, as if nothing had a reason for being until one glimpses it in hindsight, distancing oneself from the contingency of the moment to gain a broader and more general view. Only then does every circumstance, every single event, reveal that it was meant to lead to a precise link, a specific connection by virtue of which the individual steps outside of themselves, crosses paths with another, and evolves thanks to it. So the interconnection is not only physical or emotional, what Philippe Halaburda focuses on is the spiritual meaning of the journey, that secret message according to which every person met has the specific task of being the messenger of a detail that is functional at that exact moment in generating the imperceptible change that occurs; this is why the bond formed by the thread persists despite the immediate subsequent separation, it is as if that connection is never broken once it has been generated and ignited.

Geography is therefore a non-place where the spiritual world finds concreteness, it is an ideal map of everything that belongs to contemporary life, to its chaos that then becomes calm, almost as if every noise, every chatter, every rush towards achieving objectives found its purpose told by Philippe Halaburda through a rarefaction, an abrupt reduction of mass, making some parts of his works much more minimalist, from which stand out only the strings and Lego bricks to which they cling clearly. The space surrounding the individual thus becomes an extension of feeling, an invitation to let oneself go and navigate within a dimension made up of concepts, tension, and rhythm that emanates from the human being and propagates until it reaches a destination other than the one intended. Philippe Halaburda, who currently lives in New York, has participated in solo and group exhibitions in Paris, Basel, New York, and Santa Fe.

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Pubblicato da
Marta Lock

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