“L’impressione di essere eterno”, in un libro le interviste a Jeff Buckley

MILANO – Per chi negli anni Novanta aveva venti anni c’era un pugno di “eroi belli e disperati, che rifuggivano la fama e creavano musica mostruosamente bella e sincera”: Kurt Cobain, Eddie Vedder, Elliot Smith, Cat Power. “E poi c’era lui, il più etereo, angelico e profondo di tutti, Jeff Buckley”.

Cosi Federico Traversa spiega la genesi del libro dedicato al giovane cantautore e chitarrista americano, morto a Memphis a 30 anni la sera del 29 maggio del 1997, annegato nel Wolf River dove era entrato vestito e con gli stivali per fare un bagno.

Qualche tempo fa la frase “Ancora mi manca Jeff Buckley” che un Charlie Brown affranto dice a Lucy ha spinto Traversa a mettersi all’opera per tracciare un ritratto nuovo dell’artista. “Mi accorsi che l’unico modo per raccontarlo era lasciare che a parlare fosse lui stesso”, spiega nell’introduzione a “Jeff Buckley, l’impressione di essere eterno” (Chinasky Edizioni), curato con Marco Porsia e Francesca D’Ancona, raccolta di “interviste perdute”, edite o mai pubblicate.