
ROMA – “Condivido pienamente l’appello di Nicola Piovani, che con la sua autorevolezza ha posto un problema reale: siamo circondati da musica di sottofondo ovunque, nei bar, nei ristoranti, nei negozi. Ormai viviamo in una bolla sonora continua, in cui la musica non è più ascoltata ma subita, come anestetico contro il silenzio o per coprire i rumori fastidiosi di piattini, forchette e stoviglie. Ma il punto non è semplicemente ”musica sì o musica no”. Il punto è quale musica, a che volume e soprattutto chi la sceglie. Perché la scelta della musica (e persino del solo volume) non è un dettaglio tecnico: è già un atto artistico. Un volume troppo alto diventa aggressione, uno troppo basso è fastidio, uno sbagliato altera la percezione di un piatto, di un vino, persino di una conversazione. Richiede sensibilità, equilibrio, cultura del suono”. Così il direttore d’orchestra, violoncellista e compositore, Enrico Melozzi, commenta all’Adnkronos l’intervento del Premio Oscar Nicola Piovani e propone lancia a sua volta una proposta: “è arrivato il momento di inventare una figura nuova: un responsabile della diffusione sonora, una sorta di sommelier del suono”.
“Per il vino – argomenta Melozzi – ci affidiamo a un sommelier, per le materie prime a uno chef, per l’arredamento a un architetto o a un interior designer, mentre per la musica, che influisce in maniera potentissima sull’esperienza del cliente, quasi sempre si improvvisa. Ci si affida a compilation stereotipate, spesso scadenti, pensate solo per motivi legali o commerciali: i Beatles trasformati in bossanova, Modugno rifatto come una samba lenta. Prodotti senz’anima, che alla lunga creano un effetto squallido e ripetitivo. Tutti si rivolgono a professionisti per ogni aspetto di un locale, tranne che per la musica – fa notare – . È un paradosso inaccettabile”.
Da qui la proposta: “Io credo sia arrivato il momento di inventare una figura nuova: un responsabile della diffusione sonora, o se vogliamo chiamarlo curatore del paesaggio sonoro, architetto del suono, persino un sommelier del suono. Una figura qualificata, che sappia scegliere repertori adeguati, che conosca l’importanza dei volumi, che plasmi un’atmosfera coerente e rispettosa delle sensibilità di chi entra. Un mestiere vero, come tutti gli altri mestieri”.
“E il discorso non vale solo per i locali al chiuso – incalza Enrico Melozzi – Anzi, all’aperto la questione diventa ancora più urgente. Perché quando un ristoratore diffonde musica fuori dal suo locale, o organizza un piccolo concerto in strada, non diventa più solo gestore di un bar o di una trattoria: diventa, di fatto, direttore artistico del quartiere. E lì – osserva – scatta l’anarchia: cinque locali vicini, cinque musiche diverse, sovrapposte, che creano una cacofonia insopportabile. È come entrare in un conservatorio con le porte delle aule tutte aperte: da una stanza Bach, dall’altra Beethoven, dall’altra Ravel, e il risultato è un rumore informe, fastidioso, invivibile”.
“Per questo – ribadisce – dico che non si tratta solo di estetica o di gusto personale, ma di civiltà urbana. Così come servono permessi per occupare il suolo pubblico o norme sull’inquinamento acustico, dovrebbe esistere anche una responsabilità artistica. Chi vuole diffondere musica all’aperto dovrebbe avere un responsabile sonoro in grado di coordinarsi con gli altri locali, di evitare il caos, di creare armonia. Perché il mondo, e la musica più di tutto, è fatto di armonia”.
“La musica è un bene prezioso – conclude il Maestro Melozzi – non può essere ridotta a rumore di fondo. Usata con intelligenza ed equilibrio può valorizzare un locale, un territorio, persino il turismo. Usata male diventa un incubo e allontana le persone. E allora – ammonisce – basta improvvisazione: occorre trattare la musica come trattiamo il cibo, il vino, l’arredamento. Con rispetto, cultura, e con professionisti all’altezza. Solo così la musica tornerà ad essere alleata della bellezza, e non il suo contrario”.








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