È inevitabile sottolineare il cameo recitativo di un maestro come Leo Gullotta. Inevitabile che questo “ingombri” la voce mediatica di un disco che ha ben altre carte da giocarsi. Siamo in Sicilia, a Piazza Armerina… andiamo a casa di Milomaria, giovane cantautore che sforna un disco come “La breve distanza” dentro cui svetta anche la collaborazione con la voce di Elisa Benetti e del contributo di Primiano Di Biase al pianoforte e alla fisarmonica. Disco pulito, semplice, di pop e di parole misurate. Disco che riflesse sulla distanza che viviamo come individui, con noi stessi, con le nostre emozioni… disco che gioca con i suoni senza ricercare trasgressioni: non c’è il futuro e forse non c’è neanche il bisogno di cercarlo. Anzi, forse, troppi debiti da pagare per certificare la propria personalità…
Lasciami partire dalla fine. L’Amuri” chiude il disco con un amore che salva e allo stesso tempo ferisce. È una contraddizione inevitabile o una verità che impariamo solo col tempo?
È sia l’uno che l’altro. L’amore ha mille facce e mille verità diverse. Per questo, quando ho composto il brano, ho sentito il bisogno di un altro punto di vista. Così ho coinvolto la penna e la voce della meravigliosa Elisa Benetti, che ha dato la sua visione dello stesso gioco. E così, pur partendo dalla fine, si torna comunque al punto di partenza.
Un disco ampiamente “umano” di dinamiche e di fragilità. Come mai questo bisogno di narrazione?
Hai usato la parola giusta: bisogno. In verità, non potendomi permettere uno psicoterapeuta, butto tutto nelle canzoni: sono la mia seduta. Il disco è pieno di confessioni e di fragilità. Sono felice di essermi denudato, è stato quasi catartico. Chiamiamolo pure egoismo psico-emotivo. Eheheh.
Che poi il suono e il suo arrangiamento è tutt’altro che fragile e spesso anche poco “umano” (sembra)… non trovi? Che contraddizione è?
Sai, da buon siciliano ti dico che l’agrodolce è qualcosa che funziona. Il contrasto è diverso dalla contraddizione. Nel deserto il caldo si affronta coprendosi. Nella nostra visione il tumulto emotivo doveva accompagnarsi a quello strumentale. Per questo abbiamo usato l’analogico e il digitale, l’umano e l’elettronico, a volte anche in contrasto con i concetti che stavamo esprimendo, proprio per rafforzarli o proteggerli. Non sono una persona così semplice, sebbene possa sembrare.
Che poi i brani cambiano spesso faccia… sei alla ricerca ancora di uno stile o pensi che il tutto debba o possa avere forme diverse?
Non sono più il frontman di una band proprio per non essere incasellato in un genere. Il mio stile è ben chiaro: passa dal timbro, dall’accento, dal modo di cantare, dall’uso della lingua e dalla scrittura. Le costruzioni musicali sono invece figlie del momento, mai pensate e mai ricercate. Quindi, per rispondere alla tua domanda, credo che lo stile non abbia nulla a che vedere con la rigidità della forma. Magari domani farò un disco reggae o soul, ma sarà comunque il mio stile.
E la copertina? Gigante la luna… distanti le due persone ma più che fisicamente, nella loro (sembra) indifferenza. E qui si apre un discorso fatto di percezioni e di modi di stare al mondo… vero?
Hai colto appieno. Mentre lavoravo alla cover del disco riflettevo sulla prossimità, sulle percezioni e sulla breve distanza che ci separa dagli altri individui, ma anche da noi stessi: da ciò che siamo e da ciò che potremmo essere, oppure da ciò che eravamo e da ciò che siamo diventati. In fondo ciò che crea o elimina distanza tra noi e il resto del mondo è soprattutto una questione di percezione.










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