Lavoro

Parità sul lavoro? Cominciamo dal linguaggio inclusivo

In occasione della festa del lavoro, parlare di parità di genere significa partire anche dalle parole con cui il lavoro viene nominato e rappresentato. Alma Sabatini lo aveva indicato con chiarezza già ne Il sessismo nella lingua italiana: “La lingua italiana, come molte altre, è basata su un principio androcentrico: l’uomo è il parametro, intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico”.

La lingua non è neutra: costruisce gerarchie, visibilità e prestigio. In italiano, ad esempio, il ricorso al maschile sovraesteso – “i lavoratori”, “i dirigenti”, “i cittadini” – continua a funzionare come norma implicita, relegando il femminile a una presenza secondaria o marcata. Non è solo una questione grammaticale: è una forma di rappresentazione che stabilisce chi è il soggetto “standard” del lavoro.

A questo si aggiunge la resistenza, ancora diffusa, all’uso di forme professionali femminili per ruoli di alto status. Termini come ministra o sindaca vengono talvolta percepiti come meno autorevoli rispetto alle forme maschili, mentre espressioni come direttrice d’orchestra appaiono ancora inusuali o marginali rispetto al più consolidato direttore d’orchestra. Questa asimmetria non riguarda solo l’uso, ma riflette una gerarchia simbolica: più una professione è associata al potere o al prestigio, più il femminile tende a essere contestato o evitato.

In questo senso, la lingua italiana porta con sé una disparità di partenza, una gerarchizzazione della visibilità che precede e accompagna le dinamiche del mercato del lavoro. Non sorprende, quindi, che gli stereotipi di genere si riproducano anche nei percorsi professionali e nei livelli retributivi.

Le donne rappresentano oggi la maggioranza delle persone laureate in Italia e ottengono risultati accademici mediamente migliori. Eppure, a cinque anni dal titolo, il loro reddito resta inferiore rispetto a quello degli uomini, con un divario che si aggira intorno al 15%. Questo dato smentisce l’idea che le differenze economiche dipendano da una minore qualificazione femminile e sposta l’attenzione su fattori strutturali.

Le ultime statistiche di Eurostat indicano per l’Italia un gender pay gap relativamente contenuto se calcolato sulla retribuzione oraria, ma questa misura non restituisce la complessità del fenomeno. Incidono in modo determinante la maggiore diffusione del part-time tra le donne, le interruzioni di carriera e la minore presenza nei ruoli decisionali, fattori che ampliano il divario complessivo di reddito.

Una recente ricerca accademica pubblicata nel 2025 su Psicologia sociale conferma che la discriminazione di genere non agisce solo in modo diretto, ma incide anche sulle dinamiche organizzative, mostrando come tale percezione riduca il supporto da parte del leader, con effetti negativi sulla soddisfazione lavorativa e sul coinvolgimento. In altre parole, un ambiente percepito come iniquo compromette anche le relazioni professionali, che sono centrali per la crescita e la stabilità lavorativa.

A livello globale, il World Economic Forum continua a segnalare nel Global Gender Gap Report una distanza significativa nella partecipazione economica tra uomini e donne, indicando tempi ancora molto lunghi per il raggiungimento della parità.

Un elemento chiave riguarda inoltre la distribuzione del lavoro di cura: anche nelle coppie in cui entrambi lavorano, le donne continuano a sostenere una quota maggiore di attività domestiche e familiari. Questo incide sulle carriere e contribuisce a spiegare la persistenza delle disuguaglianze economiche.

Il risultato è un sistema in cui gli stereotipi non si manifestano più soltanto in forma esplicita, ma operano come strutture invisibili che influenzano opportunità, percorsi e retribuzioni. E tutto questo inizia, simbolicamente e concretamente, anche dal linguaggio: da chi viene nominato, da come viene nominato e da quale valore viene attribuito a quelle parole.

In occasione del Primo Maggio, la parità di genere nel lavoro non può essere letta solo come questione di accesso. Riguarda la qualità dell’occupazione, la distribuzione del reddito e il riconoscimento del valore. Ma riguarda anche – e non secondariamente – le parole con cui il lavoro viene raccontato. Perché è lì che, spesso, le disuguaglianze cominciano a prendere forma.

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Franca Terra

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